BarNacka #4

Giochi Senza Frontiere

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A casa dello zio Pier ho visto tante diapositive da piccolo. Si cercava la parete più bianca del salotto dove proiettare le immagini, che apparivano puntualmente sgranate. Per vederle, serve che la luce vi passi attraverso, senza luce, si vedrebbe una pellicola nera come lo schermo di una TV spenta. Per quanto macchinoso e talvolta un po’ soporifero, il rito delle diapositive a casa del Pier era qualcosa di magico.

Una volta ho osato rompere questo rito, sento ancora la voce del Pier che rimbalza dalla credenza al divano,  per poi vorticare sul mappamondo- che insieme ai primi due forma già una bella cornice d’antiquariato- e spegnersi definitivamente sul televisore. Che invece io avevo appena acceso, per vedere Giochi Senza Frontiere.

Anche il Generale De Gaulle, in un ricevimento di gala dove erano presenti importanti personalità francesi, voleva rompere la routine. Più che altro erano esauriti gli argomenti e a una certa si finì a parlare di programmi televisivi. Nel particolare, di Intervilles. De Gualle era catturato dalla freschezza dei giochi di questa trasmissione, al suo socio Leon Zitrone- illustre giornalistica politico- ne parla con tale entusiasmo che propone di ampliare il range di concorrenti a livello europeo, magari facendo partire l’iniziativa proprio dalla Francia e dalla Germania, nazioni che fino a qualche decennio prima erano in guerra fra loro.

Intervilles era la copia francese di Campanile Sera, che fra anni Cinquanta e Sessanta riempiva le estati degli italiani con una serie di giochi tra due città in competizione, prove tradizionali come l’albero della cuccagna, domande/quiz o gare atletiche presentate nelle più disparate salse. Il  famoso presentatore-macchinetta (per la rapidità con cui parlava, tipo mitragliatrice) Guy Lux prende tutto il pacchetto di Campanile Sera, una volta cessata la produzione in Italia.

Tornando alle chiacchiere con Big Charles, Zitrone coglie subito la mega intuizione di De Gualle e chiama Guy Lux- di cui era carissimo amico- per discutere l’idea. Mosse le pedine giuste nella televisione francese e con il sostegno dell’autorità presidenziale, Guy Lux passò a far pressione sulle emittenti di altre nazioni. Iniziare un campionato di giochi che coinvolgesse i vari stati europei, era un buon modo per celebrare i Trattati di Roma e il primo passo per cercare di far convivere la secolare rivalità con il cammino appena iniziato verso l’unione. Nacque così il titolo della serie, da un’apericena tra autorità francesi, dall’ultima persona che ti saresti aspettato.  Si scelse il nome: Giochi senza frontiere.

TROIS, DEUX, EN…FIIIT!

Dai fischetti di Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, il conto alla rovescia per l’inizio di un gioco era diventato quasi un slogan riconoscibile. Per gli spettatori del primo ciclo di Giochi Senza Frontiere( dal 1965 al 1982), i due arbitri erano come i padroni di casa che ti accolgono a cena, i presentatori questo ruolo lo avevano marginalmente. Perché erano caldi, giocavano prima dei giochi o per iniziarli. Il bello è che il loro background professionale era tutto’altro che ludico-folkloristico: entrambi erano arbitri internazionali di Hockey su Ghiaccio, avevano disputato più di 200 tornei in giro per il mondo.

Ogni tanto recitavano pure, ma non era un tipo di recitazione teatrale, fatta semplicemente per introdurre il gioco (cosa che avveniva lo stesso, propedeutica a un altro scopo però), la messinscena serviva per diventare parte del gioco, come se loro due fossero un componente della scenografia. Vedi la puntata di Blackpool, Gran Bretagna, del 1976: i due si trovano in una sorta di locanda, vestiti da marinai del 500’ sbronzi persi, con due boccali di birra e il capo chino sul tavolo. Così si presentarono al pubblico inglese, in una delle finali con più giochi d’acqua di sempre, realizzati forse per rappresentare al meglio la città di Blackpool, famosa località balneare inglese.

I giochi erano anche delle cartoline, avevano luogo in città di provincia, per far conoscere gioielli paesaggistici, città famose per trascorsi storici. O…il villaggio dal nome più lungo al mondo: Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch, che non ti interessa manco sapere dove si trovi, quanto sentirlo pronunciare dal presentatore (se lo azzecca al primo colpo, apparirà sicuramente sudato per lo sforzo nel ripeterlo fino alla nausea prima di saperlo dire bene).

Iniziamo a mettere ordine: la trasmissione ha avuto due cicli, il primo dal 1965 al 1982, il secondo dal 1988 al 1999. Il numero di nazioni partecipanti è continuato a salire insieme all’espansione dell’Eurozona, specialmente dal disgregamento dell’URSS prima e della Jugoslavia dopo che ha segnato l’ingresso dei paesi dell’Est. A seconda delle edizioni e del numero delle squadre, cambiavano sia il modo di fare i giochi, con o senza filo conduttore, sia il numero di puntate. Ma la formula più ricorrente era quello con le formazioni composte da 8 elementi (4 donne e 4 uomini), un allenatore e un capitano “non giocatori”.

“Ok, ma cos’erano, nella pratica?”: vi starete chiedendo voi lettori nati dopo il 1995. In tre parole: percorsi-ad-ostacoli. Tappeti elastici, trampolini, piscine, costumi improbabili da indossare e tanto, tanto polistirolo colorato da dover trasportare da un punto A ad un punto B. Uno dei giochi della serata veniva chiamato “Fil Rouge”, e vedeva impegnatati una squadra alla volta (per lo più in giochi ad altissimo coefficiente di difficoltà) Il Jolly, invece, permetteva alle squadre di raddoppiare il punteggio ottenuto durante la gara. La squadra con il piazzamento più alto in classifica, andava in finale.

Se la puntata aveva un tema, i giochi ruotavano attorno ad esso e uno degli obiettivi, oltre a racimolare più punti possibili per ogni “prova” era arrivare alla conclusione della storia. Qui vi vengo in aiuto, di Takeshi’s Castle avrete sicuramente memoria più nitida.

GLI IMITATORI

Il Generale Lee ha un esercito di 100 soldati, completamente allo sbaraglio, insieme devono affrontare una serie di prove di resistenza, i superstiti di questo lungo percorso ad ostacoli e disseminato di trappole arrivano a sfidare il conte Takeshi per tentare l’assalto al castello. Per sommi capi, questo era Takeshi’s Castle.

Lo schema era sempre fisso, ma non si può negare che questa fosse una storia e giungere alla sua conclusione, a differenza di Giochi Senza Frontiere( dove non era prassi che ci fosse sempre un filo conduttore) era l’unica finalità per i concorrenti.

Da noi, In Italia, questo programma è arrivato con i filtri demenziali della Gialappa’s, che tramite Mai Dire Banzai, sintetizzava gli highlights delle cadute più esilaranti o dei giochi più stupidi. Rispetto a Giochi Senza Frontiere mancavano due cose: il senso di appartenenza alla squadra e la sportività. Il plotone che parte per insediare il castello non ha il benché minimo affiatamento, i concorrenti si conoscono a malapena tra di loro e sono dei Kamikaze che non rappresentano una nazione. Un gioco al massacro che tra l’altro non portava quasi mai alla vittoria( pare che siano state pochissimi le formazioni superstiti e espugnare il castello e vincere il montepremi di 1 milione di yen).

Sia chiaro, Takeshi’s Castle fa piegare, ma dopo una fragorosa risata non ti rimane niente. Non ha nulla di nobile, non ha nulla di raffinato. È come vedere la versione idiota e con i carro armati in compensato che sparano laser di Hunger Games.

Ma proprio perché fa sbellicare, il format piace e viene venduto in giro per il mondo. Takeshi’s Castle è andato in onda in Giappone a metà degli 80’, quando Giochi Senza Frontiere era nella fase di stop, ma ancora sulla cresta dell’onda in termini di notorietà( infatti sarebbe ripartito nell’ 88) Non si può dire con esattezza che i nipponici si siano ispirati ai Giochi, sta di fatto che il successo prodotto dal programma giapponese ha fatto in modo che altri stati producessero dei rifacimenti di Takeshi’s Castle. Come Wipe Out,  la versione americana, qui in Italia commentata da Lillo e Greg su GXT.

Forse un carattere che rende i Giochi inimitabili è che: “creano l’accidente e non l’incidente” citando proprio Popi Perani ( uno degli ideatori del programma, nonché un genio creativo di molteplici trasmissioni RAI). Aggiungono qualcosa al divertimento, un secondo spessore tangibile.

IMMAGINI SENZA FRONTIERE

Questo secondo livello di intrattenimento derivava anche dall’habitat unico di trasmissione: uno spazio televisivo europeo. Giochi Senza Frontiere è stato difatti, uno dei primi programmi mandati in Eurovisione. Immagini senza frontiere. Una rete unica a cui si connettevano diverse emittenti nazionali permetteva uno scambio di news,  programmi sportivi e culturali che per la metà degli anni 60’ era qualcosa di fantascientifico.

Nelle serate in cui si tenevano puntate importanti dei Giochi, le strade erano deserte come se alla TV ci fosse la nazionale di calcio. Ma era così per i supporter di ogni nazione partecipante. Non c’è nessuna differenza tra i tifosi della prima generazione e quelli della seconda. Gioiosi i primi, più pazienti i secondi, visto che molte puntate del secondo ciclo non andavano in diretta e capitava che le registrazioni durassero 4 ore. Accadeva spesso che questi gruppi si portassero al seguito prodotti locali, come salumi, salsicce, piadine da condividere con il resto del pubblico( che era composto anche da tifosi avversari). Il clima di vicinanza che si creava era una costante anche tra produttori e arbitri.

Guido Pancaldi sosteneva che senza gli “spaghetti party” organizzati tra arbitri e produttori, il primo ciclo di Giochi Senza Frontiere sarebbe durato qualche anno di meno.

Questa complicità tra gli artefici del programma, però, si sgretolò a causa del progressivo collasso nella preparazione dei giochi. La struttura si appesantì per l’eccessivo impianto scenico, il predisporre cioè costosissime scenografie e maschere, caricò il programma di pesi inutili, portandone il bilancio a cifre non facilmente sostenibili.

Luciano Gigante, il produttore che curava il programma in entrambi i cicli afferma: “diciamo che era una compagnia di giro come la Commedia dell’Arte, un po’ più mastodontica, un po’ più tecnologica, ma anche noi mentivamo ogni giorno, come la Commedia dell’Arte.”

La difficoltà nel ritrovare l’equilibrio tra freschezza e sfarzosità è l’elemento che ha portato a rendere la trasmissione del secondo ciclo meno interessante. Insieme a questo problema,  ne era sorto un altro di natura geografica. Con la scelta degli ultimi anni di svolgere tutte le puntate in un’unica sede, si perse il gusto per le tradizioni culturali delle varie nazioni. Se oscuri l’itinerante del programma, di non artefatto rimane solo la diretta. Chiaramente decidono di togliere anche quella. Il fatto che le puntate venivano registrate smorzò l’emozione e il brivido del nuovo, non tanto agli spettatori a casa, ma ai supporter che volevano seguire i giochi da vicino.

Ma in qualche modo, il DNA aggregante di Giochi Senza Frontiere ha salvato anche le ultime edizioni, le uniche di cui sono stato diretto testimone. Sul web serpeggiano voci di un ritorno dei Giochi sotto il nome di The Biggest Game Show  (ma non si tratta della trasmissione originale, fintato che la rai non cede il marchio).

E se fosse più indicato tenere Giochi Senza Frontiere nei nostri hard disk interni, come ricordo del miglior digestivo presente in TV? Alla fine a Casa dello zio Pier, quella sera, il proiettore rimase spento, lui si sedette vicino a me e un clima effervescente si irradiò come la citrosodina fa nello stomaco, in tutto il salotto.

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NBA Geek, lettore all-around. Bazzico nei playgroung milanesi e un giorno possederò un'amaca dove distendere me e i miei nervi.

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