BarNacka #4

Egocentrismo duplice: migranti e ambiente

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Negli ultimi decenni il dibattito sulla questione dei cambiamenti climatici e sul futuro del nostro pianeta dal punto di vista ambientale ha vissuto una notevole crescita, grazie a dati sempre più preoccupanti e a conferme tristemente veritiere delle previsioni fatte.

Nelle prime due settimane di dicembre 2015 si è tenuta a Parigi la ventunesima sessione annuale della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio conosciuta come COP21, durante la quale è stato negoziato e firmato da 196 paesi (ma non ancora ratificato) un accordo volto a limitare le emissioni globali di anidride carbonica, fino ad arrivare ad un’emissione antropica di gas serra pari a zero prima del 2055, e contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 °C a fine secolo.

Nonostante le varie critiche ricevute, dovute al fatto che i patti non sono vincolanti e non ci saranno sanzioni, bensì incoraggiamenti, verso i paesi che non li rispetteranno, l’accordo di Parigi è un chiaro segnale che la tematica ambientale è, ormai, in quanto ad importanza ed impellenza, al centro delle discussioni internazionali.

L’attività umana, infatti, sta avendo un’influenza talmente grande sull’ambiente che già sedici anni fa, nel 2000, Paul Crutzen, chimico insignito del premio Nobel nel 1995 grazie ai suoi studi sulla chimica dell’atmosfera, parlava di “Antropocene”, a sottolineare l’elemento caratterizzante dell’era geologica in cui viviamo.

A tal proposito, un rapporto pubblicato nel 2013 dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il gruppo internazionale delle Nazioni Unite che studia il fenomeno dei cambiamenti climatici, mostra come le concentrazioni di gas climalteranti nell’atmosfera stiano aumentando a un ritmo senza precedenti. Dai dati forniti, si evince che il tasso medio di innalzamento della temperatura si è notevolmente alzato nell’ultimo secolo, portando il trentennio 1983-2013 ad essere il più caldo degli ultimi 1400 anni. Discorso simile per quello del livello del mare: il tasso medio di innalzamento delle acque nel periodo 1900-2010 è stato più grande dei 2000 anni precedenti.

Questi e altri dati documentano le considerazioni appena fatte sulla portata delle attività umane nei confronti del nostro pianeta.

I cambiamenti climatici sono in gran parte la causa dei diffusi fenomeni di perdita di biodiversità, dello scioglimento dei ghiacci polari e del conseguente aumento del livello marino, di desertificazione e siccità, della rottura di diversi equilibri ecosistemici e della crescente scarsità delle risorse naturali disponibili.

Una delle loro conseguenze più gravi e attualmente poco considerata dall’opinione pubblico-scientifica internazionale, in relazione alla sua importanza, è, tuttavia, quella relativa agli ingenti flussi migratori che stanno interessando vaste e varie regioni della Terra. Se, infatti, è ormai ampio il consenso attorno al legame tra aumento dei rischi ambientali e attività umane, c’è meno accordo per quanto riguarda la questione dei rifugiati ambientali, ovvero coloro che, di fronte all’impatto di catastrofi naturali o disastri ecologici, sono costretti a fuggire dai propri paesi alla ricerca di condizioni di vita più salubri. Questo tipo di migrazione, nella storia dell’umanità, è sempre esistito, ma a differenza del passato ora ne sono aumentate a dismisura le proporzioni.

Per renderci conto delle dimensioni di questo fenomeno, basti pensare che attualmente il degrado ambientale causa più migrazioni a livello mondiale dei conflitti armati: secondo il World Disaster Report, già nel 2008 vi erano 20 milioni di migranti forzati da ragioni ambientali contro 4,6 milioni di profughi in fuga da guerre.

L’ultimo rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre, pubblicato nel maggio 2013, afferma che nel 2012 sono state 32,4 milioni nel mondo le persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a seguito di disastri naturali. Inoltre, secondo la Banca mondiale un miliardo e 400 milioni di persone vivono attualmente in zone ad alta fragilità ambientale.

Infine, secondo le previsioni delle maggiori istituzioni internazionali in materia, quali L’UNCHR (United National High Commissioner for Refugees) e l’OIM (Organizzazione internazionale delle migrazioni), entro il 2050 si raggiungeranno i 200-250 milioni di rifugiati ambientali, pari a una persona su 45 nel mondo, con una media di 6 milioni di nuovi profughi ogni anno: uno scenario a dir poco inquietante, che allarma fortemente su quanto sia importante porre internazionalmente attenzione al problema e prendere dei provvedimenti per identificarlo, definirlo e risolverlo.

Se il termine rifugiato ambientale è stato coniato nel 1970 da Lester Brown, fondatore  del World Watch Institute, una definizione abbastanza completa di esso è stata data da Norman Myers, noto ambientalista britannico, sul finire degli anni Novanta:                                

I rifugiati ambientali sono persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre d’origine, principalmente a causa di fattori ambientali di portata inconsueta. Questi fattori comprendono siccità, desertificazione, deforestazione, erosione del suolo e altre forme di degrado del suolo; deficit di risorse come, ad esempio, quelle idriche; declino di habitat urbani a causa di massiccio sovraccarico di sistemi; problemi emergenti quali il cambiamento climatico, specialmente il riscaldamento globale; disastri naturali quali cicloni, tempeste e alluvioni, e anche terremoti, con impatti aggravati da mancati o errati interventi dell’uomo”.

Myers, dunque, pone a ragione un forte accento, in merito alle concause delle migrazioni ambientali, oltre che su elementi climatico-ambientali, sull’importanza di fattori socio-economici e politici, quali povertà, crescita demografica e assenza di servizi ambientali gratuiti, nonché di erronee politiche di gestione e messa in sicurezza dei territori e del tessuto urbano.

A tal proposito, emblematico è il caso fornito dalla Nigeria. Lo stato africano è, infatti, al centro di un enorme conflitto ambientale tra popolazione locale, governo e multinazionali del settore petrolifero quali Eni, Elf, Shell e Chevron. Queste ultime, attraverso le proprie attività estrattive, hanno distrutto il delicato ecosistema del Delta del Niger, principale fiume della regione, inquinando le risorse ambientali necessarie alle sopravvivenza dei locali. Le perdite di petrolio, dovute a corrosione delle condutture, cattiva manutenzione delle infrastrutture, atti di vandalismo e furti organizzati, sono le principali responsabili della devastazione dell’area del Delta e dell’inquinamento di aria, acqua e suolo, e hanno come conseguenza ultima, ma assai grave e pressoché irreversibile (anche a causa della scarsa disponibilità di fondi da destinare a interventi mirati), quella di violare il diritto alla salute, alla sussistenza e ad uno stile di vita dignitoso. Il governo non ha mai concesso l’accesso libero alle informazioni sull’impatto delle attività estrattive, facendo i propri interessi economici e quelli delle multinazionali occidentali con l’imposizione di politiche di gestione delle risorse naturali, nonché compromettendo il sostentamento di quasi 30 milioni di persone, come documentato da una recente ricerca di Amnesty International. Non c’è da stupirsi, quindi, se nel 2009 la Nigeria è stato il primo paese di richiedenti asilo in Italia.

Fuori da un contesto politico-ambientale di degrado ecologico, ma interessata dagli effetti più diretti dei cambiamenti climatici, è la situazione di regioni con altitudini medie quasi al livello del mare, come il Bangladesh o alcuni arcipelaghi del Pacifico (Samoa, Papua Nuova Guinea, etc.), dove il costante e annuale innalzamento del livello delle acque marine ha abbondantemente devastato interi raccolti e inibito i mezzi di sussistenza della popolazione, costringendo i governi locali ad attuare piani di evacuazione in previsione di future, ma vicine, sommersioni totali delle zone in questione.

Infine, prendendo come esempio un ecosistema geograficamente più vicino a noi, anche quella del Mediterraneo è un’area ad alto rischio, soprattutto sulle coste nordafricane e mediorientali: innalzamento del livello del mare, con conseguente minore disponibilità di acqua dolce in zone a bassa altitudine, e desertificazione progressiva di ampi territori, seguita da una ridotta produttività agricola, non fanno altro che destabilizzare dal punto di vista economico-ambientale delle regioni già teatro di aspre guerre, andando, inoltre, ad accrescere il preoccupante fenomeno delle migrazioni verso le sponde meridionali dell’Europa.

Il legame tra cambiamenti climatici e sicurezza è molto stretto: secondo l’Unione Europea, una delle potenziali cause di instabilità riguarda l’accesso alle risorse energetiche e alimentari e il loro controllo. Un rapporto stilato da International Alert stima che i cambiamenti del clima stanno determinando un alto rischio di conflitti violenti in 46 paesi, abitati da 2,7 miliardi di persone. In questo contesto, le migrazioni di popolazioni a causa di risorse scarse esacerbano situazioni difficili, o ne creano di nuove: i flussi di migranti climatici disperati pesano anche sugli organi di governo più preparati.

Centrate, quindi, sono le parole pronunciate nel 1992 da Sadako Ogata, l’allora Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati: “il degrado dell’ambiente può portare alla migrazione, e la migrazione può provocare ulteriore degrado all’ambiente”.

É evidente, dalla definizione di Myers, così come dagli esempi fatti, che la caratteristica che accomuna tutti i rifugiati ambientali è quella di non riuscire più, per ragioni diverse, a garantirsi i mezzi di sostentamento. Questo elemento aiuta a tracciare una netta linea di distinzione tra le migrazioni per cause economiche, religiose, politiche e, appunto, quelle ambientali.

Tale distinzione, tuttavia, non è presente su documenti ufficiali e i profughi ambientali non godono di alcuna tutela giuridica. Nonostante i numerosi strumenti internazionali volti a difendere l’ambiente, non esiste una copertura legislativa adeguata per questa categoria di migranti.

Per la definizione di rifugiato, infatti, è ancora valida la Convenzione di Ginevra del 1951, con la successiva estensione del Protocollo del 1967, che, nell’articolo 1, recita:

dicesi rifugiato chiunque, per un fondato timore di essere perseguitato per questioni di razza, religione o opinioni politiche, si trovi all’esterno del paese di cui possiede la nazionalità e non può, o a causa di tale timore non vuole, avvalersi della protezione di quel paese; oppur chiunque, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal paese in cui aveva residenza abituale, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”

Sostanzialmente, è quindi qualificato come “rifugiato” ai sensi della Convenzione chiunque si trovi al di fuori del proprio paese di origine, migrato per ragioni inevitabili e legate a razza, religione ed opinioni politiche. Tutti coloro che non rispettano queste condizioni sono considerati migranti su base volontaria.

Risulta chiaro che i migranti ambientali rientrano giuridicamente in quest’ultima categoria, al pari dei migranti per ragioni economiche. Un altro fattore che contribuisce alla loro esclusione dalla definizione della Convenzione è il carattere collettivo (e, molto spesso, quello temporaneo) delle migrazioni ambientali, contrapposte alla concezione individuale e definitiva del classico rifugiato.  Attualmente la loro protezione è affidata all’UNHCR e agli stati donatori, che forniscono solamente assistenza primaria per motivi umanitari, insufficiente a predisporre la tutela integrale dei loro diritti.

Appare altrettanto chiaro che il termine “rifugiato” come inteso dalla Convenzione di Ginevra non è più adatto a descrivere il fenomeno della migrazione forzata, a causa della molteplicità di motivi (politici, sociali e ambientali) che concorrono ad alimentarlo. La possibilità di uno Statuto apposito per i rifugiati ambientali o di un’estensione della Convenzione del 1951 poggia sull’idea che un’accettabile qualità della vita sia un diritto umano fondamentale, a prescindere dalla natura delle condizioni sfavorevoli di chi fugge da un determinato paese. Un’eventuale Convenzione sui rifugiati ambientali si troverebbe di fronte a lunghe fasi di negoziazione, firma e ratifica, ma rappresenterebbe la miglior garanzia possibile di tutela dei loro diritti.

Anche per quanto riguarda l’UE, la legislazione in materia di profughi ambientali è molto carente: la Direttiva 2004/83/CE, normativa europea di riferimento sul tema dei rifugiati, non menziona i fattori ambientali tra le motivazioni delle migrazioni.

Per contro, nonostante un rifiuto della questione dalle legislazioni internazionali, sono nate alcune iniziative di ricerca finanziate da organi istituzionali europei e organizzazioni internazionali: la Commissione europea ha sensibilizzato sul tema tramite il progetto “Cambiamento ambientale e scenari di migrazione forzata” e il progetto CLICO, che lavora su clima, conflitti e sicurezza nel Mediterraneo, mentre il Forum Globale per la Migrazione e lo Sviluppo (GFMD) nel 2010 ha tenuto un meeting specifico su questo argomento, in Messico, chiedendo di migliorare i processi di raccolta dati e gli scambi di analisi per rafforzare a tutti i livelli il dialogo sulle interconnessioni tra migrazione, sviluppo e cambiamenti climatici.

Il quadro sin qui delineato dimostra chiaramente che i cambiamenti climatici stanno avvenendo ad una velocità preoccupante e che i loro effetti, per quanto riguarda le migrazioni ambientali forzate, sono già una realtà ben visibile. Alcuni tentativi di ricerca su questi poco conosciuti fenomeni migratori sono stati fatti, ma, come constatato in precedenza, l’assenza del riconoscimento dello status giuridico di rifugiato ambientale impedisce la creazione di una rete di assistenza e protezione a favore dei tanti che sono costretti a migrare per le ormai note cause, oltre che una precisa rilevazione statistica dell’entità del fenomeno e della sua evoluzione. Dare una definizione di questo tipo di rifugiato e includere il degrado ambientale e i cambiamenti climatici come ‘drivers’ di spostamenti di popolazioni è assolutamente necessario per porre la questione definitivamente al centro dei programmi politici internazionali.

Nella questione dei migranti, come già detto, Il fattore ambientale è strettamente connesso ad altri elementi di tipo economico, politico e sociale, ma produrre un’analisi chiara che lo identifichi rispetto a questi è assai importante ai fini di comprendere meglio i futuri modelli migratori, per poter discutere (e poi attuare) leggi nazionali ed internazionali ad hoc.

Fondamentale, perciò, diventare una cooperazione a livello intergovernativo, con l’aiuto delle ONG, delle associazioni della società civile e dei paesi più vulnerabili, in modo da valutare le prove esistenti in materia di ambiente e migrazione e per sviluppare misure e programmi utili a prevenire o gestire gli spostamenti massicci di persone: sistemi di allarme precoce, assistenza psicologica, economica e umanitaria degli sfollati.

Occorre ricordare, tuttavia, che tali provvedimenti vanno promossi solo in seguito a migrazioni forzate, come strategie di adattamento. Alla base, in realtà, va fatto un discorso molto più legato alle conseguenze del cambiamento climatico e alla mitigazione dei suoi effetti tramite un intervento alle fondamenta: ridurre le emissioni di gas climalteranti e, in un’ottica più generale, delle tante azioni dell’uomo che risultano impattanti e devastanti nei confronti del pianeta che lo ospita.

Un duplice egocentrismo degli esseri umani va quindi combattuto: quello nei confronti di persone in fuga, i cui diritti vengono costantemente calpestati da guerre, persecuzioni e, nel caso finora trattato, da disastri ecologici o cambiamenti climatici, e quello nei confronti della Terra, dominata, deprivata e distrutta dalle nostre azioni. Al di là delle misure governative atte a migliorare le nostre condizioni, è compito di ognuno interrogarsi su quanto il proprio stile di vita e le proprie scelte di consumo influiscano sugli altri esseri viventi e sull’equilibrio che regola la vita del pianeta.

È compito di tutti noi essere coscienti dell’importanza di uno sviluppo sostenibile, che ci permetta di soddisfare i nostri bisogni senza impedire ai più deboli del presente e alle generazioni future di soddisfare i propri, ed agire, nel limite delle nostre possibilità, in questa direzione (Patrick Geddes, botanico e urbanista scozzese, direbbe “pensa globalmente, agisci localmente”).

È dovere dell’Europa, in virtù delle sue risorse conoscitive e tecnologiche, prendere coscienza del cambiamento necessario e guidare la riconversione ideologica, produttiva ed energetica, nel presente e nel futuro.

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2 commenti su “Egocentrismo duplice: migranti e ambiente

  1. Francesca Capelli

    Ottima sintesi per farsi un’idea di un problema complesso!

  2. Grazie Francesca, felici che l’articolo ti sia piaciuto!

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