BarNacka #5

Lo Specchio del Mamba

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Sono le tre di mattina in quel di Los Angeles. Da qualche parte, nella zona di Newport Beach, una luce è ancora accesa. Nel giardino di una lussuosissima villa, è perpetuo lo struscio continuo di un pallone che accarezza la retina per poi essere raccolto dal proprietario, che ridà inizio all’esercizio. Cambi di direzione, fade-away, allunghi. Il menù dell’allenamento di Kobe Bryant è pressoché infinito e viene ripetuto in maniera ossessiva, ogni giorno. Non si smette fino a che l’ultimo dei duemila tiri non è stato eseguito. “E guarda bene di metterlo dentro”, si ripete fra sé e sé il Black Mamba. Una sfida a se stesso: è sempre stato così, del resto. Dalle sedute d’allenamento ad una gara 7 di finale NBA. Kobe against Kobe. Per migliorarsi sempre e inerpicarsi lassù, nell’olimpo dei più forti giocatori di sempre, in compagnia di Michael Jordan, il mito che – per diciannove anni di carriera – ha tentato di detronizzare in tutti i modi. “Posso farti il culo in uno contro uno”, gli ha detto la prima volta che l’ha incontrato. Kobe against the World, talvolta.

Finita l’estenuante sessione d’allenamento, si può finalmente rincasare. La signora Bryant e le due figlie dormono già da un pezzo, mentre Kobe butta nel cesto dei panni sporchi la maglia zuppa di sudore e ripone le sue scarpe nell’immensa cabina armadio a sua disposizione. Prima di coricarsi, il Mamba si rintana per un’altra ora buona nel suo studio, nell’ala più estrema della casa. Chiude la porta a chiave e si abbandona alla sua poltrona, la cui morbidezza lo trascina in molte riflessioni su ciò che è stato e su tutto quello che verrà dopo il suo ritiro. Del resto quello che sta vivendo è il suo ultimo anno nella NBA, annunciato con una toccante lettera scritta di proprio pugno. Il Farewell Tour procede trionfale, ma per Kobe non è abbastanza. Non lo è mai stato. E non può essere altrimenti.

Ogni tanto il figlio di JellyBean è scosso da una considerazione che Michael Jordan si ripeteva in continuazione: “A volte mi chiedo come sarà, un giorno, ripensare a tutto questo. Mi chiedo se perlomeno sembrerà reale”. E visto che il paragone fra i due sarà eterno, anche Bryant – seduto nel suo studio, con tutto il mondo fuori – si concede il lusso di abbandonarsi a questi dubbi, al senso di niente che ti assale quando stai per scrivere la parola fine ad una pagina lunga una vita intera e che ti ha visto protagonista di una carriera entusiasmante, figlia di sacrifici, ossessione e volontà di Potenza. I tiri allo scadere, certo. La rivalità con Shaq, i titoli di MVP, i cinque trionfi, le cascate di denaro che ha guadagnato nel corso di questi vent’anni. Ma, ancora: l’accusa di stupro da parte di una cameriera del Colorado, gli anni del rebuilding, tutta la pressione del mondo addosso.

Istintivamente, Kobe si alza dal suo comodo rifugio e si sposta dietro la sua scrivania, in cerca di una vecchia custodia. Apre tutti i cassetti, quindi la trova. Dentro vi sono conservati i cinque anelli di campione NBA vinti nella sua carriera: tre con Shaq, due con Pau Gasol e Lamar Odom. Tutti e cinque con in panchina Phil Jackson, il suo Maestro. Tutti questi titoli – in ogni caso – rimarranno sempre uno di meno rispetto a quanto si era prefissato ai primi vagiti nella NBA. Sua maestà Michael Jordan, la sua ossessione, ne ha vinti sei. Ma Kobe ora non ha più la forza, e tantomeno i compagni di squadra adatti, a rincorrere un sesto titolo. Per il suo ultimo ballo si deve accontentare di un nostalgico tour per i palazzetti degli Stati Uniti, dove i tifosi di ogni squadra tributano il giusto omaggio ad uno dei talenti più puri della Lega, i cui movimenti hanno fatto impazzire decine di difensori. Kobe sgusciava via dalla marcatura, si incuneava lì dove non sembrava esserci spazio, poi si alzava per un tiro indicibile… e nella maggior parte dei casi, quel tiro andava dentro.


Sono ormai le cinque del mattino, ma il Mamba si sta lasciando trascinare dai ricordi. Indossa i cinque anelli, uno per ogni dita della mano destra. Per la prima volta, si lascia andare ad un flebile sorriso, il suo ghigno iconico che tutti hanno tentato di imitare per due decadi. E mentre sorride, intravede il suo riflesso su un piccolo specchio e, per uno strano processo catartico, la sua anima trasla e incomincia a viaggiare nel tempo. Così Kobe può tornare al primo momento di grandezza della sua carriera, quando in Gara4 delle Finals NBA del 2000, contro gli Indiana Pacers, ha condotto i suoi alla vittoria, con Shaq fuori per falli. È impressionante vedere un ragazzo di ventidue anni che si carica sulle spalle un’intera squadra e segna un canestro dopo l’altro: prima in penetrazione, poi in sospensione, infine con la schiacciata. È inarrestabile, nonostante a marcarlo sia Reggie Miller, uno dei migliori difensori della NBA. E’ forse questa notte di fine giugno il momento in cui Kobe entra per la prima volta in modalità missione e si consegna ai posteri come Black Mamba. Quando, dopo l’ennesimo canestro segnato in faccia a Reggie Miller nel corso del quarto periodo, fa segno a tutti con le mani di stare calmi, tanto c’è il ragazzo con l’8 che la porta a casa. E così via: conduce i suoi prima all’overtime, poi alla vittoria finale. L’ultimo canestro è un tap-in su un errore di Brian Shaw. Il commentatore americano della partita, quando Kobe spunta da sotto le plance e – anticipando tutti – corregge l’errore nel canestro della vittoria, urlacchia “Guess who had scored! Guess who!”. È forse il primo tassello della Mamba-Mentality che finalmente incomincia ad essere apprezzata da tutti.

E dire che la sua prima esperienza ai play-offs, tre anni prima, si era conclusa in tutt’altro modo. E’ la primavera del ’97 quando i primi Lakers di Shaq-Kobe eliminano al primo turno i Portland Trail Blazers e – in semifinale di Conference – si preparano ad affrontare gli Utah Jazz di Stockton e Malone. La serie si indirizza subito verso i mormoni e – nella decisiva gara 5 – Kobe vuole giocare tutti i palloni decisivi. E di tre tiri fondamentali, nessuno dei tre arrivò a scheggiare il ferro, attirando su di Kobe dozzine di critiche, fra cui quelle dei compagni di squadra, che lo consideravano troppo egoista, troppo primadonna per avere solo diciannove anni.

Ma come si fa a spiegare agli altri qualcosa che senti fin dentro le viscere, una sensazione che ti corrode dall’interno se non sei capace di soddisfare il bisogno di vincere, di sentirti l’occhio del ciclone? Come si può far capire ad un tifoso qualsiasi cos’è che ti spinge a migliorarti ogni giorno, a giocare sugli infortuni, a richiedere sempre il cento per cento, da te stesso e dai tuoi compagni? La leadership di Kobe si è materializzata nelle sue prestazioni più mostruose: “Io vado al massimo, voi riuscite a seguire?”, sembrava dire ogni volta che incominciava a segnare da ogni posizione, sfidando le leggi della fisica e spingendosi sempre oltre i propri limiti. Come in occasione di gara5 delle Finals del 2010, quando nel terzo quarto segnò 19 punti consecutivi, senza praticamente mai passare il pallone ai compagni, rei di essere troppo soft, incapaci di volere davvero quella vittoria, che per Kobe avrebbe significato il quinto anello.

Pensa a tutto questo, Kobe. E continua a guardarsi allo specchio, cercando di riconoscersi, vent’anni dopo. Perché nella vita di tutte le personalità che hanno segnato un’epoca, arriva il momento in cui la fama, ciò che sei sul campo, rischia di fagocitare ciò che sei veramente. In questi casi, si dice: “Se non sai più dove andare, ricordati perché hai iniziato”. Ma talvolta è tremendamente difficile non farsi alienare da quello che ci circonda. E’ difficile prendere il volo rimanendo con i piedi per terra e osservare con gli stessi occhi di sempre la nostra vita che lentamente cambia, fino a toccare il punto in cui ciò che è successo è irreversibile e non si può più tornare indietro. Da lì si naviga a vista, senza più il porto sicuro: siamo noi, i nostri sogni e le nostre ossessioni. E i nostri demoni, ovviamente. Che spesso ci creiamo noi stessi, come ci insegna un vecchio film. I demoni ci perseguitano e minano le nostre certezze, fanno vacillare l’essenza stessa di ciò che siamo. È successo allo stesso Kobe, quando – nell’estate del 2002 – è stato arrestato con l’accusa di stupro nei confronti di una giovane cameriera nel Colorado. Bryant si trovava nella cittadina di Eagle per un intervento al ginocchio e una sera invitò nella sua camera una cameriera, respinta ai provini di American Idol. Il giorno dopo, con l’arresto di Kobe, si scatenò un putiferio: la ragazza sosteneva che il rapporto avuto nella notte non fosse consensuale, mentre Kobe – che per la prima volta vide distrutta la sua sfera privata – ammise l’adulterio, ma non vi fu nessuno stupro. La conferenza stampa indetta dall’ufficio stampa di Bryant, vide Kobe e sua moglie Vanessa l’uno accanto all’altro, con il discorso interrotto dal pianto del numero 8, che chiosò: “Ho sbagliato. Sono solo un essere umano”.

La vicenda si risolse con il ritiro delle accuse della ragazza, ma la carriera di Bryant era ormai segnata: il suo contratto con l’Adidas fu stracciato e il Mamba doveva ingranare nuovamente la prima per ricominciare la sua ascesa verso la grandezza. Ma forse il tassello che avvicina Bryant all’immaginario dei giovani e lo rende un modello è proprio questo: quando si parla di Kobe, si hanno perfettamente presente quali sono i suoi limiti, le sue imperfezioni, i suoi punti deboli. Che lui ha tentato di mascherare in tutti i modi con tanto, tantissimo allenamento, sfidandosi a migliorare in ogni caratteristica del gioco, fino allo sfinimento. Kobe ha fallito, è caduto, ma nella sua risalita ha trovato la chiave dell’immortalità sportiva.

Ora che in quel di Los Angeles sta per sorgere il sole, sono ancora troppe le vicissitudini che il nostro vorrebbe riportare alla mente. Ma in fondo, è giusto che la narrazione si interrompa così. Con Kobe che si scruta allo specchio e scova nel suo volto i segni del tempo che l’hanno reso grande. Ma non è ancora tempo di pensare a ciò che è stato, analizzarlo fino in fondo, tirarne le conclusioni. Come si convive con il fatto che tutto questo sta per finire, ma puoi ancora eseguire gli ultimi movimenti, sentire ancora una volta l’odore del sangue, mordendo senza pietà, quando fa più male e quando tutti ti danno per finito? Kobe Bryant è un’idea, sui dogmi che si è imposto si potrebbe costituire un culto pagano. Qualcosa che va oltre il concetto di sport e si aggrega a quei Misteri che da sempre appartengono alla nostra cultura, quelle entità che rivelano il Grande Spirito e il rapporto tra le nostre vite e le divinità. Qualcosa che non va per forza capita, ma semplicemente vissuta e accettata, dai limiti alle possibilità che essa ci dà. Sta a noi cercare le frontiere dell’eternità oppure scegliere di vivere con il senso d’adesso che impelle e ci regala ogni giorno sensazioni nuove, da assaporare fino in fondo.

“Viviamo nel tempo, questo ci forgia e ci contiene. E ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai più”, riflette Kobe che ripone gli anelli nella scrivania e fa per uscire dalla stanza. Quando è di spalle allo specchio, si sente osservato. E sa perfettamente di chi si tratta. Non si volta nemmeno, ma esce dallo studio e chiude la porta. Dentro, imprigionato nel suo riflesso eterno, lo sguardo del Black Mamba, che veglia su di lui e – ogni volta che ha pensato di mollare – gli ha dato la forza di resistere.

Be like Kobe.

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