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L’arte di chiedere alla polvere

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Capita a tutti, nel corso della propria esistenza, di avere un compagno di viaggio. Una persona, un animale, un libro che incontriamo grazie al Caso e ci portiamo dietro – forse quasi inconsciamente – per larghi tratti della nostra vita. Questo compagno di viaggio ci segna l’esistenza e spunta fuori nei momenti più complicati, quando abbiamo bisogno d’aiuto e non sappiamo più a chi rivolgerci. Il mio compagno di viaggio si chiama Arturo Bandini, un personaggio scaturito dalla penna di John Fante, scrittore italo-americano del primo Novecento. Ma Bandini non è stato solo un personaggio della fantasia di Fante: è stato il suo alter-ego, lo strumento con cui egli – scrittore poco apprezzato in vita, che ha dovuto dedicarsi alle sceneggiature di cinema per vivere – ha voluto riaffermare il proprio destino, la propria debordante voglia di vivere. E di scrivere, fino all’ultima parola, rimanendo fedele al proprio stile. 

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Fante nato nel 1909 a Denver, in Colorado, ma è come se avesse abitato sotto casa mia per dieci anni. L’ho conosciuto quasi per caso, durante una mia imbucata in libreria a Roma. Vagavo fra gli scaffali e ho trovato il suo primo libro, La Strada per Los Angeles, con prefazione di Charles Bukowski, un altro dei miei scrittori preferiti. Mi sono appassionato alla saga di Bandini, anti-eroe senza età, capace di leggere Nietzsche e Schopenhauer senza capirne una parola, ma conservando quel focolare di ideali e speranza tipici di chi ha qualcosa dentro che lo spinge a credere nel valore dei propri sogni. Ho rivisto qualcosa di me in quelle pagine: la rabbia di uno sconfitto, il desiderio di non arrendersi, l’integerrima capacità di mettersi nei guai. E l’ossessiva ricerca di qualcosa di Grande.

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John Fante ha cercato di rimanere fedele a se stesso anche quando il successo non è arrivato, per poi piegarsi al volere della vita, accantonando per più di quindici anni la scrittura. Ha raggiunto il successo poco prima di morire, negli anni ’80, quando tutto sembrava perduto. E’ stato Charles Bukowski a redimere la sua figura di scrittore, trovando un suo libro nella biblioteca di Los Angeles e lottandosi perché il suo editore – La Black Sparrow – ripubblicasse tutta l’opera di Fante. La riedizione di Chiedi Alla Polvere (quello che è ritenuto il miglior libro di Fante) contiene un’appassionata prefazione dello stesso Bukowski: 

“Poi, un giorno, ne presi uno e capii subito di essere arrivato in porto. Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un ‘altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso”.

Charles Bukowski, prefazione di Chiedi alla Polvere 1980

È stato un uomo capace di accettare le contraddizioni del proprio essere, diviso fra ciò che era giusto fare e quello che era il suo sogno. Ma aldilà dei libri, quello che mi è più caro di John Fante è il suo epistolario, scritto mentre componeva le sue opere. Lì si trovano tutte le emozioni di cui ho parlato sopra: la voglia di emergere, la sfrontatezza dei propri vent’anni, il coraggio di sentirsi diverso dagli altri, ma anche l’inquietudine di fallire e lo scoraggiamento quando si evidenziano delle falle nei propri scritti. John Fante è umano, la sua narrativa è tagliente e trasuda il vero. Ma non si limita ad un semplice Verismo: tenta di districarsi fra i mille pensieri di un giovane sognatore senza la presunzione di trovare una qualche soluzione, ma con l’unico scopo di esprimere se stesso. E questo per me è necessario: non raggiungere compromessi di alcun tipo, ma essere ciò che si crede più giusto. Del resto, più di cento cinquant’anni fa un filosofo russo disse:

“È cercando l’impossibile che l’uomo ha realizzato il possibile”.

 M. A. Bakunin, Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, 1871

John Fante era un uomo imperfetto e come scrittore non verrà ricordato fra i grandi. Ma del resto, che bisogno c’è di comparire in qualche classifica di preferenza, se almeno una manciata delle sue parole riescono ancora a scalfire l’indifferenza tipica di un adolescente, fino a ripresentarglisi come una boccata d’aria fresca una volta che l’adolescente è cresciuto e cerca conforto fra le pagine di un libro? No, John Fante non verrà ricordato fra i più grandi, forse perché le sue parole più profonde e pregne di significato non le ha scritte, bensì pronunciate a suo figlio Dan, come racconta lui stesso in Fante – A Memorial:

“Ascolta attentamente. C’è una lontana possibilità che tu possa imparare qualcosa. Primo punto, non me ne frega niente se il mio lavoro è commerciale o no. Lo scrittore sono io. Se quello che scrivo è buono, allora le persone lo leggeranno. È per questo che esiste la letteratura. Un autore mette il suo cuore e le sue palle sulla pagina. Per tua informazione, un buon romanzo può cambiare il mondo. Tienilo bene in testa quando ti metti di fronte a una macchina da scrivere. Non perdere mai tempo in qualcosa in cui non credi neanche tu”.

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