Articoli BarNacka #2

Intervista a Stefano Boeri

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Milano è una città che sta cambiando la sua storia. Sta riqualificando alcune aree, acquisendo nuovi simboli e nuovi stimoli. Dopo EXPO, questo processo sembra essersi accentuato. Tuttavia gli snodi fondamentali per rendere il capoluogo meneghino una metropoli sono ancora tanti e vanno interpretati da diversi punti di vista. BarNacka ha scelto Milano come fulcro della narrazione perché è la città che meglio ci rappresenta. Sempre in movimento, sempre in evoluzione. Per capire tutto ciò che non si percepisce di Milano, abbiamo chiesto a Stefano Boeri di raccontarci la sua storia che si interseca a più riprese con i cambiamenti della città.

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Come noi, è cresciuto qui. Ha studiato in un liceo milanese e si è laureato al PoliMi e ora continua a lavorare e vivere in una città che sta cambiando pelle. Qual è stato il simbolo della sua Milano?

“Il vero simbolo per me è l’Università Statale, il luogo in cui tutte le tensioni e i conflitti confluivano. Quello spazio è incredibile e paradossalmente in quegli anni lì si è riusciti a capire la sua vera natura, molto di più rispetto a quanto accadrà dopo. Nel corso del tempo si è dimenticati della sua importanza storica: nasce nel ‘400 come ospedale e diventa uno dei più importanti centri ospedalieri d’Europa, sempre all’avanguardia, grazie anche alle donazioni dei milanesi. Nel dopoguerra, successivamente ai bombardamenti, viene ristrutturata e diventa un’università, così come la conosciamo oggi. Per me è quello il simbolo della mia Milano. Poi, i miei vent’anni corrispondo ad un periodo complicato per questa città: gli anni Settanta sono il momento in cui l’onda del terrorismo è ancora molto forte: nel ’78 rapiranno Aldo Moro, ad esempio. Nel ’75 e nel ’76 c’è un grande conflitto politico e sociale che ha portato anche ad episodi di violenza e a delle vittime. La politica scandiva i tempi della mia vita: lì avevo trovato le amicizie, gli amori e cose interessanti cui appassionarmi. Era molto bello ma allo stesso tempo molto rischioso: alcuni di noi avevano scambiato questo piccolo mondo con quello reale. Nella seconda metà degli anni ’70, con la fine del mio percorso liceale, vado all’università e mi accorgo che oltre al mio ambiente politico c’è altro. Per quanto riguarda i simboli, Milano è una città bipolare nella sua anima. Milano aveva due grandi grattacieli, il Pirellone e la Torre Velasca, così come due squadre di calcio e anche due panettoni, il Motta e Alemania. Si potrebbe andare avanti così per un po’ (ride, ndr).”.

In base alla sua esperienza, cosa deve avere un giovane per avere successo, nella nostra epoca? Lei, docente del Polimi, cosa cerca nei suoi studenti? Quali differenze nota tra gli studenti italiani e quelli di altri paesi?

“Ci sono diversi metodi per mettere in mostra il proprio talento. Per quanto mi riguarda, io so distinguere dopo un paio di mesi le qualità individuali degli studenti. E’ vero anche che ci sono delle accelerazioni finali di alcuni studenti in periodo d’esame. Non bisogna mai dare per scontato nulla o abbandonarsi ai pregiudizi. I talenti si manifestano con linguaggi specifici riguardanti la disciplina, alla fine. Ci si mette in luce non avendo paura di trasgredire il canone del docente, con rispetto e innovazione. E’ interessante quando c’è un’aggiunta personale derivata da un processo abduttivo, quindi né deduttivo né induttivo”.

L’anno scorso (6 giugno) è andato in scena l’evento Mi030, di cui lei – insieme a Franco Bolelli – eravate i mecenati. L’obiettivo era quello di immaginarsi Milano quando noi avremo trent’anni. Ma qual è il suo punto di vista, sulla Milano del futuro? Come se la immagina?

“Il futuro di Milano è aperto. Ciò che mi auguro è diverso da ciò che aspetto. Spero che Milano accresca la propria consapevolezza di essere una grande Metropoli, non solo italiana ma europea. La città non si esaurisce nei confini comunali ma va oltre, anche per un discorso di infrastrutture. C’è l’aeroporto di Bergamo, ad esempio, ma anche otto atenei universitari dislocati in varie zone del territorio. Milano non ha solo un corpo, ma anche un’anima che va rappresentata nella politica, nella cultura e in ogni ambito, con consapevolezza. Mi piace la direzione che ha preso il dopo EXPO, con gli studi sul genoma, mentre non mi convince il progetto sullo scalo merci. Non c’è ancora una visione d’insieme”.

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Poco prima che EXPO iniziasse, lei ha detto: “Dobbiamo trovare un modo per cui questi sei mesi dell’esposizione universale non siano fini a se stessi ma siano l’introduzione di una presenza stabile di EXPO sul territorio”. E’ soddisfatto dell’ambiente che si sta rimpolpando a Milano? Cosa aggiungerebbe?

“E’ evidente che non è stata sfruttata l’eredità di EXPO, ovvero un sistema di relazioni internazionali diplomatiche sul tema dell’alimentazione e sulla gestione di uno spazio di eventi enorme. L’eccezione in questo senso è Human Technopole, un’idea del governo molto valida. E’ stata accolta con qualche perplessità in città perché sembrava imposta, ma d’altro canto nessuno a Milano è riuscito a fornire idee altrettanto valide. Adesso c’è da sostenere questa branca della ricerca, collegando tutte le autorità presenti a Milano: dal centro dei Tumori all’università Statale, oltre ai centri di ricerca del San Raffaele o dell’Humanitas. Tutto questo va riunito in un unico polo. Per quanto riguarda l’EXPO in sé, credo che sia stato gestito molto bene dal punto di vista dell’organizzazione, mentre è stato poco approfondito il tema centrale, ovvero quello legato all’alimentazione. L’esposizione poteva diventare uno spazio di riflessione e non una fiera del cibo, com’è sembrata. Si poteva dare più spazio alle informazioni riguardanti la nutrizione in certe zone del mondo, ma non è stato così”.

Vista da fuori, la politica sembra un terreno scivoloso. Lo sporco che salta fuori con costante regolarità, può allontanare i giovani dall’interessarsi a temi politici. Come spiegherebbe ad un ragazzo di vent’anni che la politica è un’opportunità?

“Innanzitutto cercando di fargli capire che fare politica è indispensabile al futuro. Giustamente a volte la politica viene letta come un’arte del posizionamento e di definizione di un circolo di potere o addirittura tattiche di micro-potere. Questo è un problema, perché il potere andrebbe sempre accompagnato da un progetto, una visione o una scelta. Altrimenti la politica diventa economia personale. Dico spesso che la vostra è una generazione informatissima e disillusa, sa che il futuro è difficile, ci sono condizioni socio-economiche difficili che si protrarranno ancora per qualche anno. La possibilità che voi avete è quella di essere interconnessi, oltre che sempre in rete. Per certi aspetti, dovreste avere la politica nel sangue: è consapevolezza, informazione e passione. Questo non avviene ancora perché l’immagine che viene data dal sistema dei partiti è quella dei giochi di potere. Partitocrazia? No, io credo nei partiti, ma forse andrebbero ripensati. Un partito è il posto giusto dove fare politica, ma andrebbero rinnovati. Per quanto riguarda l’avvicinamento della politica ai giovani, sicuramente sento un clima di fermento che qualche anno fa non c’era. Si può dire tutto su di lui, ma per esempio Renzi ha dato una scossa dal punto di vista del rinnovamento, una spinta che non si vedeva da troppi anni. Questo ha smosso qualche testa. Poi è un momento storico allo stesso tempo difficile e affascinante dal punto di vista geopolitico che è difficile non interessarsene: così si può spiegare il successo de L’Internazionale, Limes e Monde Diplomatique o Al Jazeera. Del resto la geopolitica ci aiuta a decifrare il mondo complesso in cui viviamo ed è uno strumento fondamentale. Quando ho iniziato a far politica, vivevo in un piccolo mondo. C’era l’Europa e gli Stati Uniti, mentre il blocco orientale era considerato in base ai pregiudizi politici, così come di stati indiani e africani si sapeva pochissimo. Il mondo che si conosce oggi è molto più ampio”.

Cosa serve affinché l’individuo possa relazionarsi pariteticamente alla metropoli senza esservi fagocitato? Molti studenti fuori sede lamentano, per esempio, la mancanza di agevolazioni e, più in generale, accoglienza.

“In alcune città manca il senso di comunità e si percepisce l’assenza di condivisione di valori fondamentali. Queste sono città frammentate e prive d’identità. Basta pensare ai grumi di palazzine e villette cresciute attorno alle grandi città italiane degli ultimi anni, o a megalopoli come Houston, in Texas. Lì ad esempio si sente la solitudine, perché se si esce dal centro si trovano solo distese di villette e palazzine e si diffonde la solitudine. C’è bisogno di un minimo di capitale sociale che fa legame. Se non c’è scambio fra questa zona e il centro cittadino, si crea una vera e propria ghettizzazione. Un famoso sociologo, Putnam, sostiene che l’identità la si può creare non solamente guardando ai tuoi simili, ma imparando a osservarti con gli occhi di chi è diverso da te. Questo è un aspetto non sempre considerato nelle grandi città, ma che può fare la differenza”.

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Il ruolo delle periferie è ormai centrale nella risoluzione dei problemi della city: cosa deve fare Milano per evitare situazioni estreme ed esasperate come quella, ad esempio, delle Balinue parigine? In cosa si può essere innovativi in questa direzione?

“A Parigi è agghiacciante la cintura delle Balinue, isolata e ghettizzata. Qui a Milano è diverso, invece. La situazione è più caleidoscopica: zone ricche e zone povere si alternano sia in centro città sia in periferia. La costituzione di comunità è più variegata e sparsa per tutto il territorio. Quando definisco il carattere di una città, io parlo di intensità: è un valore fondamentale e si misura con il rapporto tra la densità degli spazi e la varietà socio-culturale di chi li abita. Se manca uno di questi due ingredienti, non c’è una città: è presente un guscio di valori, un amalgama di case, ma non una città. Milano da questo punto di vista è interessante perché è sempre stata monocentrica, sembra quasi una lezione di storia urbanistica. Il centro è il castro romano, poi le mura, la zona dei Navigli del 1200, e man mano che ci si muove verso l’esterno, si incontra la storia recente della città. Ora stiamo andando nella direzione di una città policentrica e questo non può che essere un bene per il futuro”.

Ha dato vita a diversi progetti, uno dei più interessanti è sicuramente Multiplicity. In sostanza, una factory che ha messo insieme personalità disparate con capacità diverse: architetti, fotografi, geografi, film-maker. Qual è stata la ricetta per far coesistere tutti e trovare il filo conduttore del vostro lavoro?

“Deve essere molto chiaro il campo che si osserva e circoscrivere le zone. L’aspetto interessante delle ricerche multiple è quello del confronto di argomenti e punti di vista. Ognuno ha la propria interpretazione e la propria visione delle cose che poi si incontra con le altre e crea il punto di vista comune del nostro progetto. Noi analizzavamo determinate zone delle città europee, una sorta di biopsia su una porzione di territorio. Dalle nostre osservazioni, si delineava il metodo d’indagine, che variava di caso in caso, anche a seconda delle persone che vi partecipavano. L’artista, l’architetto, il sociologo e l’ingegnere hanno metodi diversi che magari sviluppavano singolarmente, per poi ritrovarci e condividere”.

Zaha Hadid e Stefano Boeri: due architetti di fama mondiale, pluripremiati e molto presenti sul suolo milanese e internazionale. La professoressa Hadid viene considerata l’alfiere del “larger than life” mentre lei rappresenta, con il Bosco Verticale, la complementarietà tra città e natura. In cosa i vostri stili e i vostri obbiettivi sono simili e in cosa differiscono? Quale impatto queste strutture possono avere sull’urbanistica milanese?

“Zaha Hadid è stata un grandissimo architetto, personalmente la ritengo molto più capace, celere e importante di quanto non sia io. Inoltre era un architetto donna, una condizione difficile in partenza, visto che questo è un settore in cui bisogna investire anche sulla persona, non solo sui nostri progetti. Lei aveva una politica molto forte che riusciva a replicare ovunque: erano i suoi autografi sulle città, il suo modo di curvare gli spazi ed evitare gli angoli retti, oltre che fluidificare certi ambienti e renderli cinematografici. Io non sono capace di connotare ogni mia architettura con un’impronta precisa, ma con i miei lavori cerco di connotare il carattere del luogo. Lavoro in modo radicale sui temi, procedendo per accostamenti, come ad esempio ho fatto a Marsiglia, città portuale”.

Ora che è un personaggio affermato, le capita mai di guardarsi indietro? Cosa c’è alla base del percorso di Stefano Boeri?

“Una molteplicità di cose, in realtà. Bisogna preoccuparsi sempre di essere all’altezza di ciò che si fa, componendo un equilibro con la consapevolezza dei propri mezzi. Una volta che ci si sente bravi e in grado di fare tutto, si perde spinta e si rischia di incespicare. E’ importante lavorare sull’innovazione, sempre”.

Se dovesse scegliere una parola o una frase per raccontare tutto quello che è cambiato da quando ha cominciato a lavorare, ad oggi, cosa le viene in mente? Noi avevamo pensato a parole come resilienza…

“E’ difficile, sicuramente (ride, ndr). Certo, la resilienza mi è servita quando sono entrato in politica, ma in architettura ho avuto un approccio diverso: volevo anticipare il futuro, con entusiasmo e con il rischio di non essere capito o finire fuori strada. Quando invece ti cali in una nuova realtà, durante il processo di assorbimento si ha paura di rimanere schiacciati e adattarsi alle situazioni, quando invece bisogna farsi promotori di se stessi e del proprio modo di fare. E’ un interessante equilibrio, questo, e la nostra fortuna è racchiusa tutta lì”.

                                                                                                                    Marco Lo Prato – Leonardo Rosti

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