BarNacka #4

I giovani e il futuro

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Ricordo con precisione due momenti in particolare della mia vita. Nel primo, dopo ore di estenuante ricerca, ero riuscita a districarmi tra le molteplici opzioni che avevo sulla mia strada riducendo la fatidica scelta a un bivio: la “certezza” del futuro e la “precarietà” del sogno. Inutile dire che bastarono poche ore per far emergere la mia indole da ribelle controcorrente: il mondo intero urlava “Medicina”? Viene da sé che io abbia scelto la facoltà di Editoria. Eppure sono certa di non essere stata l’unica a ritrovarsi dinanzi ad una scelta simile, così come ho la certezza (forse la speranza) che in molti hanno preposto il coraggio – il rischio – alla sicurezza di un futuro stabile. Perché, infondo, è così che la mia generazione è cresciuta: con la convinzione che l’università ci avrebbe aperto le porte al mondo del lavoro, soprattutto se avessimo scelto la facoltà “giusta”, quella che ci proponeva stage (il più delle volte) non continuativi, oppure investendo in master che quella stessa somma ce l’avrebbe restituita, se non raddoppiata, una volta giunti al termine del nostro percorso.

Poi però accade che sfogli un giornale, accendi la tv, accedi ad internet e le percentuali dicono ben altro: i dati Eurostat, aggiornati a dicembre 2015, rivelano che in Europa la disoccupazione giovanile ammonta al 22%, e solo nel nostro Paese le percentuali sono ancora più preoccupanti se si pensa che dal 2007 le percentuali sono salite dal 19,4% all’attuale 37,9%. A precedere l’Italia sono la Grecia con il 48,6% e la Spagna con il 46% di giovani senza lavoro.

disoccupazione1Sorge dunque spontanea una domanda: cresce il numero di laureati e insieme ad esso quello dei disoccupati. Cosa c’è che non va? Una delle prime cause è indubbiamente da riscontrare nella scarsa comunicabilità che c’è tra aziende e scuole. La maggior parte di noi, infatti, si ritrova a vivere il giorno del diploma o della laurea con la stessa dose di soddisfazione e ansia. Cosa ne sarà di me da domani? Perché è inutile negarlo, ma infondo tra i banchi di un’aula tutti ci sentiamo un po’ più al sicuro. Il nostro compito è studiare, preparare esami e fissarci obiettivi futuri che, nella maggior parte dei casi (e sono le statistiche a parlare) non troveranno alcuna corrispondenza nel mondo reale. Ci rimbocchiamo le maniche, stringiamo i denti, inventiamo sogni, costruiamo progetti e fuori chi ci aspetta? La crisi e le interminabili “gavette”, e la rassegnazione ci spinge ad accontentarci di passare il nostro tempo tra i tavoli di una pizzeria, nel parco con i più piccoli o a aiutare qualcuno con quella cultura che abbiamo guadagnato con non pochi sacrifici. Tutto sembra fermo. In realtà qualcosa si sta muovendo.

Lasciano, infatti, ben sperare gli obiettivi che l’Ue ha inteso prefissarsi adottando strategie e misure con quali combattere proprio la disoccupazione giovanile.

Rilevanti a tal proposito sono le Strategie per la formazione e l’istruzione 2020 con le quali l’Ue invita gli Stati membri alla condivisione di iniziative e pratiche finalizzate, tra i tanti obiettivi, ad incentivare l’istruzione, l’acquisizione di qualifiche e favorire l’occupazione. In particolare, tra gli obiettivi che riguardano la formazione l’Ue si auspica che entro il 2020 l’82% dei ragazzi tra i 20 e i 34 anni, ottenuto il diploma, abbiano trovato un’occupazione entro 1 massimo 3 anni dalla fine degli studi; importante anche il ruolo affidato alla formazione all’estero: circa il 20% dei giovani laureati tra i 18 e i 34 anni di età in possesso di una qualifica professionale deve aver svolto almeno un periodo della loro formazione all’estero.

EURES (European Employment Services) fa parte di quelle iniziative coordinate dall’Ue attraverso le quali proporre soluzioni valide per il mercato del lavoro. In particolare, si tratta di una rete di cooperazione tra aziende e lavoratori la quale incentiva la mobilità di questi ultimi nell’area geografica e politica dell’Ue. Il portale mette a disposizione la possibilità ai lavoratori di creare un proprio profilo professionale online che potrebbe, dunque, rivelarsi rispondente alle innumerevoli proposte di lavoro che gli stessi datori affidano alla rete.

Tuttavia, soprattutto nell’ultimo periodo, il mezzo a cui numerosi ragazzi hanno fatto ricorso è il piano europeo, noto con il nome di Garanzia Giovani (Youth Guarantee). Il progetto nasce proprio con l’intento di ridurre in modo drastico le elevate percentuali di disoccupazione giovanile e mette a disposizione degli Stati membri con un tasso di disoccupazione superiore al 25% fondi da investire nella formazione, nel lavoro, nell’orientamento. In Italia il piano si rivolge, in particolar modo, ai ragazzi sino ai 30 anni di età: dopo l’adesione al progetto da fare attraverso l’iscrizione online, un addetto della Regione a cui si fa riferimento per la ricerca del lavoro si occupa di offrire delucidazioni e di procedere a un colloquio conoscitivo attraverso il quale approfondire le motivazioni e le esperienze professionali del ragazzo per proporre il percorso da intraprendere a lui più consono. Solo in Italia il progetto Garanzia Giovani ha ottenuto un ottimo riscontro: secondo dati recenti, aggiornati a giugno 2016, 1.072.194 sono gli utenti registrati, 703.449 coloro che sono stati presi a carico dai Servizi per l’impiego e 339.597 sono coloro ai quali è stata proposta una misura. Sicilia, Campania e Puglia sono le regioni con un maggior numero di adesioni.

Ma in concreto cosa offre il programma Garanzia Giovani? È davvero una valida soluzione per combattere la disoccupazione giovanile?

“Subito dopo essermi laureata, nel febbraio 2015, sono venuta a conoscenza del programma, che su carta appariva molto interessante. Mi sono subito rivolta alla ATS (Associazioni temporanee di Scopo) del mio paese, dove mi hanno guidata nell’iscrizione al programma. Nello stesso periodo ho fatto un colloquio con un’azienda che mi offriva un periodo di tre mesi con un rimborso spese molto basso. La stessa ATS mi ha consigliato di proporre all’azienda di aderire al programma Garanzia Giovani. L’ho fatto e subito ci siamo messi all’opera per sbrigare tutte le pratiche necessarie. Dicevano che sarebbero bastati 10 giorni, in realtà servirono alcuni mesi e intanto l’azienda, pronte le pratiche, non aveva più bisogno della mia presenza. Nonostante lo sconforto iniziale, sono stata subito indirizzata ad un’altra azienda di un paese vicino al mio dove, solo pochi giorni dopo, ho potuto iniziare il mio tirocinio sotto il programma Garanzia Giovani. Nonostante la disponibilità dell’azienda e dell’ATS alla quale mi sono rivolta, nel programma in linea generale ho riscontrato alcuni deficit, come ad esempio la lentezza nei pagamenti: il primo che ricopriva due mesi di attività l’ho ricevuto a gennaio, nonostante avessi iniziato a settembre e ad oggi non ho ancora ricevuto il pagamento relativo agli ultimi due mesi (ho terminato il tirocinio il 29 febbraio). Nonostante i tempi di attesa, talvolta lunghi, credo che si tratti di un’iniziativa molto interessante sia per noi giovani che abbiamo così la possibilità di inserirci nel mondo del lavoro e sia per le aziende che, a loro volta, offrono a noi giovani questa opportunità senza alcun svantaggio economico”.

È questa la testimonianza di una giovane ragazza che, uscita dalla realtà universitaria, ha deciso di affidarsi al programma europeo Garanzia Giovani.

Per quel 22% di disoccupazione giovanile europea le speranze non sono vane: l’Ue, con le innumerevoli iniziative cerca di combattere cifre che ogni giorno destano preoccupazione, soprattutto se associate ad altre problematiche, quali ad esempio la crescita della popolazione anziana di gran lunga superiore rispetto a quella giovanile, oltre alle inevitabili influenze negative che la mancanza di un lavoro può portare nella vita e nell’interiorità di un ragazzo di 20 anni.

MA QUALCUNO SI E’ MAI CHIESTO COSA NE PENSANO I RAGAZZI?

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La nostra età oscilla tra i 15 e i 30 anni. Ci chiamano adolescenti, ragazzi e poi adulti. Dobbiamo scegliere il nostro futuro, costruirlo con la forza che ci mettono nelle mani quando ci dicono che “non è il momento” o che “esistono tempi migliori”. Per noi non esiste un momento giusto e uno sbagliato, abbiamo voglia di crescere, imparare, metterci alla prova, anche se questo significa fare la valigia e andare. Partiamo alla ricerca di opportunità, ci confrontiamo con realtà ogni giorno diverse e scopriamo che non sarà certo per tutto quello che ci raccontano sui giornali o in tv che noi ci fermeremo.

Cosi Annalisa Mirizzi, originaria della Puglia, ci racconta un po’ della sua storia, della sua decisione di proseguire il suo percorso a Ginevra e di quella che è la sua percezione di ciò che oggi sta accadendo.

Ciò che mi ha spinto ad accettare il mio attuale posto di lavoro a Ginevra è stata sicuramente la voglia di proseguire la mia esperienza di vita all’estero dopo la laurea conseguita a Lione. Dopo aver vissuto fuori dell’Italia per studio, ormai concepivo il mio futuro a “respiro internazionale”, così è stato abbastanza naturale per me cercare lavoro in un contesto che mi potesse permettere di mettere a frutto ciò per cui ho studiato, e sudato, per anni ovvero le lingue e il commercio internazionale.

Quale è la realtà lavorativa e quali problematiche riscontri nel Paese in cui vivi, rispetto al nostro?

Non posso fare un vero e proprio raffronto poiché non ho mai avuto un’esperienza lavorativa in Italia, ma posso esprimermi circa la realtà svizzera rispetto a ciò che apprendo sul nostro Paese attraverso i canali d’informazione o dal vissuto di amici e parenti. Sicuramente, alla base, in Svizzera c’è un mercato del lavoro più dinamico rispetto a quello italiano, che non risente della crisi o ne risente marginalmente. Ciò sfocia in un’offerta maggiore di opportunità lavorative per cui i livelli di disoccupazione sono nettamente inferiori rispetto a quelli italiani.

Di contro, il lavoratore è meno tutelato che in Italia, per cui un contratto a tempo indeterminato, che qui è il più utilizzato, può essere rescisso dal datore di lavoro in qualsiasi momento e senza necessariamente addurre una giusta causa. Tuttavia, è possibile cogliere il risvolto positivo e cioè che in Svizzera, a mio parere, è molto più facile reinventarsi professionalmente: il famigerato “posto fisso” non diventa una “confort zone” in cui sentirsi al sicuro, ma viene percepito come una delle tante tappe che andranno ad arricchire la propria esperienza professionale. Le persone hanno la possibilità di rispettare maggiormente se stesse e le proprie inclinazioni e non sono angosciate dal decidere di lasciare il proprio posto di lavoro, consce de fatto che ne troveranno uno probabilmente migliore. Insomma la mentalità vigente è quella del “what’s next?”.

Se in Svizzera è più facile trovare lavoro, è più difficile però sentirsi davvero a casa. Credo questa sia una sensazione comune a tutti gli expat, ma la realtà ginevrina è particolarmente fredda e poco giovane. Non è un caso che le persone che frequento regolarmente siano tutte Italiane.

È nei momenti di nostalgia di casa che ci si chiede se davvero un buon posto di lavoro e un buon stipendio valgano davvero a scapito del benessere psico-fisico. Poi però, quando penso a mio padre che è stato licenziato a cinquant’anni e che fatica a trovare un’occupazione o ascolto gli sfoghi di mie amiche che lavorano nel mio paese di origine a contratti che farebbero gridare allo sfruttamento, mi dico che qualche sacrificio va fatto e che in fondo mi reputo fortunata a lavorare qui a Ginevra.

Le percentuali di disoccupazione giovanile intanto continuano a crescere…

Credo la causa sia da ricercare nella politica del lavoro e nella creazione di nuove tipologie contrattuali che appaiono spesso solo come sotterfugi per agevolare i datori di lavoro a scapito dei lavoratori. Il lavoro deve essere valorizzato e i lavoratori dovrebbero rappresentare un investimento per l’azienda, anziché un modo per ottenere sgravi fiscali. Fino a quando il lavoratore non sarà valorizzato nella sua professione e riconosciuto come colui che muove l’economia, temo che l’Italia non riuscirà ad uscire da questa impasse a cui gli ultimi tempi ci hanno tristemente abituato”

Altri di noi hanno, invece, avuto la possibilità di confrontarsi con realtà europee differenti.

Jonathan Mus, di origini francesi, ha lavorato in Italia, a Milano, in occasione di Expo e ha così potuto confrontarsi con un contesto diverso da quello in cui lui stesso vive. “Ho lavorato in Italia durante EXPO, anche se il mio datore di lavoro era francese. Confrontandomi con i miei colleghi italiani, ho potuto tuttavia riscontrare numerose differenze tra il contesto italiano e quello francese. Innanzitutto, in Francia il lavoro è meglio retribuito e riconosciuto; esiste, infatti, un salario minimo di base; inoltre, importantissima è la qualifica e il possesso di un titolo di laurea necessari per ogni tipo di occupazione. È vero, noi francesi ci lamentiamo spesso, ma penso che sotto il profilo lavorativo possiamo ritenerci più sereni rispetto agli italiani. Per trovare un lavoro in Francia, di solito i giovani si rivolgono al ‘pôle emploi’ (come i centri per l’impiego italiani) oppure alla ‘mission locale’, degli organismi statali a livello locale che si occupano di inserire nel mondo del lavoro i giovani da 16 a 25 anni. Io personalmente ne ho usufruito quando avevo bisogno di compilare un buon curriculum senza errori, ma possono anche fornire aiuti economici per prendere la patente o mezzi per raggiungere il posto di lavori”.

Disoccupazione, sempre peggio per i giovani

Ognuno ha la sua esperienza, ognuno porta dietro di sé il proprio bagaglio e cerca di investire nel suo futuro. Quasi ogni giorno sentiamo frasi come “i giovani sono il futuro” “bisogna investire nelle nuove generazioni” e noi non aspettiamo altro. Eppure la nostra attesa non ci vede restare fermi con le mani in mano, ogni giorno urliamo i nostri diritti, perché proveniamo da Paesi diversi, parliamo lingue differenti, amiamo tutti le nostre terre, quelle famose percentuali ci differenziano perché alcuni di noi hanno avuto la fortuna di non esserne vittime e altri, purtroppo, di quegli stessi numeri ne fanno più che un problema, un ostacolo, ma tutti siamo accomunati da una cosa sola: non vorremmo solo essere quel futuro, noi vorremmo contribuire a costruirlo.

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