BarNacka #5

All-In

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Nei dormitori delle Granville Towers non è che si vedano molti studenti gironzolare alle 3.30 di mattino. Anche perché i festini dalle parti di Chapel Hill finiscono molto prima, o si tengono altrove. Tuttavia, se alloggi al piano di sotto del corridoio riservato ai giocatori di basket, qualche trambusto potresti averlo sentito.

Alle 2 è sempre la solita storia, si trovano in camera di Michael: Buzz Peterson porta le carte, Adolph Shiver qualche donna e Whitfield la sua simpatica faccia da good guy.  A questo tavolo si alza presto una nube di fumo data dai numerosi sigari accesi. Sedere lì significa far parte di quella rete di sostegno tessuta da Michael per allentare la pressione nel passaggio al grande mondo dello sport universitario.

Il bottone del Dealer va a Buzz Peterson,  bravo a governare il pallone con la maglia dei Tar Heels e anche a mescolare le carte. A Michael piace perché è un tipo sveglio,  è l’unico compagno di squadra che continua a giocare con lui anche fuori dal campo, che poi fosse d’azzardo poco importa. Alla sua destra, Shiver alza il mazzo per cominciare la partita. Praticamente un amico d’infanzia dei tempi di Wilmington. Ex compagno di squadra di Michael alla Laney High School, tutti si chiedono come sia riuscito ad entrare nella roster B di North Carolina, l’intercessione di Michael ha fatto di sicuro il suo, ma anche questo è un dettaglio poco importante.

Buzz distribuisce le carte, finiti i due giri Michael guarda la sua mano. Solleva gli spigoli delle due carte coperte con la velocità manuale di un illusionista, alla prima sbirciata vede un Jack e un K di cuori pregustando già la scala reale. Nel poker il linguaggio del corpo è come una difesa da attaccare sul parquet, se la leggi bene, aumenti le tue probabilità di vincere. Alla seconda sbirciata, Michael vede le due figure scomporsi, prendere vita.  Il Jack si destruttura come se fosse costituito da tanti pixel per poi ricompattarsi in un’immagine in movimento ben definita.

Sembra una GIF che ripropone in loop la stessa azione, ma al posto di gattini che sbadigliano o John Travolta spaesati, Michael vede se stesso sul parquet amaranto e verde scuro del Lousiana Superdome di New Orleans, dove quell’anno si sarebbero tenute le Final Four NCAA. Quello che si ripresenta sulla carta pare un normalissimo jumper dall’ala, ma il raddoppio- per quanto tardivo- fa presumere che sia un possesso cruciale. Al centro dell’area riconosce le ginocchiere e le gambe infinite di Patrick Ewing, quindi stava giocando( o è più corretto dire giocherà?) contro Georgetown. In basso legge anche il cronometro che dà 17 secondi residui nell’ultimo quarto di gioco e il punteggio, 63-62 dopo il suo canestro, +1 Tar Heels, è un game winner. Preso e segnato nel palcoscenico più importante, forse persino in finale. Michael non era sicuro che quella fosse una premonizione o l’effetto del terzo bicchiere di Glen Grant che aveva trasformato quel Jack in un desiderio, ma sapeva che un tiro del genere sarebbe entrato nella storia, sarebbe diventato leggenda.

MJ The Shot

Nella carta che prima era un K di cuori, si materializza l’interno di quella che può essere una bisteccheria, la classica steakhouse all’americana. Un tizio dal completo sgualcito e dal profilo italoamericano parla con Michael, tira fuori un logo: ha due alette, un pallone nel centro e una scritta sopra, simile all’insegna di un cancello del paradiso con il suo cognome affiancato da: “Air”. Del dialogo che sta avendo con questo signore dall’aria poco raccomandabile, Michael non può intercettare nulla perché la carta mostra soltanto una visione.

Il tizio ha qualcosa di importante da dire, si vede da come gesticola, forse vuole ingaggiarlo come testimonial. Poi svela un secondo logo, stavolta ben riconoscibile: è lo swoosh della Nike. Il tizio comincia a puntarlo più volte con l’indice come a voler dire che stanno per, anzi, vogliono scommettere su di lui. Dal labiale legge distintamente – forse perché era interesse del tizio scandirle bene – due parole: All In.

Air-Jordan-Logo_originalA questo punto Michael si stropiccia gli occhi per togliersi quelle immagini di dosso e tornare alla partita. Però sottotraccia rimangono tante domande, come quando si cerca di infilare la polvere sotto il tappeto.

Vincerò il titolo NCAA contro gli Hoyas? Perché la Nike vorrebbe offrirmi un paio di Signature Shoes? Sarebbe una scelta commerciale senza precedenti. Inoltre io preferisco le Adidas, appena le tiri fuori dalla scatola sono già pronte per giocarci, non è necessario usarle per ammorbidirle. Stasera ho bevuto troppo.

Non subiva una raffica di pensieri così potente da quando era stato escluso dalla prima squadra alla Laney High School. Sorride al pensiero che una sera, quando era teenager, aveva ascoltato l’assurdo consiglio della mamma di mettere il sale nelle scarpe prima di andare a letto, che quello fosse un metodo infallibile per crescere in altezza. Suggerimento che Deloris Jordan aveva dato a Michael solo per calmare la sua snervante ossessione del dover guadagnare centimetri.

Intanto il primo turno di puntate è esaurito, la destrezza con cui Jordan dissimula le proprie ansie del momento fa pensare a una diga impenetrabile che protegge un lunghissimo tratto di porto. Tutto ciò che passa aldilà della sua carne è statuaria inespressività. Buzz gira le tre carte del flop, sono un 10 di cuori, una donna di picche e un 7 di quadri. Veder uscire il 10 di cuori aiuta Michael a staccarsi da quella serie di allucinazioni avute un attimo prima.

Ma riprende contatto con la realtà per pochi secondi, fintato che queste ritornano sulle tre carte più forti di prima. Stavolta sono una sequenza di immagini che scorrono rapidamente come quando premi il tasto fast forward. Passano in rassegna così veloci che Michael fatica a distinguere il contesto e i contorni. Però capisce sempre che si tratta di lui, è uno specchio sul futuro. Intravede il simbolo dei Bulls, qualche canestro e il numero della sua canotta, il 23.  Poi le tre carte formano improvvisamente uno schermo intero, il flusso di immagini si ferma del tutto su una lunga rincorsa presa dalla parte opposta del campo per staccare dalla linea del tiro libero e schiacciare al ferro in un modo così plastico e al tempo stesso esplosivo che non  si capacita nemmeno di esserne in grado. La progressione, nell’instante dello stacco,  rallenta bruscamente: Michael vede in slow-motion  quello che diventerà nell’arco di qualche stagione un’icona planetaria, la Sua.

jordan dunk bulls

Subito dopo aver visto il suo io atterrare, si sveglia di botto. Il registratore, gentilmente offertogli dal cinefilo vicino di camera Mann, era ancora acceso e mandava il filmato di un match dei Tar Heels. In camera sua studiava spesso le vecchie partite, ma altrettanto spesso gli capitava di farlo a orari notturni, finendo per appisolarsi.

Era così gasato da quel sogno che per un po’ non chiuse occhio. Voleva realizzare tutte le scene apparse sulle carte e avrebbe puntato su ogni singola fibra del suo corpo per viverle. Si addormentò tenendo la bocca leggermente aperta, mimando il cullare del pallone prima di un lay up:

Anche la mia lingua voglio che diventi un simbolo in NBA”.

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NBA Geek, lettore all-around. Bazzico nei playgroung milanesi e un giorno possederò un'amaca dove distendere me e i miei nervi.

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