BarNacka #3

Sotto l’amaca

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Quando avevo sedici anni sognavo una carriera come giornalista. Mi ci vedevo proprio: giovane, donna, indipendente, capace, qualche gatto, una storia sentimentale altalenante, parecchio caffè e tanta soddisfazione. Per essere brevi: un film. Abbagliata dall’idea che mi ero fatta della “me del futuro”, un giorno scrissi a un giornalista, una firma più che conosciuta nel mondo dell’editoria. Gli scrissi di me e dei sogni che avevo, gli chiesi se a sedici anni fosse sciocco seguire le ambizioni realizzabili non prima dei trenta e soprattutto se nel panorama contemporaneo ci fosse, o se ci sarebbe stato, spazio per chi si proiettava tra vent’anni nel giornalismo di oggi.

La sua risposta fu questa: “Cara Marta, no avere ambizioni non è un peccato. È una necessità, perché senza ambizioni si cresce male, depressi rassegnati. (…) Non so se ci saranno, domani, giornali e giornalisti come quelli di adesso. Ma so che ci sarà, di sicuro, chi scrive e chi legge, chi si occupa delle parole, specie delle parole che servono per raccontare la realtà. E dunque figurati se a 16 anni devi rinunciare ai tuoi sogni…”.

Oggi ho vent’anni, quasi ventuno, ai miei sogni non ho rinunciato. Nella mia testa è ancora vivida l’immagine della donna con tre gatti, l’agenda piena di impegni e la vita sentimentale da fare invidia a Bridget Jones, e con questa immagine sono là, ferme, ancora tutte le ambizioni e i progetti per il futuro. Forse un po’ diversi da cinque anni fa, ma sicuramente non meno intensi e non meno impazienti. Oggi ho vent’anni e qualche mese fa quel giornalista l’ho incontrato di persona. Era presente ad un evento alla libreria Feltrinelli in p.za Duomo, nel cuore di Milano, e dopo aver attraversato di corsa la città sono riuscita a consegnargli una lettera. Andando oltre la paura di risultare pesante, la speranza che si ricordasse di me ma che allo stesso tempo non mi trovasse ridicola, insistente e tutte quelle altre cose che ti passano per la testa quando trovi qualcuno che ti tartassa di domande inutili, gli ho consegnato una lettera per dirgli grazie.

Niente di più, niente di meno, soltanto “grazie”.

Seguo questo giornalista da quando ho imparato a leggere, la sua ironia mischiata alla sua incredibile preparazione mi ha fatto appassionare ai quotidiani, al mondo che mi sta intorno, alle storie degli altri. Secondo solo ai miei genitori, è sempre riuscito a trasmettermi un principio forte e fondamentale come l’umanità, che ora è forte e radicato nella mia testa. Quando le notizie che mi circondavano e che leggevo sui quotidiani erano scoraggianti, c’era sempre una vena di sarcasmo nei suoi pezzi pronta a farmi sorridere,o pronta comunque a farmi vedere il negativo da un’altra prospettiva. In poche parole, il suo essere giornalista ha tradotto in fatti quello che per me è essere un amico: pronto a spiegarti ciò che non sai, ma senza la presunzione di saperne più di te. Pronto a tirarti su quando ti senti abbattuto, ma senza mai fare di te una vittima di una chissà quale utopia, tenendoti sempre ancorato alla realtà dei fatti. Pronto a insegnarti qualcosa tutti i giorni, senza mai prometterti niente e senza chiederti niente in cambio. Queste sono qualità che il vero giornalismo ha e che il giornalista di cui sto parlando ha sempre avuto, e per cui io mi sento, e mi sono sentita, di dire grazie. Alla mia lettera è seguita, con mia grande sorpresa e non poca emozione, una risposta: “Cara Marta, grazie dei tuoi ringraziamenti. Sono talmente preso dalla scrittura, e dalla vita, che spesso mi sembra di fare, per gli altri, pochissimo. Nient’altro che scrivere – ammesso che scrivere sia davvero “fare qualcosa per gli altri”. Così sono molto contento di sapere che una mia mail di qualche anno fa ti è servita a qualcosa. (…)”.

Questo giornalista è Michele Serra, appuntamento fisso con L’amaca sul quotidiano La Repubblica, in cui risponde anche a La posta di Serra nel suo inserto settimanale. È autore di numerosi libri, autore televisivo, fondatore di riviste ed esperto di politica, costume e, perché no, di vita. Nel tempo che gli rimane è uomo e padre. Quando mi è stato proposto di scrivere un pezzo su cosa mi aspettassi dal giornalismo, non ho potuto scrivere altro che questa storia: la mia, e quella di un giornalista, uno scrittore, che tra le sue mille rubriche e i suoi numerosi impegni ha trovato l’umiltà e il tempo di incoraggiare una sedicenne (con in testa tre gatti e una vita sentimentale trascurabile) a seguire la strada dei propri sogni. Ed è proprio questo quello che mi aspetto, o che comunque spero: di ritrovare, tra le parole di chi scrive e di chi scriverà, la passione e la semplicità di essere quello che i più grandi sono stati per noi. Mentori, modelli, padri e amici.

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21 anni, permalosa, sgargiante, meteoropatica, diversamente alta, prolissa, a tratti sorridente, spumeggiante, frizzante, senza lattosio. Non necessariamente in quest'ordine.

2 commenti su “Sotto l’amaca

  1. Cristiana levi

    Articolo ben scritto !!!! Complimenti

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