BarNacka #4

Barriere

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Sono circa le quattro del mattino.
La nostra macchina sfreccia veloce fra le curve delle Dolomiti mentre appaiono le prime luci che si affacciano, timide, in mezzo a nuvoloni che promettono grappoli d’acqua.
È l’inizio di giugno e siamo in viaggio verso il Brennero, la zona di confine fra Italia e Austria. Uno degli snodi politici più intricati degli ultimi tempi, nonché la palese dimostrazione di quanto l’Unione Europea si sia attorcigliata su sé stessa, vittima di giochi di potere, incomprensioni, pugni di ferro. La questione che tiene banco sul lembo di terra verso cui ci stiamo dirigendo è quella relativa al transito dei migranti che – una volta arrivati in Italia – cercano di raggiungere altri paesi europei per ricostruirsi un futuro. Il flusso di persone che arrivano è diventano imponente dal 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, e ogni anno è aumentato, raggiungendo numeri preoccupanti ma lontani dalle previsioni allarmistiche con cui alcuni politici si sono riempiti di sdegno la bocca, pur di parlare alla pancia degli italiani, arrabbiati e non del tutto consapevoli di quello che sta accadendo nel mondo. Da cosa scappano i migranti? Non solo dalla guerra. Perché scelgono l’Italia? Non esistono altre rotte attraverso cui scappare dal proprio paese? E soprattutto, perché l’Europa non ha fatto pressoché nulla per aiutare i principali paesi europei (Italia e Grecia soprattutto) che si sono ritrovati una marea umana in arrivo da ogni direzione? 

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Queste sono le domande che ci frullano per la testa mentre ci dirigiamo verso la frontiera austriaca che tutti ricordano per gli scontri tra manifestanti e polizia del recente passato: anche noi vogliamo valicare il confine teatro della guerriglia urbana fra black bloc e polizia; vogliamo arrivare fin dove Matteo Salvini, il segretario della Lega Nord, si è fermato in visita al passo e ha recitato le solite ciancicate frasi populiste, pur di accattare qualche voto e forzare ancor di più le spaccature di un’Unione Europea in balia degli eventi. Senza alcuna pretesa di fare la rivoluzione, semplicemente con la sana curiosità di non arrenderci all’evidenza dei fatti o alla strumentalizzazione di essi. Volevamo capire, quindi siamo partiti. E manca sempre meno al nostro arrivo.

Durante il nostro viaggio abbiamo anche ricapitolato quello che è successo e, per una maggiore chiarezza, è giusto riavvolgere il filo degli eventi fino al 2011, quando scoppia la guerra in Siria e il traffico di migranti si fa intenso e disperato: com’è stato possibile arrivare a questa situazione, in cui si minacciano barriere anti-migranti? Perché l’Italia è solo una parte dello scacchiere che vede coinvolta tutta Europa. Del resto, in Spagna e Ungheria già sono presenti chilometri di filo spinato che impediscono ai rifugiati di valicare i confini. Il prossimo paese che adotterà questo tipo di misure sarà la Bulgaria, quest’estate. E intanto il concetto di Europa unita si sgretola, lasciando nazioni abbandonate a loro stesse e milioni di persone con in mano solo un cerino della speranza, sempre più corto…

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Amnesty International, attraverso un sondaggio, ha indicato come responsabili di questa situazione di perenne incertezza i leader della comunità internazionale, che non forniscono protezione umanitaria a chi ne ha bisogno e che come unica soluzione al problema hanno messo in atto un tanto semplice quanto ferreo controllo dei confini marittimi e territoriali, arrivando in alcuni casi a stipulare accordi con le dittature più sanguinarie (vedi il caso dell’Eritrea) pur di non far partire i migranti.

Del resto, l’Europa ha incominciato a muoversi in tremendo ritardo per quanto riguarda la gestione dei migranti. E ovviamente ha aspettato che le circostanze diventassero tragiche. L’Italia ha provato ad arginare il problema già nel 2013, dopo un terribile incidente a Lampedusa che aveva mietuto trecentosessantasei vittime. Il governo Letta aveva varato Mare Nostrum, un’operazione dal costo di 9,5 milioni di euro al mese il cui compito era di agire praticamente a tutto campo nelle acque del mediterraneo, portando a termine missioni di salvataggio di barconi in pessime condizioni e contemporaneamente all’arresto degli scafisti alla guida delle barche. Queste operazioni vennero fortemente criticate da alcune frange politiche italiane per lo spreco di denaro pubblico, senza tener conto dei risultati: il capo della Marina Giuseppe De Giorgi, sostenne che dall’Ottobre 2013 all’Ottobre 2014, furono salvati 157 mila migranti in 439 operazioni di soccorso, arrivando all’arresto di 366 scafisti e al dirottamento di nove navi madri, ovvero quelle imbarcazioni che partono dalle coste libiche cariche di barche più piccole (i volgari barconi) e, una volta in mare aperto, consegnano i migranti alle onde e alla provvidenza.

Tuttavia i costi sono troppo alti per le casse italiane, quindi il governo tricolore è costretto a chiedere ripetutamente aiuti all’Europa che – dopo un anno – vara l’operazione Triton, attiva dal primo gennaio 2015. Quest’operazione è di fatto un ridimensionamento di Mare Nostrum: sia a livello economico (si passa da una spesa di 9,5 milioni di euro a 2,5 tutti forniti dall’UE) sia a livello di controlli e salvaguardia delle persone: di fatto le nuove direttive alle navi europee indicano solo di navigare nelle zone prettamente antistanti le coste dell’UE (30 miglia), con l’unico scopo di contrastare l’immigrazione irregolare e le attività di traffico di esseri umani. Una gestione fredda e disumana che si unisce alla totale mancanza di capacità logistiche a lungo termine. Hic et hunc, senza possibilità di redenzione.

Dalla messa in moto di Triton, lo sbarco dei migranti in Italia non si è fermato, anzi: nei primi sei mesi del 2016 il livello è di poco superiore a quello dell’anno scorso. 57 mila un anno fa, 63 mila oggi. Eppure si fa abuso di parole come “emergenza”, “allarme”, “crisi”. Giusto perché fa comodo solleticare le paure delle persone che non sanno più dove sbattere la testa e cedono a rabbia, odio, rancore. La testa bisogna sbatterla sui problemi che stiamo affrontando, perché ci riguardano tutti allo stesso modo.

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Non è solo l’Italia infatti il centro dello sbarco dei migranti: Frontex – associazione internazionale istituita per il controllo delle frontiere estere dell’Unione Europea – ha trovato sette rotte fondamentali attraverso cui avviene il flusso migratorio e punti strategici utili al futuro di chi cerca una vita migliore in Europa. C’è ad esempio Istanbul, punto di ritrovo per tutti quelli che scappano dalla Siria o affrontano la seconda tappa europea dopo la Grecia. O, ancora, l’Ucraina, dove è vasto il mercato dei documenti falsi, utili ai migranti per spostarsi in Europa. Oppure in Macedonia, dove vi è un servizio di open taxi che lucra sui trasferimenti di chi scappa dalla guerra. Si torna sempre ad un fattore economico, purtroppo.

Economia e politica, ecco tutto.

La stessa politica che viene continuamente bistrattata pur di salvaguardare il proprio orticello: esistono dei trattati che in principio dovevano occuparsi del trattamento dei migranti, ma che puntualmente vengono disattesi. Molti stati europei si lamentano dell’Italia per il fatto che, una volta  arrivati nei confini europei, non vengono prese ad ognuno di loro impronte digitali e foto segnaletiche, da registrare poi in un database europeo che permette il riconoscimento di ogni individuo che transita negli stati dell’UE. Questo però non è sempre possibile: alcuni migranti si rifiutano di essere registrati in Italia. Il motivo? È molto semplice: le leggi europee prevedono che chiunque arrivi in Europa, rimanga nel paese di primo arrivo e possa lavorare solo lì. L’Italia, nella mente di queste persone, è solo un paese di transito, quindi tentano in tutti i modi di fuggire da questa pratica. Le autorità, dal canto loro, hanno le mani legate: la costituzione europea sottolinea come le impronte digitali vadano prese “nel pieno rispetto dei diritti dell’uomo”, quindi senza abusi o costrizioni.

Questo è il momento in cui si cade nel primo inghippo politico e – a catena – si sgretolano tutti gli altri tasselli. Ad esempio, l’accordo di Chambery tra Italia e Francia del 1997: il patto è bilaterale e consente ai due paesi di respingere migranti irregolari provenienti da una delle due nazioni. Così le autorità francesi non solo respingono ogni qualsivoglia migrante irregolare che arriva alla prima stazione dei treni francese, ma si dice abbiano aumentato pure i controlli alle frontiere (non effettuando più controlli a campione, ma sistematici, cosa vietata dal trattato di Schengen) e ci sia una vera e propria caccia all’uomo relativa a questi soggetti, già transitati in Italia e quindi da rimandare indietro. Si capisce che sono stati sul suolo italico grazie a biglietti del treno o scontrini che vengono rinvenuti durante le perquisizioni. È un meccanismo contorto, ma che purtroppo si dice imperante, soprattutto ora che la Francia vive forse il periodo più buio della sua storia recente.

In tutto questo, l’unica mossa che la farraginosa macchina europea è stata in grado di pensare a lungo termine è stato un patto siglato il 26 giugno 2015, che coinvolge i 28 (27?) paesi dell’Unione: entro due anni – a seconda di alcuni criteri come il PIL, la densità di popolazione, il trend economico – i migranti arrivati in Grecia e Italia saranno smistati in Europa, in ogni paese. E’ una sorta di accordo al ribasso di quello che era il piano Junker, visto che già alcune realtà come la Bulgaria, l’Ungheria e il Regno Unito si sono chiamate fuori da questo tipo di discorsi. Insomma, la decisione di “accollarsi” vite umane è totalmente soggettiva e arbitraria, in un viale dell’egoismo che sembra non avere fine. Non stiamo parlando di semplici oggetti, ma di vite umane. È davvero così impensabile credere a un bene comune, piuttosto che arrendersi ad un vile egoismo?

Sarà che siamo giovani utopici, desiderosi di un mondo più giusto, ma questa serie di considerazioni ci ha accompagnato per le quattro ore di macchina (abbondanti) che separano Milano dal Brennero. Intanto, i timidi raggi di sole hanno lasciato il posto a grumoli di pioggia che scandisce il ritmo del nostro viaggio e dà un che di malinconico ai paesaggi che visitiamo, sempre più immersi nel verde. Attorno scorro molti camion che passano dal Brennero per tuffarsi nell’est Europa: autotreni da Polonia, Germania, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, persino qualcuno dall’Olanda… Cosa succederebbe se davvero innalzassero un muro o i controlli alle frontiere diventassero serrati ed estremamente penetranti? Come al solito, al fattore sociale e culturale si aggiunge un’inevitabile riflessione economica, che permea l’ultimo tratto del nostro percorso.

Sono le sei del mattino quando varchiamo le porte della città di Brennero. C’è una leggera foschia e gli unici abitanti che incrociamo sono i coraggiosi che escono a correre o a cavallo della loro bicicletta, mentre cade qualche goccia di pioggia e il cielo ci osserva. Iniziamo a guardarci attorno e nel primo bar troviamo una pattuglia di carabinieri e di alpini, con cui conversiamo un po’. Poi, incomincia la nostra spedizione.

Mentre eravamo in giro, abbiamo deciso di mettere da parte tutte le questioni politiche e le dinamiche di poteri sociali che giocano a chiudere gli occhi a turno lavandosi le mani con le lacrime di gente che è stata costretta a rinunciare alla propria vita per darsi alla fuga per la sopravvivenza. Ci siamo voluti concentrare sull’aspetto umano di tutta questa vicenda, provando a metterci nei panni di chi scende da quei treni con gli occhi pieni speranza, ricostruendo il percorso che sono costretti a fare. In un edificio giallo dal tipico aspetto delle case di montagna, incontriamo Catarina, una donna sui quaranta che, dopo alcune riluttanze nel parlare, causate, come lei stessa ci ha poi spiegato, da una sorta di mancanza di fiducia nei vari giornalisti che in questi mesi hanno riportato una realtà falsata rispetto a quella che era effettivamente la situazione, decide di raccontarci un po’ della sua storia e del suo lavoro; Catarina ci dice che nel centro lavorano all’incirca una decina di persone nei giorni ordinari, (si parla impropriamente di lavoro, in quanto queste persone fanno ciò che fanno semplicemente per “buon cuore”, senza ricevere alcunché in cambio, anche se sovvenzionati in parte dalla Comunità Europea), mentre nei periodi in cui i migranti arrivano in misura cospicua c’è bisogno di aiuti esterni di altri abitanti che, pur non facendo parte di tali associazioni, decidono di dare una mano. Secondo le regolamentazioni fornite dalla CE questi volontari non possono far altro che ospitare chiunque ne abbia bisogno per un tempo massimo di 24 ore, oltre le quali non possono protrarre il loro operato. Vedendo l’edificio ci siamo subito resi conto di come, nonostante fosse in ottime condizioni, i posti letto non potessero certamente bastare per tutti; allora abbiamo chiesto a Catarina dove dormissero quelli che eventualmente fossero rimasti fuori. Lei ci ha spiegato che nel 99% dei casi quei posti letto bastano e avanzano: molti, infatti, ignorando che in questi luoghi di accoglienza non sia assolutamente necessario esporre documenti o sottoporsi a controlli da parte delle forze dell’ordine e avendo spesso con se documenti non del tutto in regola o essendo ancora sprovvisti di visto per traversare il confine, decidono di non fidarsi, rimanendo così a dormire per strada.

Insomma, siamo riusciti così ad avere un quadro di quanto paradossale possa essere questa situazione; la cosa infatti che più ci ha colpito una volta giunti sul posto è stata la stanchezza negli occhi di queste persone, dovuta non tanto a ciò che stava accadendo e che è accaduta in questo ultimo anno, quanto piuttosto per questa eccessiva ridondanza e pressione mediatica a cui sono stati sottoposti durante tutta la vicenda.

Magda, proprietaria di un caratteristico bar alle porte della stazione, è stata l’emblema del rapporto malsano avuto dalla città del Brennero con i mass media; si è detta infatti infastidita dal fatto che sia stata raffigurata una città e un sistema organizzativo al collasso, una cittadina ostaggio di barriere e controlli serrati, quasi si trattasse di un bunker inavvicinabile, quando invece al massimo era presente un posto di blocco dei militari prima del confine austriaco e qualche pattuglia qua e la nel paese. Più in generale, l’organizzazione e la lungimiranza delle forze dell’ordine, a sentire chi era sul posto, hanno fatto la loro parte in modo più che efficiente (non tenendo ovviamente conto dei casi sporadici in cui la tensione ha toccato picchi altissimi, quelle stesse situazioni trasformate in “norma” da tv e giornali, quando invece rappresentavano tanti unicum di certo non rappresentativi della realtà circostante).

I controlli ferrei di cui tanto si è parlato ci sono stati solo nei giorni in cui la mole di migranti cominciava a diventare critica, per poi rientrare lasciando Brennero nella condizione di normale cittadina di montagna. Dunque parlare di “città nelle mani dei Migranti, invase dal caos e con polizia ovunque” a noi è sembrata una forzatura.

Marco Lo Prato – Giuseppe Nasta

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