BarNacka #3

Verità ad ogni costo

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Gli anni ’80 più di qualsiasi decennio del ‘900 sono stati un periodo florido per l’Italia, ereditario di scelte politiche ed economiche degli anni precedenti molto coraggiose. Il Pil era in costante crescita e l’industria stava conoscendo un rinnovamento tecnologico all’avanguardia come pochi. Le infrastrutture crescevano e tutti potevano permettersi un auto, anzi due. La cultura pop e trash incalzava ed entrava nelle case e nei modi di vivere, le droghe sintetiche facevano il loro plateale ingresso nella società, l’ economia tedesca non incuteva timore sulla’ europa e si giravano ancora 300 film all’anno, quasi tutti successi internazionali. Contemporaneamente ai saturi e colorati scatti polaroid si consumava nel sud Italia, e in particolare in Sicilia, la mattanza della guerra tra bande, che coinvolgeva non solo malavitosi ma principalmente cittadini che silenziosi subivano queste violenze e che inerti non avevano la forza di combattere questo fenomeno.

Capitava che si camminava per strada, – mi raccontavano – nelle vie di piccole cittadine siciliane, e ti trovavi qualcuno sparato al tuo fianco, il tempo di accorgersene e dovevi andare via, perché mai come in quegli anni valeva il detto “chi si fa i fatti suoi… campa cent’anni”.

L’Italia preferiva non guardare, l’informazione voleva essere cieca, sembrava andare tutto bene perché rovinare la festa? Andropov, successore di Breznev, è riuscito ad arrivare al vertice dell’impero sovietico poiché mentre a servizio dell’intelligence russa inventò l’ufficio della Disinformazione, specializzato nel confondere la realtà .

Erano in pochi quelli che a muso duro combattevano la Mafia e con questo per la verità, che si facevano carico del coraggio che molti non avevano. Pensateci, non era così facile, ma altrettanto non era così difficile morire nei modi più fantasiosi e selvaggi… Murati vivi, autobombe, sciolti nell’acido, fatti a pezzi o incrapettati (legati con delle funi) e lanciati a mare. Non vi sto descrivendo un film di Tarantino, è la realtà e alcune di queste non sono pratiche neanche così rare ai giorni nostri. Eppure, come dicevo, c’erano persone che non avevano paura e consapevoli di ciò sono andati incontro al proprio destino…

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Catania 1982, il sole cade a picco sulla Milano del sud (così intitolata per le numerose industrie) sembra una giornata tranquilla come tutte le altre: il mare sbatte vicino gli scogli con pigrizia, il traffico scorre lento, le tangenti passavano di mano in mano e i palazzi crescevano verso l’alto.

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Giuseppe Fava, non uomo qualsiasi, più di un intellettuale, saggista, sceneggiatore, drammaturgo e giornalista, riesce a rimboccarsi ancora una volta le maniche, e dopo essere stato cacciato e messo tacere più volte da giornali per via di quei poteri più in alto che non vogliono far sapere la verità fonda i Siciliani un giornale totalmente autonomo, nessuno avrebbe voluto finanziare un giornale del genere, composto da giovani giornalisti volontari.

“Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante… “

Voleva far chiarezza sul mondo della mafia, scriveva con estro e virtuosismo denunciando dalle storie di ordinaria delinquenza alle strutture e lobby di politici, industriali, banchieri. Era un uomo che non si metteva facilmente a tacere…

“Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa… “

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A ucciderlo si sarebbe fatto un martirio, con il suo sangue si sarebbero rivendicate battaglie, si sarebbe arrivati in tribunale e sai lì, sarebbe uscito tutto a galla. I Cavalieri di Catania provarono a comprare i Siciliani, ma la rivista anche se versava in condizione economiche disastrose rimase indipendente.

“Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse o sempli- cemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici.”

Nel primo numero de I Siciliani Pippo Fava scrisse forse l’articolo più importante della sua carriera intitolato “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, un’inchiesta sul mondo della mafia catanese e italiano, spiegando minuziosamente come questa negli anni ’80 sia cresciuta e strutturata, purtroppo una descrizione identica all’attualità. Ma Colui che non si piega si spezza…

“Tutto questo contro un avversario che era sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio di serpenti che potevano essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi, che potevano sedere accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli la mano, fargli auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo funerale, come poi certamente accadde. La guerra contro un tale nemico è oscura e senza gloria, e infinitamente più terribile di ogni altra, non si può vincere in una serie infinita di scaramucce, poiché i serpenti restano dovunque, muoiono e si moltiplicano, ma bisogna vincerla in una volta sola, una sola battaglia, preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio. Invece il generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava, accusava, era l’unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere i poteri speciali, e quindi anche la facoltà di indagini nelle banche e nei patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a tutti, gridasse: “So chi siete, da un momento all’altro vi strapperò la maschera! Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!” E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la batta- glia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la giovane moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Proprio questo poveraccio avrebbe dovuto rifiutarsi: “Generale, io così con lei non viaggio!” Ma Dalla Chiesa era un mito! Infatti lo uccisero con una facilità irrisoria, a colpo sicuro, (se è vero quello che finora ha detto la magistratura) con due rozzi killer, proprio manovali della mafia fatti venire da un’altra provincia della Sicilia e addirittura dalla Calabria. Dalla Chiesa morì, ma il suo colpo tremendo l’aveva già vibrato, forse proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a tutta la nazione, clamorosamente, quello che tanti altri ministri, anche altissimi ufficiali e magistrati, sapevano e però non dicevano, cioè dov’era il groviglio dei serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo scoperto e schiacciarli”.

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Alle 21:30 del 5 Gennaio1984 alle porte della sua redazione fù freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca: cinque tuoni che risuonarono secchi nel mondo del giornalismo.

“Non era Fava a firmare le inchieste di mafia che comparivano sui Siciliani. Quelle inchieste le firmavamo io, Gambino, o altri colleghi, nessuno dei quali è stato ammazzato. Noi riuscivamo a illuminare un pezzo, a mostrare una porzione di verità che veniva subito riassorbita. Fava era di più. Lui sapeva descrivere come nessun altro al mondo, puntava la luce sulla normalità. Uno così non si poteva lasciare vivere. E la normalità è quella di cui oggi non ci si occupa”.

Riccardo Orioles, 7 gennaio 2011

Pierluigi Di Florio 

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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