BarNacka #2

La Milano degli Asburgo

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Quando Carlo V (1500-1558), il sovrano per il cui impero il Sole mai tramontava, stipulò con i Valois, la dinastia che regnava sul trono di Francia dagli anni ’30 del XIVo secolo, il Trattato di Madrid (1526) e la di tre anni successiva Pace di Cambrai (da non confondere con la simil-omonima pace di Cateau-Cambresis del 1559, comunque a sua volta decisiva per la dominazione straniera della Penisola), il ducato di Milano passò definitivamente sotto il controllo degli Asburgo di Spagna. La dominazione spagnola durò un secolo e mezzo e cessò con la Guerra di successione spagnola quando, nel 1707, Filippo V di Spagna, più noto come Filippo di Borbone (1683-1746), fu costretto a cedere al suo lontano parente Carlo VI (1685-1740) il dominio, dando così il la alla grande egemonia degli Asburgo d’Austria sul Ducato meneghino. Ed è proprio da qui che si vuole cominciare…

L’avvento degli Asburgo d’Austria rappresentò un fondamentale fattore di rinnovamento per la società lombarda: la politica austriaca mirò sin dall’inizio a indebolire l’influenza e il potere economico di aristocrazia e clero, avviando vari progetti che ne colpissero le tradizionali immunità, come l’istituzione del catasto (l’archivio che registra i beni immobili, cioè case e terreni, accertando così le proprietà e le conseguenti imposte), l’abolizione (prima parziale, poi totale) della Manomorta, l’antico istituto giuridico secondo cui il patrimonio immobiliare degli enti ecclesiastici poteva essere dichiarato inalienabile (non trasmissibile ad altri ne’ espropriabile) così da rendere esenti dalle imposte di vendita (o successione) tali beni e la graduale abolizione delle corporazioni. Queste riforme liberali e liberiste (benché il termine sia usato ante-litteram) diedero luogo a migliorie in campo agricolo (la terra ora veniva tassata per la produttività e non per la proprietà) ma, soprattutto, per quel che concerne l’urbanistica.                                      

La grande eredità del castra latino era, da secoli, la conformazione radio-centrica del territorio abitabile: la zona centrale, racchiusa nella cerchia dei Navigli (edificata dopo la distruzione del Barbarossa a metà 12o secolo), entro la quale si concentra(va)no i principali edifici della cosa pubblica (Palazzo Ducale, Duomo, Ospedale Maggiore,  il Broletto arengario ecc…) e le attività commerciali, era stata circondata, sotto il dominio spagnolo, da alte mura il cui perimetro si estendeva per circa undici chilometri, rendendola all’epoca il sistema di mura più esteso d’Europa. Tali mura, sull’esempio medioevale, erano intervallate da sei porte, le quali suddividevano Milano in sestieri: Porta Orientale (l’odierna porta Venezia), Porta Romana,  Porta Ticinese, Porta Vercellina (l’odierna Porta Magenta), Porta Comasina (l’odierna Garibaldi) e -infine – Porta Nuova.    

porte milano                                                                                                                                                                          

 Al tempo degli Asburgo d’Austria, tuttavia, la “rivoluzione urbanistica” non fu dettata dalla costruzione di nuove mura difensive, ormai superate dal punto di vista militare, o dal mero ampliamento della superficie del Ducato (sebbene riforme giurisidizionali-amministrative furono promulgate e sortirono effetti molto importanti): l’area geografica lombarda infatti, per tutto il XVIII0 secolo, si caratterizzò per un “notevole equilibrio della sua rete urbana  grazie al prosperare, accanto alla città ambrosiana, di numerosi altri centri di taglia considerevole, quali Brescia, Cremona, Bergamo, Pavia” (Luca Mocarelli, Costruire la città, ed. “il Mulino”). Milano, insomma, non fu mai una città “cannibale”.                                                                                                 

La vera innovazione fu dettata dall’edilizia interna alla città: i promotori della domanda furono i regnanti stessi, sia con commissioni dirette (rare per la verità, si cita di solito l’esempio della Zecca di Milano, l’edificio battente la moneta del Ducato, il cui ampliamento fu affidato direttamente dal Duca Ferdinando, il figlio di Maria Teresa, all’architetto Segre) sia ricorrendo agli appalti, operazione quest’ultima giudicata più efficiente per quello che riguardava le grandi opere pubbliche (come la costruzione di strade, quartieri e il restauro e la ristrutturazione degli edifici).                                                                                                                                                                                                  

Importante, gli interventi statali, volti a creare occupazione e un nuovo ceto borghese di imprenditori edili, non furono casuali, ma ordinati secondo precisi criteri, a seconda delle finalità delle opere (una novità non da poco se si pensa al contesto civico delle altre due grandi città della Penisola, Roma e Napoli, quest’ultima soprattutto): interventi di ordine pubblico, come la realizzazione di una “casa di correzione” per vagabondi, oziosi e detenuti, all’altezza di Porta Nuova. Interventi di riqualifica urbana, come la ristrutturazione del quartiere Brera, con la nascita dell’omonima Accademia e dell’osservatorio astronomico (anni ’60 e ’70 del XVIII0 secolo). Interventi governali, come la trasformazione del secolare collegio elvetico nel Palazzo del Supremo consiglio di Governo, il nuovo organo che avrebbe riunito tutti gli uffici e tutte le istituzioni degli Asburgo d’Austria sul suolo del Ducato. Sicuramente, la tipologia di interventi maggiormente nota ai più fu quella regale-artistica: gli Asburgo d’Austria si preoccuparono moltissimo di lasciare un simbolo della propria potenza sul territorio.     

Il centro di spesa più rilevante fu sicuramente la ricostruzione, affidata dai sovrani al grande regio architetto Giuseppe Piermarini (1734-1808), del palazzo Ducale, con un costo iniziale di un milione e settecento mila lire (circa 70.000 zecchini), ma il cui prezzo, a causa dei lavori di demolizione degli edifici circostanti (soprattutto botteghe e addirittura un monastero, la cui zona d’edificazione sarebbero diventate le scuderie regali), lievitò fino a ben più che raddoppiare. Del resto, si rendeva necessaria un’operazione del genere, dal momento che il palazzo sorgeva in prossimità della Cattedrale e, per quelle che erano e sarebbero state le politiche asburgiche nei confronti del clero, non era ammissibile che il (lì vicino) potere temporale fosse architettonicamente più imponente e simbolico di quello civile. Altri edifici, le cui progettazioni furono affidate sempre al Piermarini, furono la “casa di campagna” (così definita da Maria Teresa) del duca Ferdinando, ossia la villa reale di Monza,  e il Nuovo Regio Ducal Teatro, meglio conosciuto come “Teatro alla Scala”.

ville reale monza                       alla Scala

Ma se niente è monolaterale, se i palazzi fisicamente non si erigono da soli, se “i soldi non crescono sugli alberi”,  allora chi ha fatto il così detto “lavoro sporco”? Chi sono quegli invisibili che hanno generato ricchezza e prosperità sfruttando le occasioni fornite dagli austriaci? Stando agli scritti di Malanima, Milano, che all’anno 1600 si ritrovava con 120 mila unità, un secolo dopo ne aveva perse più di 10 mila (decrescita del 9,1%), soprattutto a causa della peste e delle cicliche carestie agrarie (il tumulto di S.Martino, dal libro Xi al libro XIII dei Promessi Sposi, è esemplificativo al riguardo). Quando il ramo austriaco degli Asburgo rilevò la potestà sul Ducato, la popolazione era quanto mai piegata dagli eventi. Le riforme teresine- di cui sopra- ebbero l’effetto di dare origine alla celebre classe borghese: se nel 1610 (dati di Stefano D’Amico), in piena dominazione spagnola,  la porzione di occupati nelle attività produttive era del 32,8% sul totale,  nel 1784 questa era salita al 37,30% sul totale, dato che sorprende nonostante il crollo demografico dovuto alla peste del 1630 (la ripresa demografica successiva alla peste di Boccaccio fu spalmata su quasi tre secoli). Se non ci fosse stata l’epidemia manzoniana con ogni probabilità la variazione percentuale sarebbe stata ben più alta. Ancora più alta la variazione percentuale dei commercianti, ad inizio ‘600 circa il 6% degli occupati, mentre a fine ‘700 più del 12%.         

Ovviamente, il processo di prima industrializzazione del XVIII0 secolo fu fondamentale per l’urbanizzazione della città. La congiuntura tecnica assolutamente favorevole in cui si sono trovati a dominare gli Asburgo d’Austria fece sì che Milano emergesse tra le altre città come punto di riferimento dell’innovazione (il settore edile ha quintuplicato gli addetti nel lasso di tempo 1610-1784, la scoperta del rapporto combustione-energia ha fatto sì che gli addetti alla lavorazione del legno quadruplicassero ecc…); tuttavia, il grande merito degli Asburgo fu quello di creare una serie di situazioni giuridiche, abolendo privilegi e introducendo rigorosi metodi contabili (come il già citato catasto) che si rivelarono determinanti nel corretto sfruttamento delle enormi possibilità tecniche che il secolo dei lumi avrebbe avuto da offrire.     

                                                                                                                                   Leonardo Rosti 

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