BarNacka #2

Musa Metafisica

Il cielo è scuro sopra Ferrara. Ha lo stesso colore dell’acqua di uno stagno durante un periodo di secca. È dello stesso verde idealizzato dei gas usati nelle trincee, per fortuna la Grande Guerra è ormai agli sgoccioli. Un verde che si insinua, che non lascia respirare.

Ferma il tempo in un’atmosfera surreale, che va oltre la realtà, Metafisica. La piazza è deserta, eppure ci siamo appena lasciati alle spalle il Futurismo. La città futurista per eccellenza è Milano; veloce, moderna, piena di vita e movimento. A Ferrara il tempo è fermo. La sabbia della clessidra non scorre, ristagna e ci lascia sospesi.

Non sappiamo come muoverci, non sappiamo cosa fare o provare. Siamo nel bel mezzo di un enigma interiore: siamo malinconici perché un evento importante si è appena verificato e assaporiamo la quiete? Oppure stiamo aspettando, in ansia, che accada qualcosa? Il silenzio è assordante e il vuoto inquietante. Non siamo abituati. Il caos nonostante tutto è rassicurante, perché se c’è caos non siamo soli. Qualcun altro deve pur esserci, oltre noi. Il silenzio è sintomo di solitudine, anche se c’è qualcuno non vuole comunicare con noi. Sappiamo di essere a Ferrara perché sullo sfondo si staglia, rosso e in piena luce, il castello estense. Ma ha una prospettiva propria deformata, lontanissima da quella rinascimentale e scientifica. Si avverte l’eco dei pittori fiamminghi del ‘400.

Sullo sfondo vediamo anche le alte ciminiere, simbolo della nuova società italiana che lentamente si sta costruendo. Ma il castello ha le finestre buie, e dalle ciminiere non esce nemmeno uno sbuffo di fumo, sono inerti. Non si vive e non si lavora. L’assenza di ogni attività ci rende ancora più malinconici e spaesati.

La piazza è un palcoscenico, le assi di legno ci danno la sensazione di essere sulla scena. Allora possiamo provare a dare un nuovo senso al cielo verde, al castello vuoto alle ciminiere spente: sono la scenografia.

Ferrara, geometrica e ordinata, è lo spettacolo che vuole portare in scena De Chirico. Una rielaborazione dei maestri rinascimentali e l’inaugurazione di un nuovo concetto artistico: il ritorno all’ordine.

Uno spettacolo che, però, non ha attori. La scena è sufficiente per arrivare a colpire la nostra attenzione, non necessita nè di attori nè di copioni. La passeggiata virtuale si conclude con uno sguardo alle figure al centro della piazza, o della scena. Come in una visione o un sogno, ci appaiono chiari quei particolari che ricostruiscono la vita dell’artista. La veste della figura più vicina a noi ci conduce con la mente al sole cocente della Grecia. Le statue del Partenone si materializzano davanti ai nostri occhi. Immuni allo scorrere del tempo, la loro bellezza e imponenza ritornano ciclicamente nella storia dell’arte, sono una costante che fornisce ispirazione poetica e formale. La maschera africana appoggiata alla seconda figura è un chiaro riferimento al cubismo.

Il richiamo alla Grecia, terra natia, giustifica il titolo. La musa è la figura che protegge le arti, invocata all’inizio di ogni poema, ci dà la sensazione che questa visione ci arrivi da una dimensione lontana. Un’ispirazione che va anche al di là dell’esperienza sensibile dell’uomo. Le nostre muse sono inquietanti, ci aiutano nella comprensione di una dimensione oscura e misteriosa. Aprono la strada a un dialogo con il mistero, che va oltre le apparenze. Il climax di angoscia aumenta, queste figure senza occhi, così impersonali, destabilizzano ulteriormente i nostri sensi. I manichini rappresentano l’uomo ma non la sua essenza.

Il silenzio è lacerante. La luce bassa senza vibrazioni aumenta l’immobilita dell’ambiente. Cristallizzato nella sua dimensione onirica fuori dal tempo, dove lo spazio è innaturalmente deserto e statico. Un ultimo sguardo alla piazza. Il silenzio ci fa rabbrividire, la luce ci rende malinconici e gli spazi dilatati da una prospettiva innaturale ci svuotano l’anima.

Ma è ora di riaprire gli occhi.

Anna Saldarini 

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Brianzola di nascita ma adottata dal Friuli, vivo in una bolla rosa piena di libri d'arte.

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