BarNacka #4

Divisioni Balcaniche

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-Drazen, senti ancora qualcuno dei tuoi ex compagni di nazionale?

-Io e Vlade ci telefonavamo ogni giorno, prima. L’ho visto a Los Angeles un paio di settimane fa e abbiamo parlato un po’, ma per il resto non lo sento più.

Prima di cosa?

Sono in corso le NBA Finals ed il 7 Giugno, durante la stesura di questo articolo, ricorreva il triste anniversario della scomparsa di Drazen Petrovic. Qualche riga sulla pallacanestro è inevitabile. Chi segue un minimo il basket avrà sicuramente sentito parlare di Steph Curry, impegnato in questi giorni nelle Finals e dominatore dell’NBA da un paio d’anni a questa parte. Grande, grosso e cattivo, penseranno quelli che non hanno mai avuto il piacere di vederlo all’opera. Non proprio. Semplicemente un ragazzo dal fisico normale che fa canestro da distanze inverosimili con una rapidità di esecuzione altrettanto inspiegabile. Petrovic, rimasto vittima di un incidente stradale nel 1993, era come Curry, prima di Curry.

Fra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, l’NBA non era il posto adatto per un piccoletto (in termini cestistici, ben inteso) con il vizio di segnare da lontano. La lega era controllata dai big men e da prodigi atletici come Jordan e Drexler. Nel frattempo, in Europa, Petrovic dominava in lungo e in largo segnando 40, 50, 60, fino ad arrivare addirittura a 112 punti ogni volta che scendeva in campo. Dopo aver vinto tutto con le maglie di Cibona, Real Madrid e della Jugoslavia, era giunto il momento di confrontarsi con il basket statunitense. Se al giorno d’oggi è normale vedere giocatori di ogni nazionalità sui campi NBA, a quel tempo trovare un cestista che non fosse di origine statunitense era un’impresa ardua. Immediatamente dopo aver demolito gli avversari agli Europei del 1989, Petrovic e il suo compagno di nazionale Vlade Divac volarono negli States: il primo ai Portland Trail Blazers, il secondo ai Los Angeles Lakers. Mentre Divac, un centro rapido e con ottime mani, si integrò subito al meglio nella propria nuova squadra, Drazen faticava anche solo a scendere in campo. Così telefonava all’unico amico che lo aveva seguito oltreoceano inseguendo il suo stesso sogno, per trovare conforto e discutere delle proprie prestazioni.

Nel 1990, in Argentina, si svolsero i mondiali di basket. Mentre il paese crollava in pezzi seguendo a ruota la caduta del Muro di Berlino, la nazionale jugoslava mandava al tappeto due giganti come gli Stati Uniti, in semifinale, e l’Unione Sovietica, in finale, aggiudicandosi la medaglia d’oro. La sirena che ha sancito il termine di quel torneo segnò anche il passaggio fra prima e dopo a cui allude Petrovic nelle prime parole di questo articolo. In Croazia il movimento indipendentista stava prendendo piede, e non era difficile durante le partite del mondiale scorgere bandiere croate, oltre a quelle jugoslave. I giocatori erano stati ben istruiti sul comportamento da tenere: non bisognava in alcun modo alimentare le tensioni fra le diverse popolazioni della Jugoslavia. Durante i primi festeggiamenti, un tifoso si precipitò in campo stringendo una bandiera della Croazia, gridando a gran voce che quella jugoslava, con cui erano avvolti i giocatori, era una merda senza alcun valore. Divac, di origine serba, gli tolse il vessillo dalle mani e lo fece allontanare dalla sicurezza. Sul momento, nessuno in squadra diede peso all’episodio, credevano di essersi comportati al meglio evitando di dar spazio agli indipendentisti.

Con il basket, per questo numero, abbiamo finito. Finito, come il rapporto di fraterna amicizia fra Divac e il croato Petrovic. In Croazia, gli indipendentisti avevano trovato nell’ingenuo gesto di Vlade Divac la scintilla ideale per far riemergere l’antico odio verso i vicini serbi, sepolto sotto decenni di convivenza forzata ma mai del tutto svanito. La vicenda della bandiera fu ingigantita a dismisura, tanto che ben presto il giocatore venne accusato di averla addirittura calpestata e di averci sputato sopra. Mentre in Europa orientale infuriava un sanguinoso conflitto armato, negli USA Divac cercava invano di ricucire i rapporti con Petrovic e gli altri ex compagni di nazionale di origine croata. Erano bastate poche settimane perché la propaganda e le minacce dei connazionali cancellassero anni di amicizia.

A distanza di un ventennio, gli stessi giocatori croati riconoscono che il loro comportamento non sia stato lodevole, ma che in quei momenti non vedevano possibile un altro modo di agire. Divac era il nemico per eccellenza, in un territorio in cui il basket gode di enorme popolarità rappresentava l’invasore serbo agli occhi della popolazione. Spaventa che sia bastato manipolare un evento, distorcendolo secondo le proprie esigenze, per far sì che ciò accadesse. Sfogliate questo numero di Bar Nacka, osservate il mondo che vi circonda e vi renderete conto che anche noi ogni giorno veniamo irresponsabilmente sobillati gli uni contro gli altri, senza scrupolo alcuno. Sta ad ognuno di noi arrestare questo processo; fermarsi a riflettere e prenderne coscienza è solo il primo passo, bisogna impedire ai propri pensieri di imboccare la strada più comoda verso la quale sono quotidianamente sospinti, fatta di colpevoli certi e verità assolute.

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