BarNacka #2

Il coraggio dell’Altruismo

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È una delle prime afose mattinate di caldo a Milano e io sono imbottigliato nel traffico cittadino. Fra una manciata di minuti ho un appuntamento con Alberto dalle parti di Corso Vercelli, alle porte d’una Milano antica ma che si consegna a noi come entità senza tempo, ricca di palazzi storici e vie d’epoca. Zigzago fra le macchine e riesco ad arrivare puntuale per l’incontro. Ad aspettarmi, un ragazzo di ventun’anni che sfoggia un sorriso latino e il primo paio di pantaloncini della stagione. Ci salutiamo e subito dopo lui, Alberto, inizia a farmi strada verso la sede di Generazione Altruista, il progetto nato nel 2014 di cui lui è referente e che nasce come branca giovanile di Milano Altruista, “per coinvolgere i ragazzi e far sì che ogni cittadino – indifferentemente dalla sua età – possa rendersi utile e portare una sana dose d’altruismo in una città eclettica come Milano”. Stiamo parlando di un’Associazione Indipendente e senza fini di lucro che sposa un nuovo modello di volontariato, un progetto portato in Italia da Odile Robotti e che affonda le sue radici nelle politiche dell’HandsOn Network, un’organizzazione nata nel 1992 che puntava a coinvolgere in attività di volontariato anche i più giovani, snellendo le pratiche e le procedure per l’adesione a dei progetti, coinvolgendo i ragazzi anche per una sola giornata di lavoro, invece che obbligare gli aderenti al progetto ad una quantità fissa di ore da dedicare al volontariato durante la settimana.

In particolare, Alberto e il suo team svolgono servizio di reclutamento per conto delle Onlus, così che ogni centro abbia a disposizione dei volontari per le proprie attività. “Molti ragazzi ci chiedono di lavorare con i bambini, perché per loro fare volontariato vuol dire aiutare i più piccoli. Però per lavorare con i bimbi devi ovviamente avere compiuto un valido percorso di formazione e avere una certe esperienza, quindi proponiamo loro diverse attività alternative che finiscono per coinvolgerli: ad esempio, sono molto apprezzate le giornate in cui andiamo a ridipingere edifici fatiscenti o ripulire muri imbrattati da decine di tag”, mi racconta.
Ma non finisce qui, ce n’è per tutti i gusti. Una volta entrati nell’ufficio dell’associazione, una stanza dell’edificio Doxa, attraverso il sito internet mi mostra come si fa a vedere quali sono i progetti in programma cui Generazione Altruista vuole portare ragazzi: “Abbiamo un motore di ricerca interno al nostro sito, che in base alle preferenze dell’utente lo indirizza verso le nostre attività. E’ molto semplice da usare e intuitivo, così che chiunque possa aderire”. E infatti è così: Alberto, sciorinando qualche numero riguardante le loro iniziative, mi dice che addirittura partecipano ragazzi di tredici anni, “perlopiù spinti dai genitori, ma una volta che entrano nel giro, si appassionano all’idea di aiutare gli altri o rendere Milano un posto più pulito e si ripropongono spontaneamente”.

 

C’è un momento in cui valichiamo i confini del progetto e Alberto mi racconta di quando ha iniziato a fare volontariato, per un senso di dovere verso gli altri che gli ha trasmesso suo padre Victor, figlio della tumultuosa situazione politica e sociale della Bolivia della seconda metà del secolo scorso. Victor aiutava gli altri dicendo la verità: la sua trasmissione radio raccontava il vero, quello che stava accadendo sotto gli occhi di tutti in quegli anni, fra rivoluzioni armate, colpi di stato e assassini a sangue freddo. Dovette scappare in Argentina per poi imbarcarsi per l’Italia, tramando una storia con dei valori solidi, gli stessi che portano – qualche decennio dopo – Alberto e i suoi a mobilitarsi per dare una mano, a Milano. “E’ difficile, a volte”, mi confessa ad un tratto. “Alcune Onlus hanno diversi pregiudizi sull’impiego di ragazzi giovani, preferiscono affidarsi a chi ha molta più esperienza, ma noi non ci scoraggiamo e stiamo lavorando per ampliare l’immagine di Generazione Altruista. A giugno partirà una forte sensibilizzazione tramite i social network, il punto di contatto per la nostra generazione. Vogliamo dare alla nostra pagina un lato più umano, raccontando tramite foto le esperienze che procuriamo ai ragazzi che decidono di affidarsi a noi. Siamo molto giovani, è vero, ma abbiamo molto da dare”.

Finito l’incontro, saluto Alberto e mi incammino verso la mia macchina. A costo di sembrare tremendamente romantico, rivivo mentalmente le sue ultime parole: “Io mi occupo di volontariato perché voglio dare una mano alle persone. Magari il ragazzino che sacrifica un pomeriggio andando a dipingere i muri piuttosto che impiegare il suo tempo a giocare alla play-station, viene deriso dai propri compagni, etichettato come uno sfigato. Ma non è così, questo aspetto mi fa un po’ di rabbia a dirti la verità. L’aiutarsi a vicenda costituisce la base di qualsiasi civiltà, il senso comune di una città sta nell’animo delle persone che la popolano. Io studio medicina perché voglio rendermi utile, un giorno. Come mio padre in Bolivia, come tutti quei ragazzi che si alzano alle sette di sabato o domenica mattina pur di partecipare ai nostri eventi. Non sono gesti eclatanti, ma un piccolo mattoncino che può contribuire a cambiare le cose”.

C’è un vecchio spot di una compagnia telefonica thailandese: un giovane ragazzo è ripreso in diverse situazioni quotidiane in cui si sofferma a dare una mano al prossimo, che sia una giovane senzatetto che raccoglie soldi per poter andare a scuola o un’anziana signora in difficoltà per il peso di un carrettino. Il ragazzo in questioni regala un po’ della propria vita a ognuna di queste persone e condivide il proprio cibo con un cane randagio. Questo film della durata di qualche minuto ha commosso il mondo per la sua devastante semplicità. Esperienze come questa e quella che mi ha appena raccontato Alberto del resto fanno parte di un puzzle più grande, un ecosistema di persone che vogliono fare le cose in modo diverso, rendendo speciale i propri giorni condividendo con gli altri. E non c’è bisogno di eroi o di figure sovrumane che indichino la via, ma di pazienza, tempo e coraggio. Non quel tipo di coraggio che porta gli uomini a sacrificarsi e morire, bensì un altro tipo di esempio. Come diceva John Fitzgerald Kennedy: “Il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e tragedia”. Come ad esempio un adolescente che si riscopre grande attraverso un piccolo gesto che, colto nella sua essenza, può fare la differenza.

Marco Lo Prato 

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