BarNacka #1

Focus On

New York Knicks v Boston Celtics  - Game Four

La spiaggia di Malibu è quasi deserta. Si sente il gracchiare dei gabbiani, lo sciabordio delle onde culla come una mano materna e qualche passante, per lo più anziano, ti fa un cenno con la testa, come segno di complicità, sapendo che in pochi si alzano alle 5.30 del mattino per godersi questo spettacolo.

La ruotine di Kevin Garnett nelle trasferte a Los Angeles durante le Finals 2008 iniziava proprio da qui. Malibu è la più distaccata tra le spiagge di LA. Bisogna percorrere il litorale della Pacific Coast Highway per raggiungerla. È lontana dal caos cittadino, molti surfer vengono qui. In molti vengono anche per meditare.

Kevin Garnett per lavorare sodo. Una corsetta preliminare per riscaldare i muscoli, poi iniziano le ripetute, gli affondi, gli scatti e gli squat. In queste mattine il silenzio è così diffuso che i pensieri possono essere scambiati per parole dette, o scritte uscendo fuori dalla testa, sulla sabbia.

“Sarai stanco, prima che io sia stanco. Anche quando sono stanco”. Si leggono in rilievo sui granelli dove filtra ancora pochissima luce, queste parole dette dall’ex Celtics, oggi di nuovo ai Minnesota Timberwolves,

la squadra NBA che per prima l’ha scelto e sviluppato cestisticamente. Cosa vuol dire essere stanchi quando nelle mente hai un obiettivo così radicato che ti ossessiona al punto da non riuscire a dormire? La stanchezza per Garnett è sempre stata vista come una scusa.
E questo prima delle finali NBA 2010 perse a gara-7

contro i Lakers, del titolo centrato nel 2008 con i Boston Celtics, delle finali di conference 2004 perse sempre contro i Lakers in maglia T-Wolves e del lungo elenco di onorificenze ottenute.

Esce uno spiraglio di sole. Nell’intervallo tra una serie e l’altra, dalla bassa nebbiolina che da lontano sembra un parco giochi sospeso in aria, KG vede che si materializzano volti familiari. Mamma Shirley, coach Doc, alcuni amici e Malik.Agli inizi degli anni 90’ non c’erano molti prospetti collegiali newyorchesi del calibro di Malik Sealy. Swing man dei più classici, grande apertura alare, capace di mettere palla per terra e lavorare bene anche a rimbalzo, scorer puro. A St. John’s diventa il secondo realizzatore ogni epoca. E poi viene dal Bronx. Garnett lo adora, anche se non sono esattamente conoscenti poco prima che Sealy – 5 anni più giovane di Garnett – venga draftato nel 1992.

Quando è alla Farragut Academy, KG si ispira così tanto al suo nuovo idolo, che decide di indossare il numero 21, lo stesso di Malik. Un tipo tosto, esattamente come lui. E quel finger roll a tratti vintage lo rende ancora più irresistibile.

Quando entrambi finiscono tra i pro e Garnett ha abbastanza potere decisionale nei T-Wolves da poter influenzare le scelte dei GM in fase di mercato, spinge la dirigenza ad ingaggiare Malik, perché lo vuole al suo fianco. Così diventano amici, for real.

Dopo stagioni di basket inconsistente ai Pacers, ai Clippers e ai Pistons, KG lo sceglie non tanto per il suo valore cestistico, ma per avere un another me in spogliatoio.
A Minnesota diventa titolare in pochi mesi, avrà il suo massimo in carriera in termini di minutaggio (29.7 minuti di impiego a partita) anche per la carenza di talento offensivo in squadra, dove la punta si toccava ovviamente con KG. Nella stagione 1999-2000 i Timberwolves raggiungono i playoffs, venendo poi eliminati al primo turno dai Portland Trail Blazers.

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Nonostante l’uscita prematura, finalmente si vedono dei margini di miglioramento in questo gruppo, che inizia ad avere una struttura. Malik si inserisce in una squadra in cui il leader assoluto è Garnett, il veterano Sam Mitchell (attuale coach dei Timberwolves) il tiratore sugli scarichi Wally Sczerbiak, il playmaker tutto fare Terrel Brandon, più un reparto lunghi molto spigoloso con Nesterovic e Joe Smith. Malik non è la prima opzione offensiva, ma è la tipica ala piccola che fa male alle difese, quando la palla comincia a muoversi, a partire dal secondo/terzo scarico.

La stagione per Sealy va egregiamente, ai playoffs diventa il terzo marcatore dietro a Garnett e Brandon. Le prospettive per l’annata 2000-01 sono ottime, con maggio siamo già in piena off-season. E’ il 19, il compleanno di KG. Qualche lacrima bagna gli zigomi di Garnett, ancora contratti dallo sforzo fisico appena sostenuto. What a Bittersweet day, che giorno agrodolce. I ricordi dei suoi compleanni passati avranno sempre una nota amara. Il sole è uscito pienamente sulla spiaggia di Malibù, ma i raggi arrivano come schiaffi potenti. Mentre la nebbia da cui erano usciti i contorni del volto di Malik si è diradata, quel volto ha ora preso forma nella sua interezza. Lo spirito di Malik cerca di tirare su il suo ex compagno di squadra per l’ultima serie di squat. Alle 4 di mattina, in una zona residenziale di Minneapolis vicino a St. Louis Park, è avvenuto un violentissimo scontro in auto. KG ha appena compiuto 24 anni quando viene a sapere che in quell’incidente è coinvolto il suo socio Malik, che stava rientrando a casa con il SUV ed è stato preso in pieno dal tipico truck americano- di quelli con i porta-carichi pieni di cianfrusaglie e birra- guidato da un tizio sbronzo con precedenti di guida in stato di ebbrezza. Sealy muore praticamente sul colpo, anche perché la sua macchina non ha l’air bag (rimosso probabilmente da un precedente incidente in auto, del 1999) e lascia un vuoto cosmico tra il mondo NBA e la sua famiglia. Sua moglie Lisa aveva fatto cremare il giorno prima il corpo di suo padre, il giorno dopo le tocca ripetere lo stessa cosa con quello del marito. Per tutti i compagni è una botta tremenda, per Garnett molto peggio.

“He’s another me”. È un altro me, ha dichiarato più volte nelle conferenze stampa e nelle interviste in cui gli chiedevano di Malik. Con la sua morte, è come se fosse venuta a mancare una porzione del suo io, un alter-ego dentro e fuori il parquet. I compagni di squadra si sono fatti tatuare il nome di Malik e la maglia numero 2 del prodotto di St. Johns è stata ritirata dai Minnesota Timberwolves in suo onore. Nelle Garnett 3, la terza edizione del paio di scarpe adidas prodotte e sviluppate a nome di KG, è stata stampata la scritta “2MALIK” sulla linguetta interna. Lo stesso KG nella breve parentesi a Brooklyn ha scelto di vestire la canotta numero 2 proprio per omaggiare il suo Best Friend. Sono trascorsi quasi 16 anni dalla sua morte, la famiglia Sealy è tornata a New York, stavolta fermandosi ad Harlem e non nel cuore del Bronx. Per Garnett perdere quella che era la sua estensione sul campo ha lasciato una segno così grosso che se si potessero vedere le ferite dell’anima attraverserebbe diagonalmente il suo busto, come una gigantesca cicatrice. “La fatica è una realtà inevitabile KG, mentre la possibilità di farcela o meno è a discrezione di ogni individuo, Paini s inevitabile, Suffering is optional, rialzati”. Sentendo le parole di conforto del suo angelo custode, Garnett torna in piedi per ultimare la sua sessione ormai-non-più.mattutina. “A volte penso di poter crollare da un momento all’altro Malik. E poi mi devi ancora offrire da bere per il mio compleanno”: Si rivolge dolcemente, ma con ironia al suo eterno amico.

“Non ti sei mai spezzato KG, noi pratichiamo un gioco di squadra ma a volte serve ragionare come un corridore, che da solo individua un avversario da battere: il se stesso del giorno prima. Hai sempre trovato uno stimolo interiore silenzioso e preciso, che non cerca conferme in un giudizio esterno. Perché sei sempre rimasto concentrato. Mi spiace per la birra, buddy. Ci vediamo presto” Lo spirito di Malik svanisce lentamente come una dissolvenza in nero, un gruppo di fan con la maglia numero 8 dei Celtics ha localizzato KG. Ma lui non firmerà autografi finchè non avrà terminato la sua ultima serie. Le lacrime sono diventate sudore. Ora il sole picchia forte sulla spaggia di Malibù.

Focus on.              

Pietro Caddeo 

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NBA Geek, lettore all-around. Bazzico nei playgroung milanesi e un giorno possederò un'amaca dove distendere me e i miei nervi.

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