Articoli BarNacka #5

Se puoi sognarlo, puoi farlo

Walt Disney

Cosa vuol dire essere un mito? Significa raggiungere un certo tipo di perfezione? No, ragionando in questi termini si cade nell’errore di creare nei riguardi di una persona o un evento, un’aspettativa troppo alta, irraggiungibile per un essere imperfetto come lo è ognuno di noi.

Essere ricordati con l’appellativo di mito indica però l’aver creato un pezzo unico di quel grande puzzle che è la storia dell’uomo, vuol dire ispirare e far desiderare. Ma per durare nel tempo, per lasciare un segno indelebile, creare non basta, bisogna che ciò a cui si è dato forma sia utile all’uomo come specie, sia stimolante al punto da far spostare in avanti limiti e frontiere mostrando un punto di vista nuovo.

Leggende, miti ed eroi si creano in qualunque ambito, sotto le forme più diverse, alcuni sono solo personali, altri invece sono universali. Ed è in questo ultimo gruppo che si trova, granitico, Walter Elias Disney Junior, conosciuto più semplicemente come Walt Disney, nato a Chicago il 5 dicembre 1901 da una famiglia di umili origini, un uomo che nella sua vita ha sempre avuto un unico scopo: portare il mondo frutto della sua immaginazione nel mondo reale.

Come altre storie di uomini con un sogno che sembra troppo grande, anche quella del padre fondatore dell’impero disneyano è una storia di ossessione.

Ossessione è quell’irrefrenabile istinto di realizzazione più forte di tutto che fa chiudere il genio, il creativo, in un processo di estremizzazione. È un percorso destinato a far cadere quasi tutto in rovina, a portare la persona sull’orlo del tracollo fisico e mentale, prima di permettergli di avere l’idea definitiva che crea un pezzo di quel mondo-sogno che vuole realizzare. Questo è quello che è successo a Walt Disney nel 1928 quando sull’onda del primo personaggio di successo, Oswald il coniglio fortunato, viene tradito dalla Universal Pictures e da buona parte dei suoi animatori, i quali senza dirgli nulla, stipulano un contratto con la casa di produzione che prese anche i diritti su Oswald strappandolo a Disney. Quest’ultimo si ritrova così personalmente frustrato e distrutto con parte del team perso.

Gli avvenimenti descritti sopra, al posto di spezzare sogni e speranze, creano un sentimento propulsore di rivalsa in tutti i rimanenti (compreso anche Ub Iwerks storico amico, disegnatore e animatore di Walt Disney) che li spinge a lavorare ad un nuovo progetto: Mickey Mouse, da noi anche conosciuto come TOPOLINO.

La pugnalata nella schiena ricevuta da parte della Universal fa ancora troppo male e questa obbliga Walt e collaboratori a lavorare in modo sfrenato e compulsivo sul nuovo progetto.

Mickey Mouse debutta nel 1928 con il cortometraggio L’aereo impazzito, opera prodotta grazie alla realizzazione di settecento disegni ogni giorno, per due mesi.

L’aereo impazzito non ha il successo sperato, ma ormai nulla può più fermare l’uomo di Chicago poiché è un uomo in missione e la sua determinazione è più dura del migliore dei diamanti.

Il punto di svolta arriva quando Walt Disney tenta una mossa: affitta a New York il Colony Theatre per proiettare un altro lavoro con Topolino protagonista, Steamboat Willie, caratteristica fondamentale di questo cortometraggio è che contiene elementi sonori.

Il 18 novembre 1928 al Colony Theatre decolla un successo enorme, il pubblico esplode in un applauso fragoroso.

Il successo di Steamboat Willie è così grande da meritare nel 1933 un trattamento da parte del filosofo tedesco Walter Benjamin che scrive  “la risata che esplode può sembrare barbara ma forse è meglio che una persona singola abbia qualcosa di barbaro in sé, affinché la comunità – finora così terribilmente barbara – possa trasformarsi in una comunità più umana.”

Merito principale di questo trionfo è il fatto che il pubblico riconosce la sua quotidianità nella storia raccontata.

Il presidente Franklin Delano Roosevelt spende queste parole a favore di Mickey Mouse e quindi di Walt Disney stesso: “Sa che la felicità non consiste nel mero possesso di denaro. Sta nella gioia della conquista, nel brivido dello sforzo creativo”.

Agli inizi degli anni ’30 tutti impazzivano per Topolino, che resistette perfettamente alla crisi del ’29, espandendosi anche a livello di fumetto e merchandising; poiché lui e le sue avventure rappresentavano il sogno americano promosso in quegli anni per cercare di risollevare il paese dalla grande depressione.

 

Dare vita nell’immaginario collettivo, al microcosmo che ruota attorno ad una creatura così potente come Mickey Mouse, dalla durata virtualmente infinita, è benzina gettata sulle fiamme dell’ossessione.

Il successo fin qui consolidato è linfa vitale, ma non riesce a far sentire appagato Walt Disney, lui sa di aver solo appena iniziato. Pochi anni dopo, precisamente nel 1934, infatti propone ai suoi collaboratori un nuovo titanico progetto, mai realizzato da nessuno: un lungometraggio sonoro completamente in animazione.

Il film in questione è Bianca neve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs), ispirato da un vecchio film muto dal titolo Biancaneve risalente al 1916.

Questa idea di realizzare un lungometraggio d’animazione, come tutte le opere più significative, all’inizio riscuote diverse critiche, ma queste non fermano minimamente Walt Disney.

Egli aveva un asso nella manica, una nuova tecnica di animazione che consentiva di ottenere un’immagine molto vicina a quella reale, il Technicolor.

La realizzazione di un progetto così grande richiede molto tempo, soldi e fatica, così dopo due anni dall’inizio dei lavori, la situazione incomincia a diventare pesante, bisogna riuscire a realizzare il film.

Nell’estate 1937 Disney va a chiedere un prestito alla Banca d’America, qui riesce a strappare una proiezione privata per i responsabili della banca ai quali mostra tutto il lavoro fin ora svolto.

Gli amministratori rimangono folgorati da ciò che vedono, riconoscono la genialità e l’unicità del prodotto non finito e decidono di concedere dei fondi.

Nelle ultime fasi di realizzazione, Walt arriva a ipotecare la sua stessa casa al fine di portare a termine il lavoro.

Alla fine Biancaneve e i sette nani arriva a costare un milione e mezzo di dollari, una cifra al tempo, enorme.

Il film viene proiettato per la prima volta il 21 dicembre 1937 al Carthay Circle Theatre di Hollywood  dove, assieme al suo ideatore, viene onorato da una sudata e meritata standing ovation.

Ma la glorificazione totale arriva nel 1938, quando Biancaneve e i sette nani viene distribuito al pubblico dalla RKO radio pictures e sbanca letteralmente il botteghino diventato il titolo con maggiore incasso dell’anno.

Questa fatica ercoliana compiuta da Walt Disney e collaboratori, vale al primo l’Oscar alla carriera nel 1939 (versione speciale del premio con la statuetta standard accompagnata da sette statuette in miniatura).

 

Attorno agli inizi anni ’40 prende il via la parentesi produttiva di stampo bellico imposta dal governo degli Stati Uniti con opere propagandistiche e anti-naziste come Der Fuehrer’s Face (1943), in cui Paperino (altro storico personaggio partorito dalla mente disneyana) ha un incubo nel quale lavora in una fabbrica nazista.

Nonostante questa spiacevole parentesi e il periodo difficile nei primi anni ’50, la vera produttività non si ferma, ci sono film che seguono più o meno bene il successo di Biancaneve e i sette nani. Esempi importanti sono Bambi (1942), Alice nel paese delle meraviglie (Alice in Wonderland, 1951) e Le avventure di Peter Pan (Peter Pan, 1953).

 

La grande rivincita con Topolino, l’enorme successo del primo lungometraggio d’animazione e di molti dei film successivi, sono opere destinate a durare per molto tempo, se non per sempre.

Ma al contrario del pensiero dei più, dopo vent’anni di una lunga, faticosa e gloriosa carriera, Walt Disney è ancora affamato ed ebbro di sforzo creativo.

È proprio con questa fame che inizia a prendere forma nella sua mente il progetto finale: Disneyland.

Da definire obbligatoriamente gargantuesco, questo progetto non rientra più nel piano del corto o lungometraggio ma entra di prepotenza nel piano fisico urbanistico prima di Los Angeles e poi del mondo.

La progettazione di questo sogno dura cinque anni, quando è il momento di esporlo ai realizzatori, Disney dice: “Voglio che Disneyland sia il luogo più meraviglioso della terra e che un treno faccia il giro del parco.”

La parola chiave di questa trasposizione del mondo Disney in quello reale, è felicità. Felicità di tutti e per tutti, piccoli e grandi.

Disneyland apre il 17 luglio 1955 ad Anaheim, a circa 30 km da Los Angeles, il successo ottenuto fin da subito è semplicemente faraonico.

 

Tutto è compiuto, la capacità di Walt Disney e dei suoi fondamentali, fenomenali e coraggiosi collaboratori (perché un capitano senza il suo equipaggio non può nemmeno far uscire la nave dal porto) è quella di aver creato opere e personaggi sempre attuali che appagano completamente i bisogni delle persone, capiscono cosa il pubblico desidera e fanno di tutto per procurarglielo, basti pensare che Biancaneve e i sette nani anche se è un film degli anni ’30, bambini delle generazioni successive lo hanno percepito come un film contemporaneo.

 

1966, è l’anno dell’inizio del rapido declino fisico del padre dell’impero Disney, gli viene diagnosticato un letale tumore ai polmoni.

Nell’inverno dello stesso anno, il quindici dicembre, Walt Disney muore.

Sessantacinque anni di vita appassionata, hanno iscritto per sempre il suo nome nell’eternità dei miti.

 

Il destino ha fornito quell’uomo di Chicago di volontà, coraggio, dedizione, fortuna e uomini eccezionali tali da trasformare l’astratto in un concreto universalmente osservato, conosciuto ed amato. Questo deve essere un monito per ognuno di noi, perché nessuno deve essere il prossimo Walt Disney, ma se dentro di noi sentiamo un bruciante desiderio di voler realizzare qualcosa, qualunque cosa, quello deve diventare il motivo per cui ci alziamo la mattina e dormiamo poco la notte.

Perché senza appagare quel desiderio, senza innamorarsi di esso, senza lottare, cadere e rialzarsi per esso, senza tutto questo ci sveglieremo un giorno, rendendoci conto di aver passato la vita a sopravvivere e non a vivere.


Amedeo Daniele

            

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