BarNacka #3

Il web: un’occasione, una responsabilità

A man is silhouetted against a video screen with a Twitter and a Facebook logo as he poses with an Dell laptop in this photo illustration taken in the central Bosnian town of Zenica

È sufficiente un like o un clic di mouse su “condividi” per consentire a una qualsiasi notizia di diffondersi liberamente tra i numerosi utenti che “vivono” il web. Ma cosa succede se quella notizia è falsa? A chi tocca assumersi la responsabilità, ad esempio, di un contenuto che potrebbe risultare persino offensivo? Se un quotidiano, di quelli acquistabili normalmente in un’edicola, deve rispettare delle precise norme, l’informazione online ha in Italia la stessa tutela legislativa?

“Non trova pertanto applicazione per blog, mailing list, chat, newsletter, e-mail, newsgroup, ecc. la tutela costituzionale di cui al terzo comma dell’art. 21 della Carta fondamentale. I predetti “siti” conseguentemente sono sequestrabili. L’assunto rappresenta una rilevante conferma della non assimilabilità del mondo telematico a quello della carta stampata […]”.

Questo è parte di quanto dichiarato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 10594/2014 il 5 marzo 2014.

Ricorreva l’anno 2012 e il Fatto Quotidiano sulle pagine web della sua testata, Saturno, riportava la notizia secondo cui l’allora Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, Andrea Carandini, insieme a sua figlia, avrebbero utilizzato fondi pubblici l’uno per il restauro di una proprietà privata e l’altra per la realizzazione di un documentario per la casa di produzione di cui era titolare. La denuncia non si è fatta attendere e Carandini ha, infatti, rivolto l’accusa al quotidiano di diffamazione per mezzo stampa ottenendo in questo modo il sequestro preventivo dei due articoli. Il ricorso alla Corte di Cassazione presentato dal quotidiano per avvalersi del diritto di critica e dell’illegittimità del sequestro ha messo in evidenza, oltre alla “non assimilabilità del mondo telematico a quello della carta stampata” e quindi all’errore commesso dalla testata di appellarsi alla Legge sulla stampa del 1948, la libertà di manifestazione del proprio pensiero attraverso la parole, lo scritto o ogni altro mezzo di diffusione, espressa nell’articolo 21 della nostra Costituzione. In tal senso, i due articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano, se pure diffusi sul web e se anche lesivi nei confronti di un altro soggetto, rispettavano quel diritto di cronaca e i requisiti ad esso annessi (veridicità, pertinenza del contenuto e interesse pubblico), che può quindi essere applicato anche alle informazioni online e che ne impediscono qualsiasi forma di sequestro o di censura.

Quanto sostenuto dalla Suprema Corte in questa particolare circostanza rappresenta una chiara testimonianza di quella vacatio legis esistente nella disciplina delle informazioni che sempre più frequentemente circolano liberamente sul web.

È da qui che si sviluppa quella fitta rete di informazioni nella quale ogni giorno a noi utenti viene affidato il compito di districarci per ricercare veridicità, attendibilità e pertinenza con la realtà.

È attraverso internet che oggi riceviamo le notizie più importanti. La diffusione dei social network, Facebook in primis, ci ha letteralmente catapultati in un mondo fatto di notizie (talvolta false) che circolano liberamente alla velocità della luce. Un caso lampante è rappresentato dal noto sito Wikipedia, nato da un progetto lodevole e innovativo ma che ha mostrato nel tempo molti limiti relativi alla serietà e attendibilità dei “contenuti condivisi”. Milioni di studenti si affidano a questa enciclopedia online inconsapevoli della scarsa affidabilità dello stesso sito, forse ignorando persino che tutti hanno la possibilità di aggiungere o modificare voci già esistenti sino al punto di diffondere vere e proprie bufale: gli aborigeni australiani venerano una divinità, chiamata Jar’Edo Wens, una divinità che (ahimè) non è mai esistita, ma che è solo il frutto di una balorda invenzione sopravvissuta su Wikipedia per ben nove anni, nove mesi e tre giorni.

Uno dei più grandi “pericoli” del web è, infatti, quello di non essere più in grado di riconoscere una fonte attendibile da una che di vero ha ben poco. Così, quasi ogni giorno, personaggi famosi sono colti da malori improvvisi e quando accade realmente nessuno sa se sia vero o meno. Era il 4 gennaio del 2015, come ogni mattina e, quasi come un gesto automatico e involontario, accedo a Facebook. Uno dei post sulla mia bacheca dice: “Muore Pino Daniele”. “Impossibile” – dico a me stessa – “Per internet sono morti anche Paolo Bonolis, Beppe Vessicchio, Yuri Chechi, Lino Banfi”. Mi sbagliavo, poche ore dopo la conferma del celebre cantante Eros Ramazzotti, ha trasformato in triste verità quella che è nata come una tra le tante bufale del web. Difficile riconoscerle, eppure esistono.

Le informazioni girano veloci e noi dal web, con tutti i suoi limiti, veniamo a conoscenza di quello che accade nel mondo; ma spesso è al web che affidiamo noi stessi. Un piccolo mal di testa può così trasformarsi in una grave malattia se non filtriamo con attenzione le informazioni che ricerchiamo e otteniamo, ci sentiamo liberi di esprimere la nostra opinione su qualsiasi argomento, ma a chi spetta il compito di censurare il nostro pensiero? A tal proposito, il 6 giugno 2014, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che qualora l’editore di un giornale online non abbia tempestivamente rimosso un commento definito lesivo o diffamatorio, può rispondere al danno commesso. In questo caso, la Corte non ha fatto altro che approvare quanto stabilito dalla Corte nazionale estone, per la quale il sito doveva essere sanzionato per aver permesso la pubblicazione in forma anonima di commenti diffamatori. E qui ancora la mancanza di normativa italiana che stabilisca a chi è affidata la responsabilità della diffusione di tali commenti. La Corte di Cassazione si è, infatti, più volte espressa affermando l’impossibilità di equiparare l’informazione online a quella stampata. Risulta dunque evidente che l’articolo 57 cp, secondo cui “salva la responsabilità dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati è punito, a titolo di colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo”, non riguarda in nessun modo colui che amministra un blog di informazione.

Erroneo anche parlare di anonimato, in quanto sebbene dietro un appunto diffamatorio possa celarsi una fonte mascherata da un falso nome, il più delle volte è possibile risalire all’identità. Codici, numeri e simboli non sono più “sicuri” di una diffamazione “reale”. La corte ha, tuttavia, rilevato che tale provvedimento riguarda esclusivamente i grandi siti di informazione online e che, invece, non può essere applicata a blog o piattaforme social. Di tutto ciò che pubblichiamo ad esempio su Facebook siamo responsabili noi stessi.

Chiamiamolo dono del libero arbitrio, chiamiamolo pensiero critico, chiamiamola autocoscienza: in ogni caso, quando pubblichiamo dei contenuti dovremmo prima di tutto porci una riflessione etica sul senso di quello che stiamo comunicando oltreché essere a conoscenza delle eventuali conseguenze legali.

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