BarNacka #5

Industry of Cool

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È il 1976, Glenn Frey e Don Henley, sulle note di Don Felder, hanno steso i versi di Hotel California, canzone che dà il titolo all’album destinato a vendere oltre 23 milioni di copie. Gli anni settanta sono peculiari perché segnano un punto di svolta, la musica che avevamo imparato a conoscere nel decennio precedente lascia posto a suoni più duri e pungenti. Ciò che aveva contraddistinto gli anni ’60 era stato però l’influenza che la flower revolution aveva avuto sulla musica o il fatto che quella stessa musica aveva scatenato la rivoluzione.

Il movimento dei figli dei fiori pone le proprie radici proprio in California sull’asse San Francisco – LA e ciò che viene scritto, suonato e cantato in quel periodo rappresenta un coro di protesta nei confronti del Vietnam, del razzismo e della discriminazione di ogni genere. Hotel California è forse una delle canzoni che nella storia, a braccetto con Stairway to Heaven, ha prestato il fianco a innumerevoli speculazioni da parte dei critici musicali, che a detta di Frey sono persone che vanno comprese perché spendono la loro vita dietro ad una macchina da scrivere desiderando di fare quello che fanno le persone di cui stanno scrivendo, ed alle più esilaranti interpretazioni di affermati mitomani o semplicemente di gente con molta fantasia. C’è chi attribuisce al testo della canzone, che per la verità è criptico, allusioni bibliche e sataniche, ma ho abbastanza rispetto per gli Eagles per credere che né avessero la voglia e tantomeno il piacere di parlare della Regina di Saba, né ancora la stupidità di elogiare il male assoluto reincarnato nelle vesti di Satana in persona.

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Hotel California rappresenta dunque un viaggio, scandito da singoli frame, proprio come volevano Frey ed Henley, dall’innocenza all’esperienza. Proprio come l’agnellino e la tigre di Blake, la musica ha conosciuto l’avidità del mondo, rappresenta nel nostro caso dagli eccessi dell’America degli anni ’70. Su una autostrada buia e desolata che sembra quasi essere la selva oscura nella quale ci ritroviamo nel mezzo del cammin di nostra vita, tra la brezza che trasporta odore di colitas e luci scintillanti, ci si ritrova in questo magnifico albergo che all’apparenza sembra proprio essere un paradiso ma che alla fine sei destinato a non poter lasciare mai più e che diventerà la tua prigione e poi ancora l’inferno. Un verso in particolare ha colpito la mia attenzione, siamo nella seconda strofa dopo il primo ritornello. Quest’uomo, al quale era parso di sentire delle voci in fondo al corridoio dargli il benvenuto, chiama a sé un non ben definito Capitano e gli chiede di portargli il suo vino. Spiacevole notizia, quell’alcolico non è più disponibile dal 1969, una data che per gli amanti della musica vuol dire una cosa sola, Woodstock. Orbene non esisterebbe più la musica ricca di contenuti che aveva dominato la scena musicale di un decennio, culminata nel più grande evento musicale di cui la storia abbia memoria. Nel frattempo è nato il mito della rockstar, che vede impegnato l’artista non tanto con musica e parole quanto con droghe ed eccessi di ogni genere, i discografici fanno a gara a chi vende più dischi e chi vende più dischi guarda caso sembra essere proprio chi si droga di più, almeno finché il fisico regge, e allora il gioco si fa interessante, ci si sente degli immortali, pieni di soldi, senza riposo sotto le lenzuola e con una folla festante che urla il tuo nome, ma alla fine dei conti, dopo aver venduto qualche album, concluso non senza difficoltà qualche tour, cosa rimane? Gli Eagles lo avevano capito, avevano capito che ciò che rimane è qualche fotografia, qualche ricordo prosciugato e nient’altro, perché quando i signori della musica, “capitani” in un certo senso, ti hanno spremuto per bene, non servi più a niente. Hotel California parla della fine di un’era, è l’epilogo, il ritratto degli eccessi della città degli angeli e della bella vita californiana, della schiavitù da stupefacenti e l’allegoria dell’edonismo che ha svuotato la musica dei propri contenuti e che rappresenta l’autodistruzione dell’industria musicale.

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Frey ed Henley ci avevano visto lungo, il vortice di indecenza musicale sembra non essere ancora giunto al capolinea nonostante alcune eccezioni, ma il rock n’ roll impavido e forte, quello che non ha paura di nessuno, sembra ora essere un vagabondo malconcio all’angolo della strada che si nasconde addirittura dalla propria ombra. Voliamo, infatti, dall’altra parte dell’Atlantico fino ad arrivare appunto in Italia, siamo nel 2016 e qualche mese fa sui social è divenuto virale un video che ritraeva Red Ronnie, non uno qualunque, che parlava della situazione attuale, soffermandosi in particolare sui talent e su come questi soffochino la musica. Non ricordo esattamente quando ho sentito parlare per la prima volta di talent, il fatto è che non ho avuto neanche il tempo di rendermi conto di cosa si trattasse che il mondo se ne era già appropriato, innamorandosene e rendendolo proprio patrimonio. Drasticamente però questo modo di raggiungere il “successo”, crea il karaoke, non sforna talenti veri, ma ragazzi giovani e di bella presenza, che hanno avuto la fortuna di essere nati con una bella voce. Li rende forse questo capaci di essere portavoce di una generazione? Assolutamente no, basti pensare che questi ragazzi cantano “a comando”, aspettano che qualcuno gli proponga, o meglio gli imponga, di cantare una canzone, esistono veri e propri squadroni che assoldati dalle case discografiche scrivono canzoni che permettono alle persone che escono dai talent di divenire idoli. Bello finché dura, no? Fatto sta che quelli sono idoli vuoti e una volta che hanno venduto qualche migliaio di copie non servono più, si gettano via e in mano, così come nelle tasche non gli resta niente. La foga del momento ha fatto si che tralasciassi qualche dettaglio e qualcuno si potrebbe domandare come si è giunti a questo punto. La risposta ce la fornisce proprio Red Ronnie. Dal momento che di dischi se ne vendono pochissimi, le case discografiche hanno bisogno di guadagnare in qualche altro modo (non gli bastava prendersi l’85% delle vendite) e così forniscono contratti capestri a quei poveri ragazzi che fanno di tutto pur di apparire in televisione e divenire il mito di qualche adolescente. In quei contratti sopracitati gli “artisti” accettano di devolvere le proprie edizioni musicali ai discografici, è come se questi comprassero i diritti e intascassero la SIAE. La verità, scomoda, è che tutte quelle luci, il pubblico e gli studi televisivi, in poche parole i talent, rappresentano il modo più facile e veloce di far soldi sulle spalle di giovani ragazzi. È la loro passione mista alla smania di successo a pagarne il prezzo. Cosa succede alla fine? Succede che come dei carbonari i cantautori si nascondono, suonano per il loro gatto dinanzi ad una finestra e come racconta Enrico Ruggeri, i nuovi De André sono costretti a cambiare mestiere. Stanno drogando la musica, questo è vero, ma finirà presto non appena i contenuti riusciranno a risalire la china e potremmo ascoltare nuovamente qualcosa come l’inno americano suonato con le bombe sul palco di Woodstock da Jimi Hendrix.

La creazione di idoli di massa ha dunque generato mostri, mobilitato le masse verso simboli vacui e frivoli, privi di intensità comunicativa, certo non si può dire che tutto ciò che è nuovo debba per forza essere riposto nel cestino, ma qualcuno riesce a spiegarsi perché Justin Bieber è riuscito ad avere così tanto successo? Avrete di certo notato le folle di ragazzine urlanti in televisione che magari affrontano viaggi estenuanti o fremono in file chilometriche aspettando di entrare in un palazzetto. Qualcuno di voi ha mai pensato di paragonare quell’esercito di beliebers alle fan dei FabFour di Liverpool? Certo che no penserete subito, i Beatles sono i Beatles, guai a chi li tocca, come osare anche solo immaginare di paragonare John, Paul, Ringo e George a Bieber, inimmaginabile e riprovevole. D’altro canto ripescando alcuni filmati datati si vede come quelle ragazze che affollavano le piazze per i quattro ragazzi inglesi con un buffo taglio di capelli non si discostino tanto dalle odierne insopportabili beliebers. Qui sorge un’altra domanda: è possibile giudicare un artista in base al proprio pubblico? Ammesso che sia lecito e possibile anche se in alcuni casi sbagliato, i Beatles non hanno solo portato buona musica al mondo, essi hanno portato la rivoluzione, qui soggiace la differenza tra Bieber e gli scarafaggi di Liverpool. Nel 1964 iniziò la british invasion, ed è proprio da li, dai concerti dei Beatles in terra americana che si svilupparono quei sentimenti di fratellanza, uguaglianza, pace e amore che avrebbero portato alla flower revolution, la musica aveva compiuto la sua magia, le persone andavano via dai concerti non solo contente ma anche cariche di emozioni e sentimenti positivi, sentimenti di trasformazione. La differenza è che sotto le canzoncine orecchiabili, i Beatles ci mettevano i contenuti!

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Il mondo della buona musica sembra arrivato al capolinea, vero? Beh, io non lo credo! La musica è forte ma al momento è ferita, migliaia di emergenti sgomitano per cercare di uscire dall’underground che ormai li tiene ingabbiati a vita, una plausibile soluzione potrebbe essere quella di demolire i falsi idoli e andare ai concerti, non quelli con migliaia di persone, ma quelli di nicchia, quelli dove si vede il sudore, che ti regalano emozioni, e puoi berti una birra con la band dopo, quello è il rock n’ roll!

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