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Fare un Bradbury

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Nella linea temporale di un atleta vincente ci sono tre tappe: ascesa, consacrazione e declino. Steven Bradbury l’ha seguita al contrario, sul tracciato sempre uguale e pericoloso dello Short TrackÈ vero che la Gialappa’s ha aiutato a far conoscere questo nome in Italia, ma la parte ironica è solo la punta dell’iceberg della sua storia.

A 21 anni potreste già mettere la parola fine alla sua carriera di velocista sul ghiaccio. Di risultati ne ottiene: 3 medaglie ai mondiali (tutte in staffetta) e un bronzo alle olimpiadi invernali di Lillehammer, Norvegia, ma è così giovane che si pensa che il suo punto di decollo non sia ancora arrivato.

E invece un terribile scontro durante una gara di coppa del mondo nel 1994 ferma tutto, la lama dei pattini dell’italiano Mirko Vuillermin gli trapassa il quadricipite da parte a parte, perde 4 litri di sangue e gli mettono 111 punti. Un incidente quasi fatale, come dichiara lui stesso: “Ho cercato di stare sveglio, perché sapevo che se mi fossi addormentato, non avrei più riaperto gli occhi”.

Si riprende, al punto di tornare a gareggiare alle Olimpiadi del 1998, ma va male, esce subito nelle batterie dei 500 e dei 1000 metri individuali perché coinvolto in un paio di scontri con altri pattinatori. Due anni dopo, nel settembre del 2000, Bradbury picchia la testa contro il bordo della pista, stavolta in allenamento, si rompe il collo e due vertebre.

La componente del caso, in uno sport che vede dai 3 ai 9 pattinatori sfrecciare su una pista circolare di ghiaccio senza corsie e dove i contatti sono ammessi, è  spesso determinante.  Ma il caso a volte è infame e risalire la corrente della sfiga è roba da salmone avanzato.

Alle Olimpiadi di Salt Lake City del 2002 arriva da atleta praticamente finito, con due infortuni pesantissimi alle spalle, Bradbury si iscrive comunque a tutte e quattro le gare per gli atleti di short track. È in quella dei  1000 m individuali che gli capita la nota serie di fortunati eventi. La prima batteria la vince agevolmente, ai quarti di finale arriva terzo e teoricamente dovrebbe essere eliminato perché passano solo i primi due, ma il giapponese Naoya Tamura – arrivato sette decimi avanti a lui – è squalificato: Bradbury viene così ripescato in semifinale.

Franco Bargagna, commentatore RAI, presenta la batteria delle semifinali commentando: “Fuori dalla lotta, quasi certamente Steven Bradbury”. La strategia adottata da Steven, su sua stessa ammissione è: “Stare dietro e aspettare che qualcuno facesse un errore o ci fosse uno scontro”, avvengono entrambe le cose. Nel rettilineo finale, quando Bradbury è ancora al quarto posto, il giapponese Satoru Terao scivola e si tira dietro il canadese Mathieu Turcotte. Da ultimo che era, Bradbury si ritrova a entrare in finale come secondo.

Niente riassume meglio la piega delle finali del celebre video sopracitato della Gialappas’s:

Quello che ricorda Bradbury al termine della gara, quando anche le tv pakistane si erano avvicinati a lui per intervistare  un fenomeno di cul(t)o, è stato: “Non ero sicuro se festeggiare o andare a nascondermi in un angolo”.

Ma è tutto ciò che è venuto dopo ad averlo investito, stavolta positivamente. Non solo per la pubblicazione dell’autobiografia: “Last Man Standing”, o la partecipazione a vari programmi televisivi (tra cui Ballando con le Stelle), o il diventare uno speaker di discorsi motivazionali. Quanti campioni possono affermare di essere un modo di dire? Sicuramente conoscerete l’espressione doing a Bradbury, l’avrete letta da qualche parte.  Ma il bello di fare un Bradbury non è tanto il vincere contro ogni pronostico e a seguito di circostanze miracolose, ma il vincere arretrando e sperando che le cose funzionino comunque.

NBA Geek, lettore all-around. Bazzico nei playgroung milanesi e un giorno possederò un'amaca dove distendere me e i miei nervi.

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