BarNacka #4

Naji e Ola

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È grazie a Gazebo, un programma in onda in seconda serata su Rai 3, che nel maggio 2015 sono venuta a conoscenza della storia di Naji e Ola. Questa vicenda mi ha colpito per la semplicità e purezza dei suoi protagonisti, che non hanno avuto bisogno di filtri televisivi per mettere a nudo la tragicità e la criticità in cui si trova il continente europeo in questi ultimi tempi. La bravura di Diego Bianchi, conduttore di Gazebo, è stata quella di mostrare il panorama delle migrazioni con un’accuratezza che ogni giornalista dovrebbe ricercare.

Naji e Ola sono una coppia di profughi siriani, costretti a lasciare la loro terra per sfuggire alla guerra, per trovare un futuro lontano dai bombardamenti, per costruirsi una vita nuova in Europa, che per loro rappresenta quello che è stato per noi l’America agli inizi del Novecento: un paese di promesse per un futuro migliore.

La loro storia è simile, sotto molti punti di vista, a tante altre storie di coppie sbarcate sulle coste dell’isola di Chios (Grecia) nello scorso anno.

Quando Diego Bianchi chiede a Naji, 31 anni, di raccontare il suo viaggio verso la Grecia insieme a sua moglie Ola, 27 anni, lui risponde:

Dopo essere scappati dalla Siria, per via della guerra, ci siamo spostati in Turchia. In Turchia ci sono i trafficanti. Da Istanbul, dove vivevamo, ci siamo spostati a Smirne, dove sapevamo ci fosse un punto d’incontro più facile. Ci hanno portato in macchina per due ore e mezzo, fino a una località apparentemente abbandonata. Siamo scesi e abbiamo camminato in mezzo alla foresta per circa 2 ore, poi su e giù per la montagna fino a raggiungere la costa. Hanno gonfiato la barca e l’hanno messa in acqua. Dopo averci indicato la direzione, uno di noi ha preso il comando: ci hanno detto di andare sempre dritto, e se ne sono andati. Abbiamo pagato circa mille dollari a persona, quasi 2000 euro per questo viaggio. Le famiglie investono tutti i loro risparmi in questo tipo di viaggio perché è più economico. Altre vie per passare il confine in auto dalla Turchia alla Grecia, ma molto più costose (circa 4000 euro a persona)”.

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Naji racconta di aver viaggiato su un gommone di 8 metri insieme ad altre quaranta persone, tutte provenienti dalla Siria. Si sono imbarcati a mezzanotte e sono approdati sul litorale di Chios intorno alle tre del mattino. All’arrivo la polizia li ha fotografati, ha registrato i loro nomi e la loro provenienza, e li ha portati in quello che viene definito “campo di accoglienza”, ma che i rifugiati chiamano “campo di detenzione”. Dopo esserci rimasti per circa due giorni, la polizia ha rilasciato loro un documento valido sei mesi, che permette a loro e a tutti gli altri profughi siriani, una volta ottenuto, di poter circolare liberamente nel territorio greco. Con questo documento, protetto con cura in una busta di plastica, Naji e Ola si imbarcano ora verso Atene. Ma non vogliono rimanere in Grecia, sperano di raggiungere la Germania perché più ricca di opportunità, soprattutto per la specializzazione in ortopedia, chirurgia d’urgenza ecc.

Ed è a questo punto che iniziano a raccontare di loro, della loro storia, dell’inizio del loro viaggio.

Sposati da due anni e mezzo, si sono conosciuti in un ospedale, che hanno dovuto successivamente abbandonare perché preso di mira dai bombardamenti. Naji è un medico di base in Siria, dove però la guerra gli ha impedito di portare a termine tre anni di esperienza in chirurgia. Ola invece è dentista. Dopo un periodo di disoccupazione “forzata”, vengono spostati in un altro ospedale a Homs, un’area comunque pericolosa e a rischio attacchi; l’intera zona era circondata da posti di blocco che controllavano accuratamente tutte le entrate e le uscite.

Nel 2014 hanno dovuto abbandonare definitivamente la Siria, perché troppo rischiosa. Bianchi chiede a Naji come si sentisse durante la guerra civile. Risponde: “Neutrale: la mia posizione mi porta ad aiutare tutti, anche se personalmente sto con l’opposizione”. Alla successiva domanda, “puoi descriverci cosa vuol dire vivere in guerra?”, risponde: “Stress, depressione, molti shock. Lavorando in ospedale ho visto molti morti, molti feriti, moltissimo sangue. In quanto chirurgo ho operato tantissime persone, soprattutto civili, e sono abituato a tutto questo, ma ci sono immagini di persone ferite che ti rimangono impresse. Si vive senza telefono, con l’elettricità per quattro ore al giorno, per il riscaldamento c’è poco carburante. I prezzi sono saliti, la moneta si è svalutata; è terribile. Per questo abbiamo lasciato la Siria, non ci sentivamo sicuri”. 

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Un anno dopo, febbraio 2016, la redazione di Gazebo ha incontrato di nuovo Naji e Ola.

Li aspetta all’aeroporto di Fiumicino, Roma, guardando sul tabellone degli arrivi l’aereo proveniente da Amburgo. Dopo un anno anche noi sappiamo che la coppia di profughi siriani, che un anno fa aspettava di salire sul traghetto destinato all’ignoto europeo, ce l’ha fatta. Hanno preso quel traghetto per Atene, hanno percorso le scale mano nella mano, guardandosi negli occhi e scambiandosi baci e sorrisi, perché forse è vero che l’amore supera tutto, vince anche la più brutale e ingiusta delle guerre.

Arrivano un anno dopo in Italia come turisti, legalmente, non come clandestini. Gli è stato rilasciato lo “status di rifugiato”, che gli permetterà di rimanere in Germania per un periodo di tempo di tre anni, durante il quale potranno alloggiare in un appartamento pagato grazie a un fondo proveniente dal welfare tedesco per i rifugiati. Grazie a questo fondo, oltre a un alloggio, potranno ricominciare il loro lavoro di medici, quel lavoro che un anno prima sognavano di rincontrare presto con un nuovo futuro.

A questo punto arriva il momento dove noi dobbiamo raccontare alla coppia di sposi come viene vista la loro situazione da chi sta dall’altra parte della barricata. La polizia greca, ad esempio, li vede solo come numeri in aumento. Nel 2013 l’isola di Chios (e come lei anche le altre isole greche) ha accolto 1480 immigrati, 6500 nel 2014, per poi arrivare a contare nel 2015 circa 5200 profughi soltanto nei 5 mesi tra gennaio e maggio. Sull’isola arrivano tra i 130 e i 220 migranti ogni giorno, i quali, tutte le notti, cercano di salire sul traghetto che intorno a mezzanotte li porta verso Atene. Per il corpo di polizia il compito è uno soltanto: prendere queste persone che quotidianamente sbarcano sulle loro coste, fotografarle, schedarle, e rilasciare un documento per ognuna di loro. Loro stessi sanno che nessuno di quelli che arriva nel loro paese sogna poi di rimanerci, e proprio per questo il servizio di accoglienza è pressoché’ inesistente, perché non rappresenta un problema sostanziale.

Dopo la polizia ci siamo noi. Noi che li etichettiamo come “altro da noi”. Diego Bianchi dice a Naji: “Le destre sostengono che voi potreste essere tutti terroristi”, e lui risponde “Molti siriani creano problemi, non sono brave persone. E fanno sembrare tutti i siriani pericolosi. Mi dispiace che le altre culture guardino a noi o agli iracheni come terroristi. Ci sono piccoli gruppi che sono terroristi, ma non siamo tutti così”.

Per analizzare dal mio punto di vista lo stato delle cose, ho deciso di servirmi dell’apporto, che personalmente ho trovato fondamentale, di due reporter: Ryszard Kapuścinki e Emmanuel Carrère, rispettivamente autori di L’altro e A Calais, due letture che consiglio caldamente a chiunque abbia trovato la voglia e la pazienza di arrivare fino a questo punto della storia.

Essendo la questione dei migranti ormai, per fortuna o purtroppo, “sulla bocca di tutti”, mi è capitato di sentire opinioni variegate, provenienti da persone di ogni età, sia giovani che meno giovani. Per quanto mi riguarda, sono sempre propensa a tollerare (dove per ‘tollerare’ intendo ‘cercare di comprendere’, non giustificare) opinioni apparentemente anche più estreme. Cercando anche di capire come possano formarsi pensieri di stampo razzista e xenofobo, che tendono a far ricadere la causa di ogni male sulle popolazioni migranti, opinioni spesso formulate da persone di una certa età. Sentire, invece, le stesse battute dalle nuove generazioni mi sconforta, perché a mio parere è proprio quella parte della popolazione a dover cercare di ribaltare la mente conservatrice e chiusa dell’Italia over 50, aprendosi il più possibile all’accoglienza del diverso, dell’altro. Scrive Carrère: “Non è facile ascoltare discorsi del genere senza provare una certa spocchia di classe, perché più che discorsi di malvagi sono discorsi di poveri, poveri di cultura”.

Quindi, perché l’altro ci spaventa? Perché ci spaventa al punto di arrivare a considerarlo una minaccia più che un modo per arricchirci?
Ci dice Kapuścinski:

“La xenofobia, sembra dire Erodoto, è la malattia di gente spaventata, afflitta da complessi di inferiorità e dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui. (…) Erodoto, in una parola, vuole conoscere gli altri, consapevole com’è che per conoscere se stessi bisogna conoscere gli altri: gli altri sono lo specchio in cui ci vediamo riflessi. Sa che per capire meglio se stessi bisogna capire meglio gli altri, comportarsi e misurarsi con essi”.

Conoscere l’altro, accoglierlo, aprirsi al confronto, non significa però eliminare il problema, nasconderlo, o tantomeno negarlo. Significa affrontarlo con il dialogo, cercando di mettersi nei panni di chi sta dall’altra parte. D’altro canto anche sostenere che i migranti non rappresentano un problema, rischia di essere una pericolosa semplificazione, sarebbe sintomo di una scarsa informazione, di un approfondimento dell’argomento inesistente o al limite parecchio superficiale. Ma, all’opposto, la generalizzazione è il peggiore dei veleni. Soprattutto se iniettato dalle classi dirigenti, consce della loro influenza e potere sulla comunicazione di massa, direttamente alla popolazione, specie se una popolazione per così dire “media”, non intellettuale, non acculturata, ma solita crearsi un’opinione basandosi su ciò che “è vero perché lo dice la Televisione”. A questo proposito è significativo un paragrafo di Carrère: “Pro e contro i migranti sono espressioni bizzarre. Pro migranti nel vero senso della parola non ce ne sono, dato che nessuno è favorevole ad avere alle porte di una città di settantamila abitanti una popolazione di settemila disgraziati ridotti allo stremo, che dormono in tende di fortuna, nel fango, al freddo e che ispirano, a seconda del carattere di ciascuno, apprensione, pietà o sensi di colpa. Quelli che sono davvero contro i migranti, invece, i fanatici capaci di sbraitare: “Annegateli tutti!” o: “Rimandateli a casa loro!” – che in fondo sarebbe la stessa cosa –, quelli, sì, ci sono, ne ho incontrati alcuni, ma non sono certo la maggioranza. Molti dicono che la situazione era gestibile quando c’erano solo i “kosovari”, arrivati negli anni Novanta, alla fine della guerra dei Balcani – e così ancora oggi vengono chiamati, soprattutto dai vecchi, gli stranieri senza permesso di soggiorno. Erano solo poche centinaia di persone, si poteva farsene una ragione. Ma ora che ci sono “i siberiani” è veramente troppo. Me li hanno nominati un paio di volte, “i siberiani”. Ci ho messo un po’ a capire che si trattava dei siriani e con loro dei curdi, degli afgani, degli eritrei, dei sudanesi, di tutti quelli che arrivano, ormai a migliaia dal Medio Oriente o dall’Africa orientale, paesi devastati dalla guerra, come ci ripetono ogni giorno in televisione, sicché certo, uno li capisce, poveracci, se scappano, ma vorremmo che si fermassero ovunque tranne che nel nostro giardino. Va bene accoglierli, ma perché da noi? (…) Nessuno è contento dell’ingombrante presenza dei migranti, e i migranti stessi sono disperati all’idea di dover restare qui, ma chi è contro i migranti se la prende direttamente con loro – con una buona dose di razzismo, bisogna dirlo”.

Per concludere, mi ritrovo a citare ancora uno dei due scrittori, Kapuścinski: “Quella della guerra è un’opzione difficilmente giustificabile: penso che ne escano tutti perdenti, poiché è una sconfitta del genere umano che rivela la sua incapacità di intendersi, di immedesimarsi nell’altro, di mostrarsi buono e intelligente. (…) Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro, o stabilire un dialogo”. Non mi resta da dire che, dopo aver visto la storia di Naji e Ola e averne ammirato la semplicità e la stretta somiglianza con un qualsiasi giovane dei “nostri”, dopo aver letto le testimonianze di due reporter che hanno vissuto l’esperienza “dell’altro” in prima persona, per una volta, tra le tre possibilità, ci conviene fare la scelta giusta.

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21 anni, permalosa, sgargiante, meteoropatica, diversamente alta, prolissa, a tratti sorridente, spumeggiante, frizzante, senza lattosio. Non necessariamente in quest'ordine.

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