BarNacka #3

I cercatori

71887Quando mi chiedono quale potrebbe essere la primissima forma della Verità  nel momento in cui si materializza di colpo di fronte a noi, penso sempre a Edwin Drake. 

Edwin era un ex conducente di locomotive, congedato a 38 anni perché schifosamente cagionevole. Nel 1858 si stabilisce in una minuscola concessione situata  a Titusville, un paesino di 130 anime della Pennsylvania. Faceva parte di quel piccolo e folle gruppo di investitori americani che pensava che il petrolio potesse avere un uso e degli sbocchi commerciali. Cordata che poneva la sua base su un’idea ancora più folle: considerare la possibilità di estrarre il petrolio dal sottosuolo pompandolo nella stessa maniera in cui si facevano con l’acqua.

Chiaramente i primi tentativi di Drake vanno a vuoto, costruisce la prima torre di trivellazione assemblando un legnetto con una trivella a bilanciere. Una serie di esperimenti fallimentari durati quasi un anno, che portano la Seneca Oil Company (compagnia che finanziava le attività) a dargli un ultimatum: se continui a non ottenere risultati, a settembre ti chiudiamo il rubinetto dei soldi.

La sera del 29 agosto 1859, prima ancora che la lettera contenente il termine ultimo per le sue operazioni gli fosse consegnata, il primo zampillo di petrolio fuoriesce da un buco della profondità di 20 m. Quando si scopre una Verità ci si deve sentire proprio così, come inondati da altissimi getti di petrolio. Un bagno caldo in mezzo a qualcosa che  hai sudato per poterlo afferrare fino al nucleo più profondo.

Ma se gli strumenti  di un trivellatore in cerca di un giacimento petrolifero sono trapano, trivelle e olio di gomito, gli strumenti che il reporter usa per scovare un giacimento di Verità solo le domande.

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QUANTO COSTA?

Tanto. Non pensate solo alla mole di soldi, tempo ed energie spese per scoprire una Verità. Mettere insieme un’inchiesta giornalistica vuol dire scavare in un punto dove il terreno è già stato smosso. Verrebbe da aggiungere un disclaimer per ogni reporter che La cerca: “indaga responsabilmente”.

Pensate a 60 Minutes, monumento americano delle reporting news. Un programma di attualità della CBS nato nel 1968 con lo stesso intento di BarNacka: fare una rivista.

Nessuno ha trattato il giornalismo investigativo con lo stessa leggerezza tipicamente anglosassone. La genialità di Don Hewitt, autore del programma, è stata di rendere un potenziale tomo pieno di orrori di guerra e ingarbugliate questioni politiche, sottile e facilmente sfogliabile come una rivista di approfondimento. Vedendo una delle puntate di 60 minuti sembra di scorrere le pagine su editoriali brillanti e dal taglio trasversale, anche se visivamente ti trovi di fronte ad uno schermo e non a un supporto cartaceo.

Ecco, persino un’emittente dove filtro e censura sono parole sconosciute (entro certi limiti del decoro), ha cominciato a scricchiolare quando alcune Verità si sono rivelate esageratamente scomode per il network o messe in dubbio da media non mainstream.

Il primo caso è raccontato con dovizia nel film “Insider”, Al Pacino interpreta Lowell Bergman,  cronista d’assalto che prepara servizi per 60 Minutes, Russell Crowe è Jeffrey Wigand, un ricercatore che è stato appena licenziato da un’azienda del tabacco e avrebbe una storia sul metodo a dir poco tossico con cui l’azienda tratta la nicotina. 

Quando Wigand decide di rilasciare un’intervista per 60 Minutes, la società di sigarette entra in modalità Mafia Organizzata, facendo terrorismo psicologico sul ricercatore con lettere minatorie e pedinamenti.

Wigand vede le solide certezze del suo mondo crollare come una marea che si alza lentamente e a più riprese bagna un castello di sabbia. Perde il lavoro, perde la moglie che non regge lo stress degli avvertimenti dell’azienda di tabacco e le due figlie che la mamma si porta con sé.

Il potere di questa multinazionale del tabacco è così forte che può prendere una Verità, manipolarla e azzerarne la pericolosità. Anche se passa da un impero dell’informazione come la CBS, con tutte le prove che certificano sia autentica.

Arriva persino a ricattare l’intero network con un cavillo legale dello spessore di una punta di un ago, ma che può infilzare la CBS e farle perdere tanto sangue (cioè soldi). La CBS riduce l’intervista di Wigand, tagliando sul segmento in cui spiega scientificamente come pompano le sigarette con sostanze assuefacenti.

Nel montato originale si vedono i 7 amministratori delegati delle più grandi industrie di tabacco americano negare che la nicotina crei dipendenza, Wigand li chiama i sette nani, ma dall’aspetto sembrano più sette lucertoloni con grossi solchi di rughe. 

La trappola giudiziaria messa in campo dalla lobby del tabacco è una tagliola delle proporzioni di un grattacielo. Non importa che la fonte sia attendibile, che la notizia sveli il lato marcio di una azienda, che la notiziabilità sia da peabody award, quando tocchi un colosso commerciale dotato di lunghissimi tentacoli, farà di tutto per schiacciarti.

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Un’altra potenza che può influire sulla Verità è quella politica, come nel secondo caso, che viene narrato nel film The Truth con Cate Blanchett nei panni di Mary Mapes, una storica reporter della  CBS.

60 Minutes è sempre il programma-palco, il film racconta il caso Rathergate: come il servizio sui favoritismi militari a George W. Bush è stato costruito dalla A alla Z e come è stato smontato dalla Z alla A.

La Mapes, che non è una producer qualunque della CBS ma lavora al fianco di Dan Rather, conduttore  e cofondatore di 60 Minutes, è da qualche anno che segue una pista di presunti trattamenti privilegiati che Bush avrebbe ottenuto  dagli Ufficiali della Texas Air NG, l’accademia di aeronautica dove aveva svolto il servizio militare come pilota anziché essere arruolato per il Vietnam. Congedi da addestramenti e da training obbligatori. Insomma,  roba mediaticamente esplosiva.

Però l’occasione buona arriva solo nel 2004, a due mesi dalle elezioni presidenziali americane un ex-colonnello della National Guard dichiara di avere prove della manomissione di documenti riguardanti la carriera militare di Bush presso la Texas NG. Per la Mapes è materiale sufficiente a lavorare su un’inchiesta.

La Mapes, tallonando la fonte che aveva spifferato dei documenti falsificati ottiene due cose: l’intervista del colonnello e la copia di uno dei documenti. Quanto basta per montare il servizio che potenzialmente avrebbe potuto far crollare l’indice di gradimento di Bush a ridosso delle elezioni.

Ma è qui che entra in gioco il media non mainstream, dopo la messa in onda del servizio, un blog repubblicano spiega come sia impossibile che quel documento sia stato stampato negli anni 70’, la spaziatura tipografica dell’apice “th” all’epoca non era in uso. La blogosfera di destra dimostra in poco tempo che il documento, per come è stato presentato, potrebbe essere stato realizzato facilmente utilizzando Microsoft Word nelle sue impostazioni di default.

Da qui, la credibilità del programma viene seriamente minata. Alcuni degli esperti che avevano fatto i controlli sul documento, confermano che sarebbe potuta essere trascritto a Word. Il punto della questione è che non si potrà mai sapere. Dato che quel documento, altro non è che una copia.

Però c’è l’intervista al Colonnello, c’è un video in cui Killian (comandante dell’esercito che aveva firmato il presunto documento) allude ai doveri militari non ottemperati da Bush, eppure non sono prove deontologicamente forti per far valere la tesi iniziale. Infatti tutti i giornalisti coinvolti nella produzione del servizio vengono, uno ad uno, licenziati dalla CBS.

Una verità incrinata non da ricchi magnati, ma da blogger repubblicani, che hanno colpito su quella minuscola parte di fianco scoperta dal servizio della Mapes.

“Perché fai il giornalista?” è la domanda del più giovane membro dello staff della Mapes a Dan Rather.

“Curious” (Perché sono curioso).

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DOV’È LA VERITÀ?

di Marco Lo Prato 

In principio la Verità era un concetto prettamente religioso. Si annidava negli alti piani del cielo e solo pochi eletti potevano acquisirne la conoscenza. Sacerdoti, fondamentalmente. Che poi divulgavano nelle messe e si facevano portatori della parola del Signore. In tutte le civiltà della storia è stato così: la verità non si mostra, la verità è per pochi. Faceva quindi parte dell’insieme di quei Misteri che da sempre appartengono alla nostra cultura, quelle entità che rivelano il Grande Spirito e il rapporto tra le nostre vite e le divinità. Qualcosa che non va per forza capita, ma semplicemente vissuta e accettata, dai limiti alle possibilità che essa ci dà. La fede era uno strumento enorme e con il tempo è diventata un modo per controllare le masse e indirizzare l’opinione. Con il tempo, la verità ha finito per farsi corrodere dal degrado che aveva intorno: la politica i cui esponenti sono diventati sempre più infimi, sempre più arrivisti. L’economia che regge il mondo che si è mostrata una grande bolla pronta ad esplodere da un momento all’altro. Il malaffare, determinato a far fortuna lì dove si sono formate situazioni d’incertezza e vacillamento di potere. Il mondo, si può dire, è degli opportunisti. E chi ci guadagna, in questo mondo, quando il popolo sa la verità?

Può sembrare un discorso tremendamente populista, per cui mi divincolo subito dal filone delle domande provocatorie fini a se stesse e mi sposto nel campo dei fatti. La verità del resto è un fatto. Dove possiamo trovarla?

Per rispondere a questa domanda viene in mio soccorso un film che recentemente ha avuto un clamoroso eco mediatico. Il Caso Spotlight, vincitore del Premio Oscar per miglior sceneggiatura originale e miglior film. La storia, grossomodo, è conosciuta: una branca di giornalisti del Boston Globe – Spotlight, appunto – spinti da Marty Baron, neo-direttore del giornale appena arrivato da Miami, imbastisce un’inchiesta dopo che un prete viene accusato di abusi su minori. E il vaso di Pandora viene scoperchiato.

Per la prima volta, si collegano tutti i puntini: i casi di pedofilia da parte della curia non vengono più depennati a semplici casi di cronaca locale, ma sono messi in correlazione tra loro fino ad evidenziare il meccanismo perverso che porta i sacerdoti ad essere protetti dalla macchina della verità: commetti un abuso? Vieni spostato in un’altra parrocchia con qualche pretesto che non adduce minimamente al crimine vergognoso che hai commesso.

In tutto questo, Boston è una città molto cattolica. Le istituzioni stesse, come ad esempio i tribunali, sono popolati da giudici cattolici e la squadra di giornalisti si trova presto sola. Eppure la verità era lì, davanti a loro: non c’era nemmeno bisogno di cercare indizi, bastava prestare più attenzione a quello che succedeva fuori, a Boston. Nessuno vuole parlare del marcio del mondo della chiesa perché si pensa che ormai le abitudini sono talmente radicate nel tempo che risultano praticamente impossibile da rimuovere. Eppure c’è chi persevera, chi non demorde, chi crede ancora nella figura del giornalista d’inchiesta che indaga e arriva per vie traverse alla Verità.

A livello cinematografico, il Caso Spotlight risulta una perfetta messa in scena di tutti i meccanismi che scattano all’interno di un’inchiesta giornalistica. Tutti i passaggi sono minuziosamente descritti e i colpi di teatro rivolti al minimo indispensabile. Il film è essenziale e necessario per tutti quelli che desiderano fare questo lavoro: scrivere è terribilmente inflazionato come mestiere. Ma scrivere per bene le cose come stanno? Quanti professionisti esistono in grado di fare questo?

Il vero giornalista lo vedi dalle piccole cose.

Cercando di andare oltre il semplice cinema, Spotlight rappresenta uno scossone importante per un mondo in lento declino. Il giornalista è sempre più spesso (la maggior parte delle volte a ragione) calpesto e deriso da una critica impietosa e da un pubblico sempre più avido e onnivoro. Tutto è giornalismo, niente è giornalismo. In un momento del genere, con l’esplosione del web journalism e del fenomeno dei citizen journalist, è fondamentale ricordarsi dove tutto ha iniziato. Si è soli con la propria penna e la propria curiosità, il proprio coraggio. Il bisogno fisiologico di scavare lì dove si sente puzza di fogna, per portare a galla qualche pericoloso scheletro. Non scrivere la verità in modo fine a se stesso, ma con uno scopo. Un’idea in testa, un ideale deontologico di fondo.

Troppo spesso ci dimentichiamo cosa vuol dire la parola deontologia, il cardine del lavoro del giornalista.

Ideologicamente, la verità si divide in quella aulica e in quella sporca e nuda, quella che tutti i giorni vediamo per le strade o si nasconde dietro le porte delle multinazionali o di chi ci governa. Ad una si può ambire tramite un percorso religioso, l’altra va conquistata con il coraggio e la forza di dire di no, di essere curiosi, di andare oltre l’apparenza e capire fino in fondo le cose, spremendo le nostre sinapsi fino a che il quadro davanti a noi si fa chiaro, lampante.

Perché siamo alla ricerca della verità, del resto? Forse perché semplicemente non ci arrendiamo all’idea che non esista qualcosa di giusto. E facciamo in modo che il desiderio di giustizia, nonostante tutto, continui a vivere.

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Passata la prima forma di Verità e il grande fermento iniziale del voler fare sapere, si inquadra l’ambiente. La Verità circola in una sorta di mercato delle notizie. Anche a trovarla per primo, battendo gli altri sul tempo, il reporter deve gestire l’impianto di informazioni acquisite.

Se si offre troppo (o nella modalità sbagliata), quella Verità scoperta perderà lentamente di valore.  Esattamente come i barili di petrolio che Edwin Drake decise di vendere in quantità industriale. Perché un altro reporter la potrebbe usare meglio, perché rimbalzerebbe sul web al punto di non riuscire più a localizzare l’origine della fonte, perché un altro reporter la potrebbe usare contro il reporter che l’ha diffusa.

Nel 1861, due anni dopo la prima trivellazione di Drake, un barile era sceso a 10 centesimi, arrivando a rendere il petrolio un prodotto meno cara dell’acqua.

L’inflazione generata dalla pessima gestione della sua scoperta, portò in rovina prima la Seneca Oil  e poi lui stesso. Drake venne licenziato dalla compagnia nel 1862, ricevuta un’indennità di 731 dollari, visse il resto della sua esistenza in profonda miseria e morì qualche anno più tardi quasi totalmente invalido.

Aggiungere un secondo disclaimer per i cercatori di Verità: “entità fragile, maneggiare con cura”.

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