BarNacka #5

Zona di Alienazione

chernobyl

Era una giornata come tutte le altre. Nella grigia primavera di Kiev, Ivan Pravik, ragazzino appena giunto alle porte dell’adolescenza, ascoltava con poca attenzione le parole dell’insegnante.

Con la testa china e appoggiata sul pugno chiuso, teneva fisso lo sguardo sulla pioggia che, incessante, batteva fuori, per le strade di quel quartiere di periferia. L’unico movimento che si concedeva era un periodico volgere gli occhi verso un orologio che segnava come sempre più prossima la fine della giornata tra i banchi.

Al suono della campanella si alzò velocemente dalla sedia con lo zaino in spalla, preparato e chiuso ben prima che la lezione finisse. Percorrendo di fretta le scale che portavano all’uscita, si trovò presto sul marciapiede di via Nakhimova. Ad attenderlo, seduto al volante del suo vecchio pickup zaz-968MP, fiore all’occhiello dell’industria automobilistica sovietica degli anni ’80, c’era suo padre Nikolaj.

“Come é andata a scuola, Ivan?”

“Normale, come sempre”

“Non vi hanno parlato della ricorrenza che si celebra oggi?”

“Si, parlavano di una cosa sulle centrali nucleari…credo. Non ho ascoltato molto”

“Beh, devi sapere che oggi, 26 aprile, sono passati cinquant’anni esatti dal disastro di Cernobyl” – disse il padre – “Te ne parlo spesso quando ti racconto del nonno”

“Sì, ho presente”

“Bene, allora sappi che oggi pomeriggio andiamo proprio lì, per la cerimonia di commemorazione. E’ circa a 100 km da qui. Ti ho portato dei panini. Mangia, così poi partiamo”.

Girò la chiave di accensione con un colpo secco, mettendo in moto un veicolo che era ormai considerato un vero reperto storico dei tempi dell’URSS.

In pochi minuti furono fuori città, in aperta campagna.

“Sai, Ivan, prima non mi sono arrabbiato  per la tua indifferenza nei confronti di una data così importante per il nostro paese e per la nostra famiglia, ma dovresti esserne molto più informato. Perlomeno, potresti mostrarti interessato. E’ una questione di senso civico, ma anche di moralità”

“…”

“Dopotutto, però, posso anche capirlo. Hai appena 13 anni. A quest’età, senza nessuno che ti guidi, è facile smarrire la percezione di quali siano le cose più importanti. Alla fine il mio compito di genitore é proprio questo: darti un’educazione. Ed é anche quello dei tuoi insegnanti, se solo tu dessi loro più attenzione…In ogni caso, é bene che io ti spieghi meglio il motivo di questo nostro viaggio”

Nikolaj raccontò al figlio Ivan di come egli, la notte del 26 aprile1986, fosse ancora un bambino quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Cernobyl esplose, provocando la morte immediata di alcuni uomini, che lì lavoravano. E quella successiva, lenta ma assai più numerosa, di migliaia di civili esposti alle fortissime radiazioni emesse.

“Avevo quasi 5 anni” – disse Nikolaj, mentre Ivan, questa volta, ascoltava con più interesse – “Tuo nonno Vladimir, mio padre, lavorava come capo dei vigili del fuoco in centro città, a Cernobyl, mentre io e tua nonna abitavamo a Rossokha, un paese distante pochi chilometri. Il nonno tornava a casa tutte le sere, a meno di imprevisti al lavoro. Quella notte, però, ricevette una chiamata di urgenza dalla centrale nucleare, in cui veniva richiesto l’intervento dei pompieri per un incendio dovuto ad un corto circuito. Nessuno era stato informato dell’esplosione, né tantomeno della tossicità dei fumi e del materiale radioattivo che era caduto nella zona circostante. Quando ne venne a conoscenza, tuttavia, non si tirò indietro, pur conscio di mettere a repentaglio la propria vita. Fin da poche ore dopo aver tentato di domare l’incendio, nonno Vladimir e i suoi uomini furono colti da un’ intensa nausea e da vomito, i primi sintomi da avvelenamento radioattivo. Qualche giorno dopo, poi, vennero tutti portati all’ospedale di Pryp’jat, a 3 chilometri dalla città: la loro pelle era diventata completamente nera a causa delle radiazioni. Per mancanza delle tecnologie mediche necessarie furono presto trasferiti a Mosca, nell’ospedale numero 6. Da quel momento in poi non l’avremmo mai più rivisto, se non  due settimane dopo, morto, al suo funerale. L’avevano rinchiuso in una bara nei sotterranei di un caveau, una misura drastica adottata per prevenire il contagio: al momento della morte, il suo corpo aveva un livello di radioattività paragonabile a quello dei prodotti radioattivi. Oggi é ancora lì, e per il suo gesto è stato isignito dell’Ordine per il Coraggio, una delle massime onorificenze ucraine. Viene riconosciuto come uno dei liquidatori, cioè quegli uomini che hanno perso la vita per la vitale messa in sicurezza della centrale nelle ore di massimo pericolo.”

Durante tutto il racconto Ivan non aveva osato dire una parola, per non interrompere quella che per

il padre era la riesumazione di un ricordo molto doloroso: qualche lacrima, infatti, aveva solcato il suo viso, trovando canali di scorrimento nelle varie rughe proprie di un uomo di mezza età. La voce, invece, era rimasta ferma, decisa, senza rompersi nei singhiozzi di un pianto: Nikolaj aveva la tempra del più resistente uomo dell’Est.

Poco dopo padre e figlio uscirono dall’autostrada, prendendo una  statale a due corsie e doppio senso di percorrenza e mangiandone l’asfalto per una ventina di minuti. In mezzo alla campagna ucraina, appena dopo il passaggio a livello di una tratta ferroviaria abbandonata, arrivarono ad un posto di blocco: due militari in divisa li fecero scendere dall’auto per controllare che non trasportassero niente di illecito. Accertatisi che fosse tutto in regola, e dell’autorizzazione necessaria, li fecero passare.

Ivan si chiese il perchè di tanti controlli.

“Vedi figliolo, in questo punto siamo a 30 km esatti da Cernobyl. Qui comincia la zona di alienazione, un’area circolare istituita subito dopo l’esplosione della centrale, corrispondente al territorio più gravemente contaminato dalle radiazioni, per via della sua vicinanza all’epicentro del disastro. Per questo motivo l’accesso di solito è interdetto, consentito solo in occasioni particolari. Da qui venimmo tutti evacuati già il giorno successivo. Eravamo più di centomila persone. Io e tua nonna fummo portati a Minsk, in Bielorussia, ma ci trasferimmo a Kiev qualche anno dopo, in seguito alla caduta dell’Unione Sovietica.” spiegò il padre.

Mentre si avvicinavano alle porte della città, Ivan, guardando fuori dal finestrino del pickup, scorse una piccola pineta di un colore strano, assolutamente inusuale per degli alberi sempreverdi: era una pineta rossa. Il padre Nikolaj disse che gli alberi che vedeva erano i pochi resti di una foresta molto più grande, detta appunto“foresta rossa”, colore dovuto alla radioattività del suolo.

Molti di quegli alberi erano morti a causa della tossicità degli elementi contaminanti. Altri erano stati abbattuti dalle autorità sovietiche. Ivan pensò che gli alberi rimasti, con quel colore vermiglio, avessero assorbito il sangue delle tante vittime che il disastro nucleare aveva mietuto, o che stessero lì a simboleggiarlo.

Prima di arrivare in centro città, Nikolaj voleva passare da Rossokha, suo paese natale, ma non potè: da tanti anni era diventato il punto di abbandono di tutti i veicoli militari utilizzati nel corso delle operazioni di emergenza di quei tragici mesi. Il cimitero degli elefanti della guerra, una zona in cui ormai non si poteva più entrare a causa dellostato radioattivo in cui versavano.

Così, decise di compiere una deviazione diversa. A pochi chilometri da Cernobyl, Nikolaj svoltò assieme al figlio su una strada sterrata che conduceva a Tulgovich, piccolo sobborgo abbandonato come tutto il resto. Dopo qualche curva a gomito tra i vicoli stretti del villaggio, si fermarono davanti a una casa con un piccolo giardino e una porticina di legno incastrata nella staccionata che ne delimitava il perimetro.

“Papà, perché ci siamo fermati qui?”

“Perchè se tu porti il nome che ti é stato dato, é grazie all’uomo che abitava nella casa che vedi qui di fronte”

“Che cosa intendi?”

“Si chiamava Ivan Shamyanok. Era uno dei migliori amici di tuo nonno. Nel 1986 aveva circa sessant’anni. Nonostante tutta la zona fosse stata evacuata e il governo avesse cercato di impedire che qualcuno rimanesse ancora qui ad abitare, il legame di Ivan con la sua terra natìa era troppo forte. Non riuscirono a convincerlo. Rimase con la sola compagnia di sua moglie, che morì diversi anni prima di lui. Lui, invece, visse fino a cent’anni. Passò una vita tranquilla, curandosi del suo orticello e dei suoi animali, e ricevendo viveri da parte di un corriere che veniva qui, una volta a settimana. Ai tanti cronisti che nel tempo vennero per ascoltare la sua storia, e che gli chiedevano come facesse a vivere così a lungo, lui rispondeva sempre che il suo segreto era non aver mai abbandonato il posto dove era nato.”

Con queste parole padre e figlio salirono in auto e ben presto arrivarono alla destinazione finale. Una vegetazione lussureggiante aveva ricoperto da cima a fondo i palazzi ai lati delle strade, diventate ormai tappeti verdi.

Là dove l’attività dell’uomo aveva cessato il suo corso, flora e fauna avevano ripreso il controllo, creando un’isola felice di biodiversità. Nikolaj ed Ivan, al contrario, non avvertirono alcun senso di felicità nel procedere in mezzo a quello spettacolo: una città fantasma, spettro della fine di una civiltà, e un paesaggio lugubre e tetro era tutto ciò che riuscivano a vedere.

Cernobyl era fuori dallo spazio, una zona inaccessibile e ormai non più favorevole alla vita umana.

Ma era anche fuori dal tempo, in bilico tra la testimonianza di un passato tragico e la possibile proiezione di un futuro nucleare apocalittico. In questo duplice isolamento Ivan riconobbe il vero significato di zona di alienazione.

Dopo un’altra ora di cammino padre e figlio arrivarono al luogo della cerimonia di commemorazione: sullo sfondo dell’imponente, fatiscente centrale nucleare, si ergeva una statua monolitica. Alla sua base erano incisi i nomi di tutti i liquidatori, mentre un’altra targa ricordava le oltre quattromila persone morte per tumori contratti in seguito alle esalazioni letali.

Ivan si fermò ad osservare, insieme al padre e a poche altre persone giunte lì per lo stesso motivo.

Pensò che, fino a quel momento, non si era mai trovato così vicino ad un realtà che nei suoi pensieri c’era sempre stata solo per sentito dire, semplicemente per la sua presenza nell’immaginario collettivo della gente, quasi come fosse un mito, ma senza che lui la conoscesse davvero. Un avvenimento epocale che aveva cambiato il corso della storia del suo paese e la coscienza di diverse persone  in tutto il mondo. E lui, finalmente, poteva vederne gli effetti con i propri occhi.

La tempesta di quei pensieri inediti fu interrotta dalla voce paterna:

“Quello che vedi, figlio mio, é il ricordo di uomini, come tuo nonno Vladimir, che hanno sacrificato la propria vita per salvare quella di molti altri. Uomini che hanno posto l’amore per la propria terra, senza mai lasciarla, davanti a ogni cosa, come ha fatto Ivan Shamyanok.

Questo é l’insegnamento che dovresti trarne. Tieni sempre a mente le tue origini, conosci la storia del tuo paese e del mondo in cui vivi, anche quando questa è lontana nel tempo e sembra più una leggenda che una realtà vicina a te. ”

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