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Cerchiamo di fare chiarezza

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Nel mondo islamico esistono due fondamentali correnti religiose: quella dei sunniti, cui appartiene il 90% circa della popolazione musulmana, e quella degli sciiti.
La differenza fra le due correnti è solo formale, non dottrinale: alla morte di Maometto (632 d.c.), Alì, cugino e genero del Profeta, venne scartato dalla successione politica e al suo posto venne nominato califfo il predicatore Abù Bakr a cui seguirono Omar e Othman appartenenti alla famiglia degli Omayyadi. Alì viene nominato califfo solo nel 656, ma per breve tempo, in quanto gli Omayyadi lo rifiutarono e lo spodestarono. Da allora in poi la fazione di Alì (gli sciiti) non riconosce i nuovi capi e considera i discendenti del Profeta come unici legittimi continuatori della sua opera, staccandosi definitivamente dalla fazione ortodossa (i sunniti).

I sunniti, “la gente della sunna e della comunità” (ahl al-sunna wa’l-giama’a), costituiscono la componente largamente maggioritaria (più di un miliardo di fedeli) del mondo musulmano. I sunniti considerano Maometto il “suggello” dei profeti (Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Elia, Enoch, Ismaele, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Davide, Salomone, Giovanni Battista e Gesù), cioè colui che ha concluso il ciclo delle rivelazioni e che con il suo comportamento (sunna) ha indicato la Via ai credenti. Sono convinti che la successione alla guida della comunità (umma) tocchi ai seguaci del Profeta. Tratto comune di tutti i sunniti è l’assenza di ogni forma di clero organizzato e investito di particolari autorità.

Nei primi secoli dell’Islam sunnita, i sapienti si riunirono in scuole giuridiche (madhhab) inizialmente identificate con luoghi precisi (le principali sedi erano Medina e la Mecca nella Penisola Araba e Kufa e Baghdad in Iraq). Le scuole sono quattro e, in teoria, non si differenziano sui principi, ma sulle sue possibili applicazioni.

LE QUATTRO SCUOLE SUNNITE

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In verde il territorio dei sunniti

La prima scuola giuridica è quella hanafita. Fondata da Abu Hanifa al-Numan a Kufa (Iraq), è generalmente considerata come la più liberale e tollerante delle quattro grandi principali scuole del sunnismo. La ragione principale di ciò è che il hanafismo predilige il ragionamento deduttivo ed analogico (qiyas) del giudice, piuttosto che la sola dottrina.
La madhhab hanafita prevede punizioni corporali e terrene molto meno frequentemente delle altre madhahib sunniti. Dall’Iraq si è diffusa alla Persia e all’Asia centrale fino ad imporsi come indirizzo ufficiale dell’Impero Ottomano. Attualmente è la più diffusa all’interno del mondo sunnita (abbracciato da circa il 30% dei seguaci).

La seconda scuola giuridica è quella malikita. Fondata da Anas ibn Malik a Medina, affonda le sue origini nella terra del Profeta ed è un po’ più tradizionalista dell’hanafita, più legata anche agli hadit, i detti di Maometto. Tale scuola tende a considerare fondamentali le interpretazioni dei modelli religiosi, sociali e giuridici emerse a Medina, sui quali esisteva un consenso unanime dei colti della città stessa. La scuola giuridica malikita, un tempo diffusa anche in Sicilia e in Andalusia (al-Andalus), è quella decisamente prevalente oggi in tutto il Nordafrica.

La terza scuola giuridica è quella shafi’ita. Fondata da Mohammed ibn Idris al- Shafii (cresciuto a la Mecca e vissuto al Cairo), cerca di sintetizzare le due scuole hanafita e malikita, con predilezione per la tradizione: secondo lo sciafeismo, hadith e sunna del Profeta sono l’autorità primaria nell’interpretazione delle ingiunzioni coraniche e sono più importanti del qiyas come base legittima della legge. Tuttavia si riconosce una minima indipendenza dell’intelligenza umana nello sforzo di adattare le norme contenute nelle fonti primarie alla realtà variabile della società. È diffusa in Egitto, Bahrein, Yemen, India, Indonesia e Africa orientale.

La quarta scuola giuridica è quella hanbalita. Fondata da Ahmed ibn Hanbal a Baghdad, è la più rigida, quella che si riferisce in modo più dogmatico al Corano e alla sunna del Profeta. Limita il ragionamento analogico a casi eccezionali e chiude la porta all’interpretazione dei testi (ijtihad). Si basa su pratiche abituali ed è dunque la più facile da seguire. È diffusa soprattutto in Arabia Saudita.

IL WAHHBISMO

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Il califfo Al-Baghdadi

Il wahhabismo è una corrente ultraradicale dell’Islam sunnita, largamente diffusa in Arabia Saudita, fondata nel XVIII secolo da Muhammad ibn ‛Abd al-Wahhāb con l’intento di depurare la religione da tutte le novità sopravvenute dopo la morte del Profeta. Inizialmente il wahhabismo è solo uno dei tanti richiami al ritorno alla purezza originale: ambisce a fare piazza pulita delle nuove consuetudini devozionali affermatesi nel tempo, come il culto dei santi e quello dello stesso Maometto, l’abitudine maschile di tagliare la barba, la diffusione del tabacco e della musica. Dichiara “infedele” qualsiasi correligionario musulmano che contesti o minacci l’Autorità Assoluta (il califfo o chi per lui). In un secondo momento, però, questa corrente trascende l’ambito puramente dottrinale: penetra nella società araba affermandosi sul piano religioso attraverso l’osservanza dogmatica del Corano e su quello sociale come critica alla corruzione governativa.

È giusto dunque supporre che lo Stato Islamico (Daesh) sia wahhabita?

Sul piano dottrinale il califfato proclamato da Al Baghdadi non si differenzia dal wahhabismo che, per esempio, sostiene l’obbligo per tutti i musulmani di giurare fedeltà a un singolo leader musulmano (il califfo). Secondo il wahhabismo (e secondo l’ISIS) chi non si conforma deve essere ucciso, le sue mogli e le sue figlie stuprate, i beni confiscati. Il modello comune è la vita originaria del Profeta; la strategia comune è sottomettere le popolazioni conquistate; i nemici comuni sono lo sciismo e le sue correnti; tra le pratiche di culto comuni c’è la visita alla tomba del Profeta.
Le differenze sono perlopiù politiche. L’”istituzionalizzazione” del wahhabismo da parte della dinastia Saud ha portato nel tempo ad associare l’idea dell’autorità religiosa con quella politica, ma l’ISIS, forse proprio reagendo a questa “bastardizzazione” del wahhabismo originario, ha dichiarato guerra alla Corona, e si pone quindi come più purista dei puristi del XVIII secolo.

GLI SCIITI E LE LORO CORRENTI

La seconda comunità musulmana (140 milioni di praticanti diffusi soprattutto in Iran, Iraq, Siria, Libano e Bahrein) è quella dei seguaci della shi’a (partito) di Ali, gli sciiti.
Gli sciiti obbediscono fedelmente ai loro Ayatollah (figura del clero esclusivamente sciita; è il grado più alto, secondo solo all’Imam) e si distinguono per la vocazione al martirio e per una fede vissuta con ostentazione e grande zelo. Un noto esempio di Ayatollah è Komeini.

Riconoscono quali legittimi successori di Maometto, e quindi guide dell’intera comunità, solamente Alì, cugino e genero del Profeta e califfo nel 656, e la discendenza del suo matrimonio con la figlia del Profeta, Fatima: per questa ragione gli sciiti vengono designati anche col nome di alidi.
I primi tre califfi riconosciuti dai sunniti vengono considerati  degli usurpatori dagli sciiti. Sono tenuti in altissima considerazione presso gli sciiti Alì, che viene venerato con il titolo di Wali Allah (amico di Allah) e i suoi due figli avuti da Fatima: Hassan e Husayn, uccisi rispettivamente per avvelenamento e nella celeberrima battaglia di Kerbela.

La principale differenza dottrinale tra sunniti e sciiti consiste nel fatto che gli alidi aggiungono ai 5 pilastri dell’Islam un sesto pilastro che è appunto la figura dell’Imam. Egli, ispirato da Allah, è la vera guida della comunità islamica: a lui spetta un’autorità incontestabile, in quanto discende in linea diretta da Maometto (mentre i sunniti lo ritengono “solamente” come colui che dirige la preghiera in comune).

Intorno alla questione della discendenza del Profeta si sono formate tre correnti: gli zailiti che riconoscono 5 Imam; gli ismailiti che ne riconoscono 7 e gli imamiti che ne riconoscono 12. Attualmente – secondo tutti gli sciiti – non esiste nessun Imam vivente. Per tanto, quando mediaticamente si sente parlare di “Imam”, si sappia che il mondo preso in considerazione è quello dell’Islam sunnita.

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I dodici Imam

Un discorso a parte nell’ambito degli sciiti lo merita la corrente estremista dei nusairiti: nell’872 essi si separarono dagli Ismailiti ed emigrarono in Siria dall’Iraq.
La corrente prende nome dal loro fondatore, Muhammad Ibn Nusair. All’epoca del mandato francese in Siria i francesi dettero ad essi il nome di alawiti, e diedero vita tra 1920 e il 1944 ad un autonomo stato degli alawiti. Lo “Stato Alawita” ebbe vicende alterne fino a essere incorporato nella Siria alla cessazione del mandato francese nel 1945.
La famiglia Assad è alawita.

I TALEBANI

I talebani, gli studenti coranici afghani e pakistani, sono una corrente della scuola (non giuridica) indiana Deobandi. È un movimento conservatore puritano di chiara ispirazione wahabita-saudita, anche se, tuttavia, rifiuta l’associazione con la penisola arabica. Mantengono, infatti, delle pratiche sufi (esoteriche) inconcepibili per i wahhabiti: essi vedono, ad esempio, il sogno come mezzo di rivelazione. I talebani inoltre non rinnegano le pratiche ed i culti tradizionali popolari. L’unica eccezione è nota vicenda dei “Buddha di Bamiyan”: sono stati fatti esplodere in quanto forme di idolatria, anche se non più oggetto di culto da lungo tempo. Condividono con i sauditi-whhabiti l’integralismo, la tensione verso la purezza originale e la diffusione della Shari’ah.
In sintesi, i talebani propongono un’interpretazione ultraconservatrice del Corano, sebbene non rinuncino a usare molteplici mezzi interpretativi. Per questo motivo non possono essere del tutto associati all’ISIS.

Leonardo Rosti

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