BarNacka #1

Tony Manero

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“Tony, tu sei uno fatto in serie, non sei nessuno, non arriverai da nessuna parte”.

Dimmelo tu Stephanie, dimmelo tu. Dimmelo tu cosa devo fare per avere la tua fottuta vita migliore, fatta di luccichi e brillanti, di tè al limone e di jet-set.

Permettete di presentarmi, io sono Leo, orgogliosa parte di questa rivista, e, dal momento che questa rivista ha come riferimento gli anni Settanta, da buon profano del Cinema (quello con la C maiuscola), non potevo non fare riferimento al mio film preferito, il cult per eccellenza di quella controversa decade, La febbre del sabato sera.

Di tutto quello che si può scrivere per introdurre Bar Nacka, io vorrei rifarmi al concetto di occasione e possibilità, perché è questo che Nacka rappresenta per me, un’occasione, una possibilità. Un po’ come quelle che la vita non ha mai riservato a Tony, giovane ragazzo della Little Italy newyorkese degli anni ’70, figlio del ghetto tanto quanto gli ispanici e i negri, mentre il sogno americano veniva consumato dai Wasp dall’altra parte del ponte di Brooklyn, a Manhattan. Vi risparmio la sinossi del film, non sono un recensore e non ho intenzione di esserlo, per concentrarmi sull’ambiente in cui i personaggi vivono e con cui si relazionano. È un ambiente spoglio, assolutamente privo di stimoli, per cui si vive solo si è in grado di sopportare una serie di gravi pesi, morali ed economici, che forgia sì il carattere, ma ad un prezzo spaventoso, la perdita della serenità e della tranquillità. Brooklyn, come il Queens, Harlem e il Bronx, è, nei Seventies, un quartiere dormitorio e malfamato. Le persone, come Tony, sono inevitabilmente portate o alla malavita o al nulla-fare, vittime di una ghettizzazione spontanea attuata nei due decenni successivi alla guerra, quando le genti di tutto il mondo, stremate dall’ultimo conflitto mondiale, emigravano nella Terra Promessa dell’età moderna (“Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andare”), nella convinta ricerca della propria fortuna.

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Qualcuno riuscì anche a sbancare il casinò, ma la gran parte di questi si ritrovarono senza niente, discriminati e costretti ad andare avanti da soli, lontani da casa, senza alcun aiuto statale, senza passato e senza futuro. Non stupisce dunque il boom malavitoso che i quartieri periferici di New York subirono per tutti i Settanta (si portano ad esempio, in questi casi, le gesta di David Berkowitz, serial killer della Grande Mela che terrorizzò la città per tutto il ’77).

“Tony, tu sei uno fatto in serie, non sei nessuno, non arriverai da nessuna parte”.

Stephanie Mangano è l’emblema dell’inconsapevole stupidità: donna emancipata, che lavora sodo e che vuole costruirsi un futuro migliore di quello che la sua condizione di italo-americana le riserva, ella tuttavia inciampa proprio sull’aspetto più importante: Stephanie non si rende profondamente conto da dove viene. Non significa che non sappia nulla di miseria è povertà, tuttavia si dimostra una debole di carattere, poiché appena ne ha l’opportunità, dimentica subito il suo passato, vituperandolo e accusandolo (nelle vesti del povero Tony Manero) di essere sciatto, mediocre. Quasi come se fosse colpa di Brooklyn se Brooklyn è così povera, quasi come se la causa della mediocrità di Brooklyn non fossero i suoi nuovi datori di lavoro, il suo nuovo mondo scintillante. Tony è sicuramente un personaggio superficiale, che non ci prova nemmeno a pensare a qualcosa di diverso, a qualcosa di meglio, ma Stephanie è anche peggio, perché si è completamente dimenticata da dove provenga, non cogliendo le difficoltà oggettive che un mondo, come quello della periferia newyorkese, riserva alle persone che ivi vivono. Forse esagero, forse sono troppo duro con lei, ma ogni qual volta rivedo la scena all’interno del bar non riesco a non pensare a quanto sia cieca per non capire quanto difficile sia la vita nel posto dove lei stessa, tra l’altro, è cresciuta.

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Oggi come allora, la difficoltà di vivere è lampante. Un paese come l’Italia chiuso nella forza decrepita delle sue tradizioni e vincolato inesorabilmente alla storia personale, riflette uno spettro inquietante sui suoi giovani, immobilizzati dall’inettitudine a lasciare il porto sicuro e osare. A vivere di sogni si può rimaner delusi, è vero. Ma come quarant’anni fa, c’è bisogno di saper sostenere il bagaglio delle proprie ambizioni per esistere e non fermarsi banalmente al sopravvivere. È difficile, vuol dire scontrarsi con mentalità diverse dalla nostra, sentendosi addosso una responsabilità enorme: dimostrare di poter essere all’altezza dei nostri desideri. Il mondo di oggi ci ha consegnato uno strano costume sociale, pregno di relativismo così come di stagnante rassegnazione a ciò che è stato. Ma noi, come il vecchio Tony, vogliamo dire di no. Del resto, a venirci in soccorso è un altro abitante di Brooklyn, che ai tempi de La Febbre del Sabato Sera aveva poco più che dieci anni. Michael Jordan un giorno disse: “I limiti, proprio come le paure, sono soltanto delle illusioni”. Così sia, His Airness.

Leonardo Rosti

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