BarNacka #3

Il Podio dei rifiutati

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Parlare della critica d’arte è sempre complesso, così come chiarire in poche parole il ruolo del critico d’arte. La sua sensibile descrizione sviscera concetti nuovi ed emozioni che a un occhio profano possono sfuggire e non rivelarsi. Non si tratta solo di arrivare a una sentenza “l’opera è bella – l’opera è brutta”. Il critico sa andare oltre, il suo occhio sa cogliere prima degli altri il cambiamento. È una vibrazione che si intravede tra le pennellate in un quadro, nei colpi di scalpello che modellano una scultura. La critica non è un concetto nuovo, nel corso della storia dell’arte c’è sempre stato l’intento di catalogare, etichettare e inquadrare un preciso movimento o fenomeno. La volontà di razionalizzare una “rivolta culturale” analizzandone cause e conseguenze. Chiarire la cesura, lo stacco, il perché da un certo momento in poi, le cose siano cambiate.

Parigi nella seconda metà del 1800 è in  fermento. Nel 1855 si è svolta la prima exposition universelle, fucina di nuove idee in ambito agricolo, industriale e anche per le belle arti. Artisti e poeti accorrono nella capitale, che è cieca nei confronti di un rinnovamento culturale. Il faro per il campo artistico è l’Académie des beaux-arts che, con cadenza biennale, organizza al Louvre il Salon ufficiale dove vengono esposte le opere che,  secondo la critica e il pubblico parigini, rientrano nei canoni estetici e tematici imposti. Un’arte ancora strettamente legata all’accademismo che ignora la possibilità di rinnovarsi. La giuria del Salon ha sempre ricevuto opere che in seguito venivano rifiutate ma il 1863 è un anno che si rivela cruciale per l’avvento di un nuovo modo di fare arte. In quell’anno la giuria, secondo le fonti, rifiuta più di 3000 opere. In seguito a numerose proteste l’imperatore Napoleone III decide di allestire un’esposizione parallela al Salon ufficiale dove saranno accolte le opere rifiutate, il  Salon des Refusés. È il critico Émile Zola che con poche parole ferma la situazione culturale parigina, come in una polaroid:

Proprio in questi ultimi anni abbiamo avuto sotto gli occhi un esempio molto interessante ed istruttivo. Intendo parlare delle esposizioni indipendenti fatte da un gruppo di pittori soprannominati “gli impressionisti”.

“Certo che sarebbe un sogno: fare a meno dello Stato, vivere indipendenti. Il guaio è che le convenzioni sociali, in Francia, non rientrano in questa forma di indipendenza”

“ Interrogo il futuro, e mi domando qual’è la personalità che sta per sorgere, abbastanza aperta, abbastanza umana per capire la nostra civiltà e introdurla nel mondo dell’arte interpretandola con la grandezza magistrale del genio”

La frequentatissima esposizione diede una scossa alla critica parigina, che pur giudicando e disapprovando le opere si rese conto anche senza ammetterlo, di trovarsi di fronte a una svolta artistica che segnerà la fine dell’ 800 e parte del ‘900. A distanza di anni, più precisamente nel 1910 alle Grafton Galleries di Londra, l’arte impressionista e in particolare quella post impressionista, avrà problemi a fare breccia nella scettica società d’Oltremanica.

La borghesia inglese ha ancora gli occhi pieni delle opere di Lawrance Alma-Tadema , intrise di raffinatezza e romanticismo. Una luce brillante, soggetti femminili e una profusione di fiori sono i protagonisti delle tele di Lawrance, tanto care all’alta società inglese, conservatrice e pigra nel voler scoprire nuove correnti artistiche.

Tuttavia, a differenza dell’ambiente borghese, le Grafton galleries non erano nuove alla ventata fresca dell’impressionismo.  Già nell’inverno del 1905 ci fu un’importante rassegna impressionista organizzata da Paul Duran-Ruel, mercante d’arte parigino. Alla personalità di Roger Fry era già nota l’importanza della nascita del movimento francese ma il suo sguardo è focalizzato su quello che verrà dopo. Era già interessato alla corrente artistica che lui stesso decide di battezzare come “post-Impressionismo”. Anche se il termine nasce con l’intento di raggruppare artisti che lavorano in un determinato periodo, Il rinomato critico riesce a notare lo stacco che c’è tra questi due movimenti. L’intendo di Fry era di mostrare il superamento della lezione impressionista da parte di artisti come Cezanne, Van Gogh, Gauguin e Munch, che influenzeranno non solo la produzione artistica del secolo appena iniziato, ma la definizione stessa di “arte” che non sarà più solo espressione di qualcosa, diventando realtà autonoma con regole e caratteristiche proprie.

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La mostra di Fry apre i battenti l’8 novembre del 1910, seguita poi da una seconda sempre a tema post-impressionista nel 1912. Fu la prima figura che cercò di sensibilizzare il pubblico britannico e gli offrì  l’opportunità di farsi un’idea su questo movimento nascente che fino a quel momento era rimasto nell’ombra per poi esplodere, come una tempesta di colori.

Londra è all’improvviso scossa da un tuono. Ma questa volta non arriva dal cielo plumbeo e quasi perennemente grigio, come se fosse annoiato dalla monotonia borghese. Il tuono arriva dalle Grafton Galleries. Prima un lampo giallo, poi rosso e un altro verde. I colori sono brillanti, vibranti, vivi anzi vivissimi. Sembra quasi che vogliono afferrarti per farti entrare nel quadro. I colori danzano in vortici, colpiscono, provocano. Gli occhi dei visitatori sono sgranati, rimangono a bocca aperta di fronte a prati blu e alberi viola.

Non mancano le critiche, tutte queste novità fanno girare la testa e a chi soffre di vertigini ed è così affezionato al vecchiume rischiano di far fare le capriole allo stomaco. La novità è un piacevole salto nel buio ma pochi vedono la luce alla fine e ne sanno dare un senso. Fry ride sotto i baffi, seduto nel suo studio. Le critiche, ma soprattutto l’audacia, muovono la polvere. Come quando si apre una stanza dopo tanto tempo che è rimasta chiusa. La polvere non sparisce subito e l’aria stantia impiega qualche minuto per lasciare spazio a quella fresca e nuova che entra dalle finestre.

Gli ultimi visitatori lasciano la galleria, aprono gli ombrelli neri e si allontanano sotto una pioggia sottile. C’è chi apprezza e chi disprezza, chi dice che questo tipo di arte morirà insieme ai suoi padri e chi crede che sarà immortale. Il 15 gennaio 1911 nessuno ha ragione e nessuno ha torto. Solo Fry ha la certezza di aver finalmente “aperto le finestre”. 

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Anna Saldarini 

Brianzola di nascita ma adottata dal Friuli, vivo in una bolla rosa piena di libri d'arte.

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