BarNacka #4

Alle origini dell’Unione Europea

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Scrive Manlio Graziano, professore di Geopolitica alla Sorbona di Parigi: “Nei giorni immediatamente successivi alla sconfitta francese nella guerra contro la Prussia (1867-1870, ndr) e alla proclamazione dell’Impero germanico a Versailles, il 18 Gennaio 1871, Victor Hugo tenne all’Assemblea nazionale un discorso considerato un profetico manifesto della futura Unione europea: «La mia vendetta è la fraternità! Basta frontiere! Il Reno a tutti! Sia la nostra una sola repubblica, diventiamo gli Stati Uniti d’Europa, la Federazione continentale!». Hugo, però, precisava che la perdita delle province renane nel 1815 e, soprattutto, dell’Alsazia-Lorena avrebbe reso inevitabile una nuova guerra europea, al termine della quale la Francia vittoriosa avrebbe generosamente consentito alla Germania di condividere il destino della federazione europea: «E si sentirà la Francia gridare alla Germania: “Ora tocca a me!(…) Ti ho ripreso tutto e ti restituisco tutto, a una condizione: che diventiamo un popolo solo, una sola famiglia, una sola repubblica”».

Dopo che per un trentennio (1914-1945) si erano susseguite e consumate sul suolo europeo due guerre mondiali e svariati tumulti, Francia e Germania, due delle tre storiche potenze egemoni europee (il ruolo della terza si vedrà in seguito), decisero di deporre le armi per evitare che il continente, tutt’altro che stabile dopo il ’45, ripiombasse in uno stato di conflittualità che, alla luce degli ultimi progressi scientifici in ambito militare, che difficilmente avrebbe lasciato scampo alle già stremate popolazione europee. Inoltre, come aveva previsto Wiston Churchill nel ’46, l’avvento di una nuova superpotenza ad est (l’U.R.S.S) destabilizzava ulteriormente lo scenario del Vecchio Continente.                                                                           

Robert Schumann, ministro degli esteri francese, e Jean Monnet, già segretario della Società delle Nazioni (l’archetipo dell’ONU) e fedelissimo ad Algeri di de Gaulle, compresero che il primo e più importante ambito di cooperazione europeista fosse quello economico. Tuttavia, un primo, grave e grande problema risiedeva nel fatto che l’economia primo novecentesca (figlia della Seconda Rivoluzione Industriale) si basasse in larga scala su carbone e acciaio, le materie prime che nei precedenti ottant’anni avevano, appunto, scatenato i conflitti tra Francia e Germania. Questo perché le più importanti e ricche riserve di carbone e ferro, sul continente, si trovano al confine tra la regione francese e quella germanica (il bacino della Ruhr, l’Alsazia e la Lorena, l’Eifel ecc.).                                Schumann e Monnet compresero la necessità di superare le antiche tensioni e diedero vita ad un piano (il Piano Schumann) che mirasse a creare un mercato unico europeo del carbone e dell’acciaio, promuovendo la distribuzione razionale di queste due fondamentali risorse e mantenendone basso il prezzo. Allo scopo di raggiungere questi obbiettivi venivano aboliti i contingentamenti (la limitazione dell’importazione di un prodotto straniero) e gli accordi sui prezzi che ostacolassero la libera concorrenza tra i produttori.                                  

schumann e monnet                                        Robert Schumann (a sinistra) e Jean Monnet (a destra)

E la Germania? Perché aderì istantaneamente a questo progetto? È presto detto: dopo la divisione tra Repubblica Federale Tedesca (RFT) e Repubblica Democratica Tedesca (DDR), la prima passò de facto sotto il controllo degli Alleati Americani. Gli U.S.A., che in quel momento coordinavano l’erogazione dei contributi del Piano Marshall, esortavano da tempo i governi europei a liberalizzare gli scambi intereuropei, facendo intendere che tale misura fosse condizione necessaria per la prosecuzione degli aiuti. Inoltre, Washington riteneva che un’Europa unita (almeno economicamente) sarebbe divenuta un soggetto di primo piano nella politica di contenimento dell’espansionismo sovietico.

La RTF, così, aderì al Piano Schuman ed il 18 aprile 1951, con il “Trattato di Parigi”, nacque la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (C.E.C.A). Al trattato aderirono, inoltre, l’Italia ed il Be.Ne.Lux. È corretto affermare che il ruolo di questi due soggetti in questa primissima fase fu assolutamente minore: l’Italia usciva dilaniata territorialmente ed economicamente dal secondo conflitto mondiale. Fu, per noi, una fortuna avere De Gasperi come ministro degli esteri, il quale riuscì a confinare le inevitabili sanzioni principalmente all’ambito del disarmo militare (che con il tempo, comunque, sarebbero state superate andando a decadere), ed evitando la perdita di territori di confine come l’Alto-Adige (riguardo il quale lo statista trentino firmerà anche il famoso Accordo De Gasperi-Gruber) e la Valle d’Aosta (il confine sloveno-croato seguirà altre vicende).

L’Olanda aveva subito un pesante sfruttamento del terreno durante l’occupazione nazista (che aveva portato al crollo delle dighe, danneggiando così gran parte delle terre coltivabili) ed era stata gravemente devastata dai bombardamenti (dulcis in fundo, aveva perso il dominio sull’Indonesia).

Il Belgio era lacerato dal conflitto interno tra Valloni (francofoni, anticlericali e progressisti) e Fiamminghi (cattolici e conservatori).
Il Lussemburgo era legato, storicamente, a doppio filo con la Francia.

La Gran Bretagna, la terza potenza egemone del vecchio continente, si autoescluse dalla C.E.C.A. Nonostante gli Stati Uniti stessi avessero avallato l’accordo, Londra era tradizionalmente ostile ad una qualsiasi autorità sovrannazionale che regolasse gli interessi economici britannici (non politici, dal momento che la Nato e L’Onu ne avevano visto l’adesione), considerati non coincidenti con quelli continentali.

Il 25 marzo 1957, l’Europa dei sei firmò un secondo trattato, il “Trattato di Roma”, il quale istituì la Comunità Economica Europea (C.E.E.). L’integrazione economica del trattato previde l’istituzione di un Mercato Economico Europeo (M.E.C.), ossia, l’Unione Doganale fra i paesi comunitari.

roma 1957                                                                 De Gasperi affiancato da Schumann e Monnet: è il 25 marzo 1957.

L’obbiettivo di questo “mercato comune” era la creazione di un’area di libera circolazione dei 4 principali fattori di produzione: merci, lavoratori, servizi e capitali, senza barriere, dazi e dogane. Si passò, pertanto, dalla libera circolazione dei fattori di produzione siderurgici e carboniferi alla libera circolazione di tutti (!) i fattori di produzioni. Tale processo sarebbe dovuto essere completato entro il ’69.

L’effetto immediato che il M.E.C. ebbe sull’economia europea fu la crescente immissione di capitale statunitense, che finalmente aveva trovato il proprio naturale “sbocco” economico, come invece non era stato possibile negli anni ’20, a causa delle diverse barriere doganali (fatto che portò alla crisi del ’29…).                           

Il riscontro fu così eclatante da convincere la G.B. a richiedere l’ingresso nella C.E.E., ma de Gaulle, conscio che la Francia fosse il principale veicolo d’immissione nella nuova Europa di capitale americano (in quanto suo maggiore partner commerciale) e timoroso di perdere tale posizione, pose il veto (non c’era ancora posto per la perfida Albione nel progetto di “riunificazione dei Franchi dell’Est con i Franchi dell’Ovest”).

L’Europa nasceva dunque con una logica funzionalista, l’integrazione cui si faceva riferimento era esclusivamente economica. Da allora, tale processo è andato via via intensificandosi, includendo ambiti giuridici, sociali e politici, grazie ad un serrato itinerario fatto di accordi e trattati.

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