BarNacka #3

Walter Tobagi: diritti e doveri della libertà di stampa

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C. Foster Kane, protagonista del film Quarto potere di Orson Welles, ci restituisce l’immagine fedele di un giornalismo parziale, che insegue solo potere e influenza.

Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco”. E ancora, durante lo scambio di telegrammi con un inviato a Cuba:

Donne cubane deliziose. Stop. Potrei inviare poema in prosa su bellezza isola ma non voglio spendere i vostri soldi. Non esiste guerra a Cuba. Stop”.

Invii pure poema in prosa, io procurerò la guerra. Stop”.

L’utilizzo che Kane fa della libertà di stampa non è, fortunatamente, il solo possibile ed il solo percorso dai giornalisti. C’è chi sa che questa libertà è un diritto che comporta doveri, in termini di verifiche, di assolutà oggettività e di trasparenza.

C’è chi, come Walter Tobagi, ha spinto il dovere della ricerca fino al suo limite, anche addentrandosi in zone non sicure. Tobagi ha cominciato la sua carriera di giornalista al ginnasio, per poi essere assunto ne l’“Avvenire”. Il direttore Leonardo Valente afferma che “Non c’era argomento che non lo interessasse, dalla politica allo sport, dalla filosofia alla sociologia, alle tematiche, allora di moda, della contestazione giovanile. Affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità. Della contestazione condivideva i presupposti, ma respingeva le intemperanze”. 

Il giovane giornalista, per ogni articolo, svolgeva un immenso lavoro di ricerca: consultava regolamenti ed enciclopedie, faceva telefonate di controllo e interviste, consultava leggi.

Ogni pezzo era lontano da emotività e soggettività, bensì fondato su ore di seria documentazione.

Nel 1972 Tobagi diventò giornalista al Corriere della Sera, dove iniziò a scrivere dei fatti degli “anni di piombo”: l’assassinio di Calabresi, la morte di Feltrinelli, le Brigate rosse e i gruppi estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia.

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Egli comprese la grande minaccia del terrorismo e lo analizzò in profondità, ne parlò con costanza e trasparenza. Uno degli ultimi articoli che scrisse aveva come titolo “Non sono samurai invincibili” e  metteva in luce le debolezze delle brigate rosse, la loro fragilità.
“Lo sforzo che si deve fare è di guardare la realtà nei suoi termini più prosaici, nell’infinita gamma delle sue contraddizioni; senza pensare che i brigatisti debbano essere, per forza di cose, samurai invincibili.
[…] La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare. Tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa.
E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato.”

Nel 1980, stesso anno della pubblicazione di quest’articolo, Tobagi venne ucciso a Milano dalla Brigata XXVIII marzo.
Cosa ci ha lasciato dopo la sua morte? Una lezione, io credo. Non una semplice riflessione, ma una verità profonda: un giornalista ha il dovere di cercare la verità, proprio alla luce del fatto che ha il diritto di pubblicarla. Tobagi avrebbe potuto trovare soluzioni più comode e sicure per parlare dei fatti di sangue del suo periodo. Non lo ha fatto, ha voluto sentire su di sé la responsabilità dell’informazione e del giornalismo.
L’articolo 21 della nostra costituzione recita La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Questo è il grande diritto del nostro secolo, ma è anche la nostra grande responsabilità.
Tutti riconosciamo la libertà di stampa come sacra, ma pochi di noi ne portano l’intero fardello.
Il giornalismo non può limitarsi a prender nota dei fatti, ma deve essere coraggioso, intelligente, autonomo dal potere e coscienzioso.
Grazie a Tobagi, e a tanti altri giornalisti impavidi, non ci sono più scuse: un giornalista vero non può vivere di sola cronaca, ma deve anche cibarsi d’inchiesta, voracemente.

Marta Bison 

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