Articoli BarNacka #2

Il Capitano

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Scrivere un articolo è un lavoro lungo e complesso. Non ha un inizio nè una fine ma solo un momento in cui qualcuno, che in questo caso risponde al nome di Marco Lo Prato, ti strappa il foglio dalle mani ponendo fine alla tua vana ricerca della perfezione. Non vorrei che Marco passasse come il “cattivo” di turno che tarpa le ali della mia creatività, perché è da una conversazione con lui che nasce l’idea per questo pezzo.

Marco sfrecciava sicuro per le strade di Arese, diretto verso il più vicino autolavaggio, quando gli ho posto la fatidica domanda: Allora, qual’è il prossimo argomento su cui scrivere?

– Gli invisibili nella città… oppure la città degli invisibili! Sì, ecco, la città degli invisibili e gli invisibili nella città!”

– Hai dei suggerimenti? Perché così, su due piedi, non mi viene in mente nulla.

-Pensavo a Earl Manigault, cosa ne dici?

– Non è invisibile, c’è addirittura un film su di lui! Però è una bella storia, potrei parlarne in un altro numero.

– Tu hai qualche idea allora?

– Fammi pensare: invisibili hai detto… invisibili…

Dopo qualche minuto, sono riemerso dalla mia meditazione con la risposta: Il Capitano! Scriverò del Capitano!

Il mattino seguente, salito sul treno che mi avrebbe riportato a Bologna, iniziai a riflettere su cosa scrivere del Capitano. Ero esaltato all’idea di poter rendere omaggio a un personaggio così importante per me e le intuizioni su come farlo nel modo migliore scorrevano frenetiche nella mia mente come i paesaggi che fissavo con sguardo perso dal finestrino. Avevo una sola certezza granitica: non volevo snaturare il personaggio puntandogli addosso tutta la luce dei riflettori, anche se scrivere un racconto epico delle sue gesta sarebbe stata la soluzione più facile. Prima che riuscissi a digitare un solo carattere sul mio portatile ero giunto in stazione, così, comunque soddisfatto per aver gettato le basi dello scritto almeno nella mia testa, sono sceso e mi sono diretto verso casa.

La sera stessa mi sono rimesso al lavoro, ma una volta scritto un paragrafo ho dovuto cancellarlo e decidere di cominciare da capo il mattino seguente perché non mi lasciava del tutto soddisfatto. Ero ancora entusiasta all’idea di raccontare il Capitano, ma stavo incontrando più difficoltà del previsto. Quando mi ero imbarcato nell’impresa avevo così tante idee in testa che credevo sarebbe stato immediato sceglierne una e metterla per iscritto, invece ho scoperto con il passare dei giorni che nessuna si rivelava la soluzione giusta. La data della consegna si avvicinava, ma non facevo altro che scrivere paragrafi e cancellarli subito dopo, senza trovare mai la spinta definitiva che mi facesse concludere il lavoro: troppo sconclusionato, troppo romanzato, troppo tecnico. Non riuscivo a raggiungere l’equilibrio giusto per poter tener fede al mio proposito di non alterare la natura poco appariscente del mio personaggio ed allo stesso tempo rendergli onore.

Dovevo assolutamente trovare una soluzione. In ogni momento della giornata rimuginavo e mi tormentavo senza mai arrivare a niente, tanto che l’entusiasmo iniziale si stava trasformando nella sensazione di aver commesso un terribile errore scegliendo di scrivere del Capitano. Ormai rassegnato a mettere insieme una banale narrazione delle sue gesta, andando contro all’obiettivo che mi ero prefisso settimane prima sul treno Milano­Bologna, tutto a un tratto ho avuto l’illuminazione decisiva. O meglio, l’ennesima illuminazione decisiva, nonché l’unica che si è rivelata esserlo per davvero. Ironia della sorte, non ricordo neanche dove fossi e come sia arrivato a porre fine alle mie tribolazioni.

Se per ogni altra presunta illuminazione decisiva mi precipitavo al telefono per informare Marco che avevo finalmente risolto il problema, oppure correvo al computer e mi mettevo a scrivere per poi bloccarmi inevitabilmente, questa volta ho mantenuto la compostezza e, giunta la sera, cominciato e concluso il mio articolo. Non proprio concluso, perché se dipendesse da me continuerei a rileggerlo e ritoccarlo fino alla fine dei miei giorni, ma, come vi ho già spiegato, fra poco Marco me lo strapperà dalle mani.

L’illuminazione? Eccola.

Come potevo rendere omaggio a un invisibile ponendolo al centro dell’attenzione? Avrebbe smesso di essere invisibile, non sarebbe più stato lo stesso Capitano che ero ansioso di celebrare. L’unico modo per tenere fede al proposito che mi sono posto sul treno non è raccontare la storia del Capitano, ma spiegarvi perché non posso raccontarla. Solo così il Capitano è ancora invisibile, e io non voglio privarlo di ciò che lo rende speciale. Sul campo, come su questo foglio di carta, pur restando nell’ombra, nessuno è più importante di lui.

Cosimo Sarti

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Chi è il Capitano?

Il Capitano, al secolo Kirk Hinrich, è un cestista statunitense che ha trascorso la maggior parte della sua carriera ai Chicago Bulls, di cui era, appunto, il capitano. Pur senza collezionare riconoscimenti individuali, ha contribuito a riportare in alto la franchigia dopo gli anni bui seguiti al ritiro di Michael Jordan. Il suo stile di gioco duro e concreto rappresenta l’essenza della pallacanestro chicagoana, segnando una continuità con le prime squadre dei Bulls, nati a metà anni ‘60, di cui facevano parte giocatori ruvidi e senza fronzoli come Jerry Sloan e Norm Van Lier. Con questo articolo, nella stagione del suo addio, ho voluto rendere omaggio a uno sportivo, che, pur senza apparire, ha sempre trasmesso a compagni e tifosi i valori fondamentali dei Bulls con grande altruismo sia sul campo che fuori. Intangibles che, sommati fra loro ­ come i centimetri di Al Pacino­, determinano la differenza fra una squadra mediocre ed una vincente.

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