BarNacka #5

Rose is Chicago

Derrick Rose

Anche oggi la giornata è stata un successo: sia Red che suo figlio Joe sono rincasati sani e salvi. C’è poco in tavola, giusto quel che basta per andare a letto senza lo stomaco in subbuglio. Per gli standard di Englewood, quartiere fra i più malfamati al mondo situato nella South Side di Chicago, è questa la definizione di “giornata di successo”. La sopravvivenza non è scontata e tirarsi fuori dal ghetto è pressoché impossibile. Lo ha ben chiaro Red, e anche il figlio di sette anni sta iniziando a prenderne coscienza.

È una sera d’inverno, il piccolo Joe già avvolto nella sua coperta aspetta il padre con impazienza; sta per arrivare il momento che attende fin dal mattino. Red siede al fianco di suo figlio per dargli la buonanotte e quest’ultimo, come ogni sera, ha una sola richiesta: “Raccontami di Derrick!”

Fa freddo a Chicago, il vento soffia forte dal lago Michigan tutto l’anno e per superare queste difficoltà i ragazzi nei playground giocano in modo differente dal resto d’America. Portano la palla dritta al ferro, senza indugi, senza effetti speciali, sapendo già che verranno colpiti e dovranno resistere al contatto perché i falli non si chiamano. A Chicago la pallacanestro è sofferta, sporca, brutale. Derrick Rose viene da Englewood, ed è diverso da tutti gli altri. Anche lui gioca alla maniera di Chicago, feroce e diretto, ma è di un’eleganza mai vista. Il primo difensore non ha speranza, viene bruciato con un cambio di direzione fulmineo; gli altri si precipitano in suo aiuto, ma a quel punto Derrick è già in aria, li evita contorcendosi e cambiando direzione in volo, e deposita la palla a canestro. 

Derrick gioca per Simeon High School, non una scuola come tutte le altre. Trent’anni prima un altro ragazzo di Englewood, Benji Wilson, aveva scritto la storia di Simeon vincendo per due anni di fila il campionato statale. Poi, al momento di approdare al college con il titolo di miglior liceale degli Stati Uniti, un proiettile lo ha inchiodato lì insieme ai suoi sogni, ricordando a tutti che da South Side non si esce. Il suo numero, il 25, se lo prende Derrick e lo porta con sè fuori dal ghetto: sceglie l’università di Memphis dopo aver aggiunto altri due campionati alla bacheca di Simeon.

I Chicago Bulls hanno l’1,7% di aggiudicarsi la prima scelta al Draft 2008, che permetterebbe loro di riportare a casa il ragazzo di Englewood. C’è chi dice sia stato Benji, chi il destino, chi una buona dose di fortuna: Derrick torna per giocare nella squadra della sua città. Ad accoglierlo ogni sera all’ingresso del palazzetto dei Bulls la statua di Michael Jordan, che vinse ben sei campionati a Chicago negli anni ‘90. Sotto, un’iscrizione perentoria: Il migliore che sia mai esistito. Il migliore che mai esisterà. Non è facile impressionare le stesse persone che hanno visto giocare Jordan, ma Derrick ci riesce.
In campo domina come faceva sui playground di Chicago, la grazia nel controllare il corpo in volo a nascondere la determinazione con cui assale il ferro ad ogni costo e contro ogni logica. Fuori dal campo fa di tutto per aiutare la sua gente, sempre in modo anonimo e poco appariscente. La sua espressione cupa nasconde un passato difficile che vuole risparmiare ai ragazzi di Chicago, un peso che si porta dentro da cui non vuole liberarsi. Non è raro vederlo arrivare con il cappuccio sul capo chino nelle chiese dei quartieri più difficili per assistere e sovvenzionare i funerali di giovani meno fortunati di lui. Finanzia programmi dopo-scuola per tenere i bambini lontano dalle strade, coinvolge i compagni di squadra per fermare la violenza dilagante nella città. Ad un evento pubblicitario, organizzato per lanciare la sua linea di scarpe da gioco, scoppia in lacrime: “Io non dovrei essere qui, con tutto quello che sta succedendo nella mia città. Non dovrei essere arrivato fin qui.”

Derrick è Benji, è Jordan, è ancora di più. Appartiene solo e soltanto a Chicago. E’ un figlio di cui andare fieri, un fratello maggiore da seguire. E’ la speranza di un futuro migliore. Derrick è Chicago.
Un giorno di fine Aprile tutto crolla. Forse il peso di una città intera è troppo da portare, o forse la sua pallacanestro non può essere giocata in un corpo di mortale. Il ginocchio cede. Chicago si ferma. Derrick vuole caricarsi di nuovo la città sulle spalle e ripartire, ma il fisico non ne vuole sapere. I Bulls continuano a lottare per lui, fino a collassare a loro volta. Viene scambiato per poco o niente, solo per allontanarlo, perché senza la gioia con cui sapeva ricoprire tutto, restano solo la fatica e i rimpianti a logorare la squadra e la città.

Derrick è seduto di fronte ai giornalisti di New York, i Knicks sono la sua nuova squadra. Sentirgli ripetere più del necessario il nome della sua città è struggente: ogni volta il dolore viene nascosto da un velo di dolcezza e il volto rimane quello impassibile di sempre, stretto nelle spalle per la timidezza mai vinta. Nei Bulls aveva il numero 1 sulla schiena, con i Knicks passerà al 25, come al liceo. Gli viene chiesto il motivo. Voleva portare con sé Chicago, voleva ricordare la sua gente, voleva ancora quel peso da portarsi dentro. 

Joe chiude gli occhi, Red lo adagia sul materasso con cura; la storia non è conclusa ma il piccolo dorme sereno. Lo aspetta un’altra dura giornata a Englewood, meglio non svegliarlo: il finale della favola lo ascolterà domani.

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