BarNacka #2

The Jacket off your back

3.425 Km possono cambiare la vita di tante persone.
3.425 Km possono rappresentare un ostacolo per molti, una sfida per pochi.
3.425 Km sono la rappresentazione fisica della follia allo stato puro di Kevin Kelly e dei suoi compagni, che hanno deciso di percorrerli tutti con forza, sudore, adrenalina e tanta passione.
È così che lo scorso inverno, durante una ghiacciata notte nel sud dell’Irlanda, inizia una storia meravigliosa, scritta da chi non ha nulla da guadagnare e tutto da perdere: da chi non sa e non vuole tapparsi le orecchie quando sente le grida da Oriente.

Kevin gestisce un’attività a conduzione familiare che si occupa di ripulire vecchie case abbandonate, sottotetti in disuso, cantine e qualunque cosa non veda la luce del sole da troppo tempo. Nel corso della sua lunga carriera è riuscito ad accumulare una quantità enorme di oggetti di ogni tipo, in particolare capi d’abbigliamento indossati solo da montagne di polvere. “Leggevo il giornale e parlavano della Grecia, di una remota area della Macedonia”, racconta Kevin, “ ero scandalizzato dal fatto che a spaventare quelle povere persone fosse l’inverno e il freddo che portava con sè. Nessuno sapeva come tenere al caldo i propri figli, come proteggerli dal mal tempo, con terra bruciata tutto intorno a causa degli scontri. ISIS, bombe, fucili…nulla di questo faceva paura; solo il freddo. Quel giorno a pranzo parlai a mia moglie di ciò che stava avvenendo lì e lei scherzando mi disse “ehi, con tutti quei cappotti che abbiamo nel furgone potremmo vestire la Grecia intera”. Lei scherzava, ma io no; adesso sapevo cosa fare”. Il giorno dopo Kevin accompagnato da un paio di amici va bussando a tutte le porte di Carlow, cittadina squisita, che senza pensarci due volte mette in piedi una vera e propria catena di montaggio, imballaggio e organizzazione, riuscendo in pochi giorni a raccogliere migliaia di indumenti, recuperare un enorme tir per il trasporto e una carta di credito con un qualche centinaio di euro per il viaggio. Ero incredulo, un’intera comunità si era data da fare; tutti avevano avvertito l’importanza del progetto, la sua impellenza. Chiunque aveva partecipato, chi più e chi meno, rifiutandosi di lasciare quelle persone sole.

La missione di questi ragazzi è semplice: vogliono far arrivare quei vestiti in Macedonia in tempo per il giorno di San Patrizio, facendo sì che una fetta d’Irlanda potesse aiutare chi ne aveva bisogno.

“Non è stato semplice partire e lasciare tutto: ognuno di noi aveva una famiglia e un lavoro, eppure questa era la nostra priorità, nulla contava di più. L’ostacolo più grade alla partenza è stato senza dubbio il fatto che la madre di mia moglie fosse davvero malata; le rimanevano ormai pochi giochi da vivere. Dissi a Sue di rimanere affianco a lei e lo avrebbe fatto se non fosse che quella vecchietta con sguardo arzillo la invitò a partire con noi, assicurandole di trovarla li al suo rientro per congratularsi con lei”.

A una settimana da San Patrizio Kevin, Sue e altri 5 ragazzi partono alla volta di Idomeni. Francia, Spagna, Germania, Austria, Italia e molti altri sono i paesi attraversati dal tir della speranza. “Un viaggio no-stop”, ci dice Kevin, “dove si dormiva a turno nel retro del Van con cui ci accompagnavamo, cercando di non sprecare nemmeno un minuto. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone fantastiche lungo il nostro tragitto, sempre pronte a tenderci una mano, consapevoli della portata umanitaria del progetto.”

Non sono mancati di certo gli intoppi. Come al solito il destino è beffardo e questi pazzi Irlandesi se ne rendono conto quando in Francia commettono un errore nell’immettere i pin della carta di credito comunitaria, bloccando così tutti il denaro raccolto per il viaggio e dovendo di qui in avanti far fronte, almeno per i successivi 4 giorni, solo sui pochi contanti che avevano a disposizione.

Dovevamo scegliere fra panini e benzina“, ricorda Sue , “e, si sa, i camion non camminano col prosciutto cotto. Abbiamo sofferto la fame, ma sapevamo che ne sarebbe valsa la pena”.

Dopo tanta strada, un po’ di neve, molta fame e tanto sonno, alle 18.30 di un giorno qualunque Kevin arriva con i suoi compagni nel campo profughi di Idomeni, con il van tutto addobbato con elfi verdi, coriandoli, striscioni e tanta allegria. Inizialmente la diffidenza è forte, ma pian piano che i ragazzi continuano a girare nel campo, tutti i bambini iniziano a rincorrerli: “È stata la giusta gratifica per il nostro viaggio, per il nostro impegno. Porteremo con noi ognuno di quei sorrisi, tutti diversi fra loro, alcuni pieni di gioia, altri di malinconia, altri ancora di speranza, ma tutti ugualmente importanti. Ho visto persone piangere per un paio di scarpe, altre litigare per un cappotto, prima di rendersi conto che ce n’erano abbastanza per tutti. Abbiamo conosciuto la disperazione, quella vera, quella che ti fa tremare di freddo e paura. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con diverse persone accampate li da mesi e c’è una cosa che ho capito; tutti sono costretti a combattere una guerra che non è la loro. Strappati via al loro essere, alle loro radici, sono profughi nell’anima, ai quali non è stata sottratta una casa, ma una vita…una patria“. Il loro viaggio si conclude qui, sulle labbra sorridenti di un bambino che stanotte dormirà al caldo, sulle guance bagnate di una madre il cui figlio non ha resistito fino all’arrivo di Kevin, sui vestiti finalmente asciutti di un padre che ha perso tutto per salvare la sua famiglia.

Quando li ho intervistati via Skype, Kevin e Sue erano da qualche parte al freddo nell’Irlanda del sud a raccogliere altri vestiti, altri viveri da portare ovunque ce ne sia bisogno. Il loro viaggio non è finito in Grecia, anzi proprio li ha avuto inizio.

Sue mi ha raccontato che al ritorno dal viaggio la madre se n’è andata, ma con gli occhi colmi di gioia e orgoglio.

Nessuno si scorderà di questi ragazzi e di quello che hanno fatto. Agiscono sempre a riflettori spenti, mai in cerca di pubblicità o di lucro, dando almeno un barlume di speranza a chi non aveva nemmeno un cappotto per coprirsi dal freddo gelido della guerra.

Giuseppe Nasta 

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Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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