BarNacka #3

Il bisogno della verità #3

Questo mese, per raccontarvi quello che vi aspetta nel numero che state sfogliando di BarNacka, da una figura che con il mondo del giornalismo non c’entra assolutamente nulla: Leo Burnett.

Burnett è stato uno dei più grandi pubblicitari della storia del Novecento. La sua agenzia è leggenda, così come il cesto di mele rosse all’entrata dell’edificio (per accogliere i nuovi clienti con un semplice gesto di benvenuto) e le matite nere che sono diventate simbolo della sua attività.

Voi direte, che c’entra un pubblicitario quando si parla di verità?

Burnett era un pubblicitario, è vero.
Ma vi chiedo di arrivare fino in fondo alla storia, prima di emanare un giudizio. Perché spesso il mondo dell’advertising viene bandito quando si parla di essere veri e mostrare le cose come stanno. Uno dei diktat dei creativi del resto è: “Quando non sai cosa dire, fai spettacolo”. Tuttavia Burnett, che ha incominciato a operare nel mondo della pubblicità a metà degli anni Trenta, era una creatura antitetica rispetto al mondo in cui viveva. Innanzitutto aveva aperto la sua agenzia a Chicago, non a New York. Aveva voluto rimanere lontano dalle luci di Madison Avenue, la via dell’advertising.
La sua agenzia era fedele ai valori che l’avevano portato ad essere uno degli uomini più potenti al mondo: genuinità, dedizione, semplicità.

Del resto Burnett era una figura decisamente poco appariscente, lontano anni luce da figure mitologiche dell’advertising come Bill Bernabach o David Olgivy. Loro sì che rappresentavano la quintessenza dell’estro, della creatività. La pancia crescente, la calvizie e l’intramontabile cartelletta di pelle nera facevano del nostro Burnett un uomo incredibilmente semplice, capace però di grandi intuizioni: il Cowboy Marlboro e Tony la Tigre, simbolo della Kellogg’s Frosties, sono opera sua. Squarci di grandezza che non si rivelarono fini a se stessi. Ma la grandezza di uno dei colossi dell’advertising venne totalmente alla luce la mattina del primo dicembre del 1967. Era in corso l’annuale colazione aziendale e Burnett prese parola:

“Da qualche parte, una volta che sarà fuori dai giochi, voi – o i vostri successori – potreste voler fare a meno del mio nome… Ma lasciate che vi dica quando potrei essere io a chiedervi di togliere il mio nome dalla porta: quando passerete più tempo a fare soldi invece che fare advertising, il nostro tipo di advertising. Quando perderete la vostra passione per l’accuratezza, quando giungerete a conclusioni sbrigative… Quando la vostra principale preoccupazione diventerà una questione di dimensioni, di diventare grandi, piuttosto che affrontare un buon, duro e meraviglioso lavoro. Quando inizierete a parlare dicendo di essere una meravigliosa agenzia creativa e smetterete di esserlo”.

Avrete capito che la pubblicità non c’entra assolutamente nulla. Questo personaggio, in cui mi sono imbattuto nel corso dei miei studi, ha parlato ai suoi dipendenti di principi e di etica, due argomenti troppo spesso dimenticati. Ha fatto leva sulla coscienza di ognuno di loro, spronandoli a dare il massimo, ogni singolo giorno. A non dare niente per scontato, a conquistarsi ogni centimetro del loro futuro. Non si stava parlando di lavoro, ma di vita. Quella che si impara giorno dopo giorno e che non si inganna mai.

George Orwell scrive: “Per vedere quello che abbiamo davanti al naso serve uno sforzo costante”. Ed è incredibilmente vero. C’è bisogno di coraggio, in ogni istante, per avere le capacità di scoprire, conoscere, contestare. Lo sforzo costante ti porta dove in molti non vogliono arrivare, per mille motivi. Lo sforzo costante ti conduce a quelle verità che si celano nella nostra società, a sfatare quei luoghi comuni che pensavi imperanti e invece si rivelano nient’altro che fumo negli occhi. No, non è tutto qui. Se ci si arrende all’idea che siamo figli della crisi o che le associazioni criminali governano il mondo o, ancora, che l’individuo per emergere dalla massa può solo compiere imprese straordinarie, allora è davvero tutto finito.

Nel nostro piccolo, abbiamo detto di no. Nel nostro piccolo, vogliamo continuare a parlare di quello che vediamo, raccontare il mondo per come risulta ai nostri occhi. È per questo che questo mese BarNacka vuole rendere omaggio a chi non ha mai smesso di dire la verità, anche se nessuno gliel’aveva chiesto. Abbiamo affrontato una riflessione sul senso di essere giornalisti, sul bisogno di raccontare semplicemente quello che accade, quello di cui tutti siamo testimoni e che troppo spesso ci paralizza, ci attanaglia. E voi ve lo siete mai chiesto perché si sente il bisogno di raccontare la verità?

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