BarNacka #3

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Il 6 Agosto 2014 un uomo viene trovato morto all’interno della sua cella di isolamento nel carcere di Zurigo. È il macabro apice di una vicenda iniziata in modo altrettanto drammatico poco più di otto mesi prima sulle piste da sci di Méribel, nel cuore delle Alpi francesi. Vicenda che andremo a scoprire soffermandoci su un aspetto in particolare: l’attenzione mediatica riservata al fatto.

Michael Schumacher è, numeri alla mano ma non solo, il più grande pilota automobilistico di sempre; in poche parole, una vera e propria leggenda dello sport. È sempre riuscito nel corso della sua carriera a salvaguardare la vita privata sua e della sua famiglia in modo sorprendente.

Il 29 Dicembre 2013, poco più di un anno dopo il suo definitivo ritiro dalle corse, Michael stava trascorrendo una giornata sugli sci con il figlio, quando all’intersezione fra due piste per principianti batte violentemente la testa contro un sasso dopo una banale caduta. Viene ricoverato d’urgenza all’ospedale di Grenoble, dove rimarrà per ben 155 giorni in coma come conseguenza delle operazioni subite per rimuovere gli edemi cerebrali.

Per alcune ore dopo il ricovero, la severità dell’incidente non è ben chiara. Stando alle comunicazioni ufficiali della manager Sabine Kehm si tratta di un trauma di poco conto, tanto che alla notizia non viene dato peso nei telegiornali o nelle edizioni online dei quotidiani. In serata, invece, emerge tutta in una volta la gravità delle condizioni di Schumacher, facendo sì che un esercito di media si accampi nel parcheggio dell’ospedale per fornire una copertura continua della notizia. I medici tengono conferenze stampa almeno una volta al giorno per spiegare in che condizioni versa il pilota e come intendono agire, chiedendo però di essere lasciati liberi di lavorare con serenità in cambio di questi frequenti aggiornamenti. Eppure ad alcuni non basta, vogliono di più. Così, un ignoto inviato decide di tentare il tutto per tutto: si traveste da prete e prova ad intrufolarsi nella stanza del campione in fin di vita per scattare una foto. Fortunatamente viene intercettato dalla sorveglianza e prontamente allontanato.

Quella foto non è mai stata scattata, ma il gesto rimane. E colpisce. Perché l’informazione obbedisce come tutto alle leggi del mercato, quindi il prodotto risponde alle esigenze degli utenti. Siamo stati tutti noi a spingere quell’uomo verso la stanza di Schumacher. Per cosa, poi? Per vedere un grande campione in difficoltà, rendendolo così più umano? Per la semplice curiosità di sapere come si presenta agli occhi una persona in fin di vita? Non è desiderio di sapere questo, ma morbosità fine a sé stessa. Morbosità che non conosce barriere, che non si ferma nemmeno di fronte al dolore di una famiglia alla ricerca della tranquillità necessaria per affrontare un tale dramma.

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I tifosi si radunano silenziosi sotto la sua finestra nel giorno del suo compleanno, a meno di una settimana dell’incidente. Srotolano, questa volta con la delicatezza che si usa nel posare una coperta su chi dorme già, l’enorme bandiera Ferrari a forma di cuore con cui festeggiavano sotto il podio le vittorie di Michael. E stanno lì, fermi, senza fare rumore, senza chiedere niente in cambio. Attorno a loro, i media si affannano per trovare qualcosa, qualunque cosa, da dare in pasto al grande pubblico, a chi crede di avere il diritto di ciarlare sulla vita di un uomo come fosse solo un’altra corsa in macchina.

Con il passare dei giorni le condizioni del pilota si stabilizzano, mentre i bollettini medici si fanno via via più radi. Dello stato di salute di Schumacher si sa poco, esclusivamente attraverso le parole della Kehm, che si è fatta carico del compito di far rispettare la privacy della famiglia. Questa riservatezza fa sì che le bufale e le speculazioni senza fondamento siano all’ordine del giorno, specialmente sul web. Ogni volta che il silenzio pare calato sulla vicenda, Sabine Kehm si trova puntualmente costretta a smentire progressi insperati o improvvise ricadute, ma è un’opera vana. I siti web fanno views, i giornali scandalistici vendono copie, i lettori hanno di ché parlare e poco importa se ad alimentare questo ciclo non sia la verità. Non è la verità che il pubblico vuole, ma l’intrattenimento.

A metà Giugno Michael esce finalmente dal coma e viene trasportato in un centro di riabilitazione a Losanna; il trasferimento dell’illustre paziente viene affidato alla Rega, azienda di trasporti ospedalieri con base in Svizzera. Un dipendente della ditta coglie l’occasione al volo e trafuga le cartelle cliniche con l’intenzione di rivenderle per almeno 50’000 € alle testate interessate. La Kehm riesce a impedire la diffusione dei dati preparando preventivamente denunce con richieste di risarcimento danni esorbitanti, pronte all’uso in caso qualcuno decidesse di pubblicare le cartelle rubate. Il ladro viene rintracciato e, dopo un primo interrogatorio, rinchiuso provvisoriamente in carcere a Zurigo. Si impiccherà quella stessa notte, senza lasciare testimonianze scritte, forse divorato dai sensi di colpa, forse spaventato dalle conseguenze del suo gesto.

Come siamo stati noi a spingere il giornalista travestito da prete nella stanza di Schumacher, siamo stati noi a stringere il cappio al collo di quest’uomo. In un mondo giornalistico alla ricerca del profitto come mai prima d’ora, i lettori hanno il potere, e dunque la responsabilità, di farsi raccontare solo ciò che è giusto sapere. La verità dev’essere divulgata per informare, non per intrattenere.

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