Articoli BarNacka #2

Che fatica, la vita

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Prima esperienza lavorativa, Milano, gli operai e i cantieri, culle dove lentamente crescono le città del futuro.

Era l’ora di pranzo e il cantiere era fermo. Giorgio avrebbe dovuto scaricare le casse entro le tre. Il sole era alto. Calda estate nel mese di luglio. La città, sempre in movimento. Milano stava diventando piano piano piú grande.

Dovevano montare degli ascensori nella nuova linea metropolitana, significava doversi recare al mattino presto sul posto, che poteva essere da qualsiasi parte.

Alessandro doveva trovarsi in cantiere tutti i giorni alle sette e mezza, domenica esclusi.
Avrebbe dovuto farsi tutta Milano in Metrpolitana, per poi scendere alla stazione centrale e farsi ottocento metri a piedi.
Era specializzato come ascensorista, avevano tre ascensori assegnati, e un vecchio montacarichi di trent’anni da sostituire completamente.

Nikolai lavora in Italia da quindici anni, da tre usa lo stesso paio di scarpe antinfortunistiche e pensa spesso a lasciare l’Italia. Per tutta la vita, ha montato ascensori di ogni genere.

Nikolai, Alessandro e Giorgio, operai fin da ragazzini, sono solo tre delle numerose forze a far girare il paese con l’uso delle sole braccia.

Colleghi da cinque anni, lavorano per la stessa ditta di montaggio di ascensori e scale mobili, ne hanno visti passare molti, hanno lasciato sangue sudore e pelle nei cantieri.

È pesante, questo genere di routine.
Sopratutto quando non sei pronto.
Quando sei stanco. E se sei stanco, rischi la vita.

“Stai attento ragazzo”, disse una volta Alessandro. “Ne ho visti morire parecchi per molto meno.”

Alessandro lavora dall’età di quattordici anni. È ormai un veterano nel mestiere, é il piú rapido dei tre. Ha cominciato col padre e non si é mai fermato.

L’ho conosciuto di martedí, pioveva, il cantiere di Domodossola era completamente allagato. Conobbi anche Giorgio, poichè i due lavoravano in coppia.

Il primo giorno dovetti portare tutti i contrappesi dalla metro al piano di sopra, due tonnellate di ferro da caricare volta in volta sulle spalle.

E loro ripetevano sempre: questo é ancora niente.

Un giorno come tanti a Milano.
Un giorno come tanti per gli operai.

Era una delle due volte che arrivai in ritardo, mi presentai un’ora dopo l’orario accordato col datore.
Apprendista, quindi mi toccava faticare. Faticare. Una parola quasi ridicola. Verso le due del pomeriggio entrai nel vano, avevamo appena cominciato, andavano ancora posizionati i contrappesi.

Mentre ero lì, l’altro operaio, il mio collega, Giorgio, posizionò diverse travi di ferro da 25kg. Le guardai.

Guardai lui. Lavora disse.

Dovevo fare veloce, l’impianto doveva essere pronto la settimana dopo e il materiale era arrivato in ritardo.

Uno, prendere il peso, due, posizionarlo.
Rapido, con ordine.
Dopo averne messi un infinità, disse: aspetta, ci sono anche quelli, cosa credevi?

Uno, prendere il peso.
Due, sentire la propria schiena andare a pezzi.
Tre, schiacciare le dita tra le travi di ferro.
Quattro, liberare con una mano la trave incastrata.
Cinque, sentire il sudore entrare negli occhi.
Sei, bestemmiare in silenzio.
Sette, finalmente, posizionarlo.

Dovevo farlo, Non potevo fermarmi. Non pensavo a nulla.

Vuoi il cambio? No!!

A lavoro finito, erano le 14:50.
Uscito dal vano, andai a prendere la bottiglia d’acqua.
Ridendo disse: Ti confesso, che a farlo come hai fatto tu, mi sarei spaccato la schiena.

Bevevo piano piano,
e lui diceva:

Pesavano venticinque chili l’uno,
e tu ne hai messi sessanta,
più altri dieci per sicurezza.

Si mise a ridere:

Hai messo quasi due tonnellate di ferro da solo, neanche in un’ora,
e questo è ancora niente caro mio!

Stavo ancora sudando,
e continuavo a bere.
Mancavano altre 3 ore alla chiusura.

‘E questo è niente’.

Non mi lamenterò mai più, dissi.
Rimisi il casco e tornai al lavoro.

Tutti i giorni andava cosí, per un lavoro o per l’altro. Il più scontroso era Nikolai, non era sempre piacevole lavorare con lui, ma ci sapeva fare.

Lavorai con lui alla rimozione di un vecchio montacarichi in un hotel di 80 metri, staccavamo le vecchie guide e le portavamo al pian terreno, pronte a essere portate via.

Una corsa da rompersi la schiena a dir poco.

Ho imparato molto da loro.

Alessandro e la sua schiettezza, Giorgio e la sua pazienza, Nikolai e la sua durezza.

Questa gente, quello che ho fatto io in un mese e mezzo loro lo fanno da tutta la vita. Mentre tu sei al lavoro, qualcuno costruisce una casa, un palazzo, un ascensore, una piattaforma. Ho imparato a non aspettare, a muovermi sempre, ad avere sempre qualcosa da fare, per rispetto di queste persone.

Mentre addenti il pane a pranzo, loro rischiano la vita, la schiena, il sonno perché tu possa usufruire di un determinato servizio.

Che sia una porta, un ingresso, una scala mobile, rifletti, c’è stato qualcuno a fare tutto questo per te.

Qualunque si é sacrificato per te.

Ed alcuni sacfricano la vita per davvero, perché gli incidenti capitano. Una trave che cade. Una vetrata infranta.

Tu non li vedi ma sono all’opera tutt’ora. Sono sempre all’opera. Lavorano, producono, per una cifra che non sempre basta per il mese.

Pensaci.

Stai tornando a casa e ti siedi, stanco, sul treno. Sei stato seduto tutto il giorno e domani, e per la miseria, domani starai altre nove ore seduto a quella scrivania.

Da qualche altra parte, un operaio si disseta. Una piccola pausa, breve.

Se la gode. Ha imparato a farlo.

Sei già tornato a casa? Sono già le cinque?

Che fatica, la vita.

                                                                                                                      David Fernando Penna

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