BarNacka #3

L’odore degli Spari

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“Sono sulla mia Citroen Mehari verde (dal gusto opinabile, lo ammetto) e sono sulla vi di casa. E’ il tramonto ormai e quest’aria così romantica mi fa venir voglia di raccontarvi la mia storia. Mi chiamo Giancarlo Siani e sono un giornalista napoletano. Uno come tanti, in realtà. Cresciuto con l’irrefrenabile attitudine a dire sempre ciò che penso e ciò che vedo, quel vizio che mi ha portato a pensare al giornalismo come professione. Oggi è il 23 settembre del 1985, un ordinario giorno di follia come tanti; ho scoperto tanto, troppo forse, su quegli uomini che di “onore” non sanno nulla e voglio raccontarvelo, come ho sempre fatto fino ad oggi e come continuerò a fare. Lasciatemi arrivare a casa, posare la giacca e una volta comodi vi dirò tutto”.

Sono Dieci. Esattamente dieci le pallottole che hanno impedito a Giancarlo di arrivare a casa quella sera di settembre; sparate dritte in testa, una dopo l’altra, convinti forse che colpendolo lì, dove conservava le sue idee, queste sarebbero morte con lui. Giancarlo Siani è morto. Giancarlo Siani non potrà più raccontarci nulla di quel mondo, di quegli ideali, di quelle lotte per cui ha sacrificato sé stesso.

Lui non può farlo, ma noi sì. Noi vogliamo farlo. Ne sentiamo il bisogno per far capire che di quei proiettili che lo hanno ammazzato, nessuno ha colpito i suoi ideali, rimasti vivi e forti davanti agli occhi di chi ogni giorno combatte e ci mette la faccia. Siani è morto rivendicando la libertà d’informazione, lottando a voce alta contro un nemico che non era solo suo, ma di tutti. Ma che non tutti hanno avuto il coraggio di affrontare. Siani, da solo, ha avuto la forza di attaccare.

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Quand’era in vita, Giancarlo si occupava di cronaca nera per Il Mattino. La sua spiccata volontà di fare luce sulle malefatte dei vari clan affiliati alla Camorra era sempre stata ben chiara all’attenzione di chiunque leggesse i suoi articoli o si interessasse ai suoi reportage. Ma Siani sapeva che per far sì che le sue parole non finissero nel dimenticatoio, come quelle di tanti altri, doveva spingersi oltre; doveva riuscire a insinuarsi nelle fitte maglie di quel mondo malsano e riuscire a sgretolarlo dall’interno.

Tutto ebbe inizio infatti quando il giovane napoletano cominciò a far luce sulla questione riguardante gli appalti pubblici per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia del 1980; a suo dire dietro quelle concessioni c’era la mano di alcuni dei clan campani più influenti sul territorio, in particolare quello di Valentino Gionta, rinomato Boss dell’aria Torrese-Stabiese che da semplice pescivendolo ambulante era riuscito nel corso degli anni a mettere su un business mafioso di critica rilevanza. Siani nei suoi articoli faceva più volte riferimento a una collaborazione da parte dei Gionta con uomini politici e con alcuni membri di varie amministrazioni comunali.

Le sue continue denunce e la sua voglia di scavare sempre più in profondità fecero si che d’un tratto i riflettori si accadessero su di lui, esponendolo a notevoli rischi, che di buon grado il giornalista partenopeo ignorò, continuando deciso sulla propria strada.

A far incrinare definitivamente il già delicato equilibrio che si era venuto a creare fu una rivelazione shock di Siani; in uno dei suoi articoli affermò, infatti, di essere venuto a conoscenza di una realtà sconvolgente che avrebbe cambiato le carte in tavola. Il 10 giugno del 1985 Giancarlo avrebbe pubblicato senza saperlo la sua condanna a morte. Nel suo articolo sosteneva di aver scoperto con quale “moneta” i vari Boss avrebbero comprato le forze dell’ordine: tramite la confessione di un carabiniere, Siani scrisse che il Clan Nuvoletta, affiliato ai Corleonesi di Totò Rina, e i Bardellino, esponenti della “Nuova Famiglia” ( organizzazione camorristica nata negli anni 70), avrebbero venduto alla polizia il Boss Valentino Gionta, divenuto personaggio scomodo e non più utile agli affari, ponendo così fine anche alla guerra fra famiglie.

Effettivamente l’arresto di Valentino Gionta avvenne all’uscita dalla residenza a Marano a Mare di Lorenzo Nuvoletta, accreditando così la tesi del giornalista. Alla pubblicazione dell’articolo ovviamente si scatenò l’ira dei Nuvoletta che, secondo quanto raccontato in quelle righe, facevano la figura degli “infami” agli occhi degli altri clan e in particolare di Cosa Nostra, essendo l’unica famiglia affiliata non siciliana.

Da quel momento Lorenzo e Angelo Nuvoletta, in testa all’organizzazione, si resero conto di quanto scomoda fosse la figura di Giancarlo Siani e capirono che ucciderlo era l’unico modo per salvare la faccia ed evitare una guerra fra famiglie.

A nulla servì la riluttanza di Valentino Gionta, che dal carcere si disse fortemente contrario all’uccisione del giornalista, consapevole dell’eccessivo rimbombo mediatico che si sarebbe venuto   a creare. A Ferragosto dell’85, durane un Summit delle famiglie coinvolte nella vicenda, la decisione era ormai stata presa e Siani sarebbe stato eliminato in quanto pericoloso per i traffici della malavita Campana con i suoi servizi e le sue denunce.

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È così che torniamo a quella sera di settembre, a quella Citroen, a quel tramonto e a quella storia che Giancarlo non potrà mai raccontare. Rileggendo a distanza di anni le sue parole, nelle quali traspare tutto il suo vigore e la sua decisione nel combattere tutto il marcio che inquina quella bellissima terra, la sua terra, possiamo immaginare senza troppe difficoltà cosa Siani ci direbbe oggi, in che modo racconterebbe la sua storia.

“Quella sera hanno sparato, poi hanno sparato di nuovo e ancora, ancora e ancora una una volta; non ricordo il suono degli spari né le facce di chi impugnava la pistola. Una cosa cosa però la ricordo perfettamente: quell’odore, inconfondibile, di cui ogni proiettile era intriso. Non potevi non percepirlo, era praticamente impossibile: ogni singolo proiettile profumava di paura, quella che ho sentito ad ogni colpo che mi hanno sparato in testa, ogni volta che quel suono sordo lasciava le loro Berretta io sentivo il loro terrore, la loro inettitudine. Avevano semplicemente paura che finalmente qualcuno aprisse gli occhi, che quel popolo si rendesse conto di cosa stava accadendo tutto intorno, avevano paura che un ragazzo con carta e penna fosse riuscito a metterli in ginocchio e avevano paura di ammetterlo. Paura, fottuta paura quella che riuscivo a sentire ad  ogni sparo, per dieci volte, lasciandomi addormentare, consapevole che da solo ero riuscito a spaventare gli “uomini d’onore” e le loro famiglie. Quella sera io sono morto con “onore”, seppur nel modo peggiore che si possa immaginare, lasciandomi però alle spalle una mia “famiglia”, rappresentata da chi a distanza di anni continua a credere negli ideali da me promessi e soprattutto lasciando in eredità qualcosa che nessuno mai potrà uccidere: la verità”.

Giuseppe Nasta 

 

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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