BarNacka #4

Il richiamo del sangue

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New York, 2010. Davanti agli occhi abbiamo un mucchio di ossa di bue candide, perfettamente pulite. Una donna in camice si spoglia e inizia a ballare su ritmi balcanici. Accanto a lei ci sono un uomo e una donna. Ci troviamo al MoMA, dove è stata organizzata una retrospettiva, The Artist Is Present, in onore della  performer europea Marina Abramović.  A distanza di 17 anni viene riproposta come memoriale la famosa performance Balkan Baroque.

Nel 1991, Tito ormai ha abbandonato da tempo questo mondo, soprattutto la Jugoslavia che si trova sull’orlo del declino. I Balcani fremono, ribollono, come una pentola a pressione prossima all’esplosione. Razzismo e nazionalismo prendono il sopravvento, si scatena una guerra di tutti  contro tutti che coinvolge etnie e fedi religiose. L’olocausto degli anni ’90.

In questo caos si alza una voce, quella di Marina. Nello scantinato del padiglione “Italia” alla biennale di Venezia del 1997, mette in atto una delle sue performance più famose e davanti agli occhi degli spettatori presenta  gli orrori della guerra dei Balcani.

L’opera che avevo presentato nella tua Biennale appartiene allo stesso principio che anima questo Balkan Baroque: il pulire lo specchio, vale a dire il processo di autoanalisi che sempre dobbiamo fare, questa volta riguarda la coscienza della storia della Yugoslavia. Di questa storia tragica dobbiamo iniziare a pulirne le ossa! A pulire il nostro passato! A partire dall’unità minima della società, che è la famiglia. Alle tre pareti siamo presenti, io e i miei genitori, pronti a svelarci, a svelare come in Yugoslavia si usa dare la caccia ai topi. É una metafora, ma il racconto è davvero terribile, perché quella nostra usanza è enormemente crudele.

E la stessa Yugoslavia è a sua volta una metafora dell’intera società umana, una società così terribile e così violenta. Una società che potremmo definire della rabbia. Ma non si tratta di un’opera politica; non ho mai fatto opere con questa caratteristica. Ciò che mi preme è di riuscire a trascendere il fatto specifico

Intervista a Marina Abramović, Ernesto L. Francalanci, “Balkan Baroque work in progress,” Biennale Venezia 1997.

La perfomance, già prima di essere messa in atto, viene considerata scandalosa e troppo cruenta dai suoi stessi committenti. Infatti inizialmente Marina viene scelta per rappresentare il Montenegro nel padiglione “Jugoslavia” alla biennale. Ma il ministro della cultura montenegrino, contrariato dalla scelta artistica dai costi elevati che l’installazione avrebbe comportato, si rifiuta di finanziare e sostenere la performer che decide dunque  di chiudere i rapporti con il ministro e di proseguire nella sua scelta. Alla biennale l’artista non rappresenta nessun paese, solo se stessa. Per questo le viene assegnato lo scantinato sotto il padiglione italiano, scelta che si rivelò vincente, una location ideale per la sua installazione.

L’opera si presenta come una video installazione divisa in tre parti. Marina si trova al centro, prima nei panni di una scienziata che spiega la tecnica per catturare e uccidere i topi. Questo racconto diventa analogia dei popoli Balcani, i topi, che aizzati dallo stato, il cacciatore, vengono portati all’esasperazione e disperazione finché non si uccidono fra loro. Smessi i panni della ricercatrice, Marina danza sul ritmo di una musica popolare serba. Ai lati ci sono video della madre e del padre, eroi della resistenza comunista serba. La parte più importante, ovviamente, è riservata alla performance. L’artista seduta sopra 1500 ossa bovine ancora fresche si accinge a pulirle in modo maniacale con una spazzola di ferro, alternando momenti in cui canta  canzoni folkloristiche dell’ex Jugoslavia, a momenti di lungo silenzio e pianti incontrollati. La pulizia delle ossa ha in sé un significato profondo, è la colonna portante della sua intera performance. L’impatto visivo è eclatante. Marina  le pulisce una ad una, per quattro giorni 7 ore al giorno. Facendo questo gesto è come se lei stessa volesse espiare i peccati commessi dal suo popolo, la pulizia etnica diventa purificazione etica. La puzza nello scantinato è insostenibile le ossa non ancora pulite iniziano a marcire e rilasciano nell’aria un tanfo disgustoso che rivolta lo stomaco, tanto che alcuni spettatori sono costretti ad abbandonare la sala. La puzza stessa è anch’essa simbolo della guerra.

Questa performance così cruda e visivamente d’impatto le farà vincere il Leone d’oro, e questo fu il momento più alto della sua carriera. Balkan Baroque è una denuncia agli eccessi della guerra e la rappresenta con simboli diretti, crudi, a tratti violenti.

Marina non abbandonerà mai il tema della guerra dei Balcani, che l’ha segnata profondamente e che l’ha sempre accompagnata sin dall’infanzia.

Artista sopra le righe, brutale e sconcertante. Marina Abramović è tutto questo. Il suo corpo martoriato diviene mezzo per comunicare e sconvolgere lo spettatore che a volte interagisce con l’artista stessa e definisce le sue opere disturbanti. Il corpo non è più suo, è donato all’arte, per la quale sarebbe disposta a sacrificarsi. Il corpo è portatore di significati e di simboli non spesso comprensibili.

Di fronte a una performance di Marina non si può rimanere impassibili, la violenza verso se stessa ci sconvolge nel profondo, fa vibrare il sentimento. Un urlo, uno schiaffo, una stella incisa sulla pancia. Tra arte e artista non ci sono differenze, l’artista è arte. La tela è il corpo stesso ma l’opera è effimera. Nasce e muore in un periodo determinato dall’artista. Non deve restare il frutto e la rielaborazione di un concetto ma il concetto stesso.

Una voce fuori dal coro, una pioniera, Marina ha segnato indelebilmente il concetto di performance e di body art, che ha portato agli estremi e trova in lei  la sua massima espressione.

Marina Abramović nasce a Belgrado nel 1946. Figlia di due eroi della resistenza cresce con un’educazione di stampo militare che segna la sua carriera e il rapporto con la guerra. Studia presso l’accademia di belle arti di Belgrado dal 1965 al 1972. Nel 1976 si trasferisce ad Amsterdam dove conosce il performer tedesco Ulay, insieme al quale inizia una collaborazione e relazione durata 12 anni, conclusa con la famosa performance The lovers (The great wall walk).

Autodefinitasi nonna della perfomance, Marina rivoluziona il concetto di body art e lo porta agli estremi sottoponendo il suo corpo a uno stress fisico e mentale quasi insostenibile.

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Un commento su “Il richiamo del sangue

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