BarNacka #2

Walk on the wild side

Vedo solo volti famigliari attorno a me, volti consumati, stanchi, immersi in posti consumati, vanno a lavoro, vanno alle corse o non vanno da nessuna parte. Io mi nascondo, nascondo la mia testa e in fondo lo trovo divertente nonostante sia difficile da sopportare. Come dicevo sono volti familiari, ma non ne conosco neanche uno o meglio non mi va di conoscerli o sono loro che non vogliono conoscere me. Questi uomini non si rendono conto di niente, salgono e scendono dal tram sotto casa, ognuno inconsapevole dei guai che quello seduto affianco a loro sta passando e viceversa, non sanno, non vedono, fingono di non sapere, fingono di non vedere e passano avanti, vanno oltre. Anche io voglio andare oltre, voglio correre, nascondermi, abbattere i muri che ci ostacolano, e raggiungere un posto dove le strade non hanno nome.

Suona strano sì, un posto dove le strade non hanno un nome forse non esiste, ma qui in città il nome della strada in cui abiti può dire tanto di te, addirittura il lato della strada in cui vivi può dire di che religione sei, da che parte del mondo vieni ma non solo questo, addirittura è possibile stabilire il tuo reddito. Non sarebbe meglio quindi auspicare un mondo senza strade o per meglio dire un mondo o in senso meno utopistico un posto per lo meno dove le strade un nome non lo hanno. Che importa sto fantasticando, il mio pungo continua a battere sullo stesso marciapiede lurido da mesi, che poi cosa sono i mesi, un ammasso di giorni, il tempo ci frega tutti, nessuno può fermarlo, neanche i potenti, questo ci accomuna infondo, la soggezione al dannatissimo tempo, chi ne ha troppo si lamenta perché si annoia o perché è troppo vecchio, chi ne ha poco si lamenta perché non ne ha mai abbastanza, nessuno è contento, nonostante tutti oggi abbiano tutto, io sarei contento semplicemente con un’altra birra.

Comunque sia io aspetto, aspetto quell’uomo che deve venire, tanto passa sempre di qua a portarmi un po’ di felicità, già deve arrivare, arriverà prima o poi, ma è meglio che si sbrighi anche perché mi sento sporco, più morto che vivo. Ci ho messo due giorni per rimediare questi venti euro che stringo nel mio pugno e sono sicuro che a breve lo vedrò arrivare, vestito tutto di nero, so aspettare, è la prima cosa che ti insegnano, posso aspettare, tanta ho tempo. Questi ancora camminano, ma dove vanno mi chiedo io, poi così di fretta, se solo quel bastardo vestito di nero andasse un po’ più di fretta, per fortuna so aspettare. Sono intrappolato è questa la verità, catene mi tengono al suolo; pure è vero che quando sono arrivato qui pensavo di avere la città ai miei piedi, credevo che tutto fosse magico, tutto fosse un miracolo, specialmente di primavera, ma la logica ti frega, ti rende dipendente, nonostante ci siano momenti in cui tutto il mondo dorme e le domande corrono velocemente forse troppo velocemente ecco, ecco spiegato perché sono qui, non ho retto i ritmi, il mondo è troppo veloce per uno come me, ma allora cosa ho imparato, niente in realtà niente, non so neanche chi sono.

Guarda, guarda quello che cammina infondo alla strada, tra gli alberi si quello la, cosa direbbe se lo si chiamasse radicale, cinico, infame, potrebbe dire solo una cosa, e nessuno potrebbe controbattere, quello ti risponderebbe che è così per essere accettato, come biasimarlo non ha fatto nulla di male, mica ha scelto lui di nascere, di muovere passi su questa terra così corrotta. Io ho scelto invece di ridurmi così, povero me, povero un cazzo, la colpa è solo mia, ma chi ha la forza di lottare, alzarsi è impossibile ed è anche scomodo e poi tanto piove, e non è vero che non può piovere per sempre, spero solo che quell’uomo in nero arrivi presto.

Francesco Oreste 

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