Articoli

Timbuktu: la terra della contraddizione

timbuktu

Un evento negativo come un attacco terroristico, quando ci tocca da vicino, ha sempre un impatto emotivo molto più forte sulla nostra società. È un fatto tangibile, quasi egoistico, ma è un sistema difensivo della persona.

Durante la vita di tutti i giorni si accantona inconsciamente, a livelli variabili, la percezione del male presente nelle altri parti del mondo. Se succedesse il contrario, se l’individuo avesse coscienza constante e continua di tutto, sarebbe troppo il dolore per un solo essere umano che finirebbe per rimanere schiacciato e paralizzato da queste sensazioni.

Tuttavia, ogni tanto lo sforzo da fare è quello di soffermarsi a pensare alla condizioni di terrore quotidiano che vivono certe zone della terra.

Nel 2014 durante il festival di Cannes, viene mostrato Timbuktu, film del regista Abderrahmane Sissako.

La pellicola ha un semplice ma attuale obiettivo: mostrare a chiunque voglia vedere la differenza tra di chi vive l’Islam in modo retto, culturalmente aperto e tra chi – come i guerriglieri jihadisti – travisa la lettura del Corano in modo settario con una linea conservatrice e intransigente, ponendo l’accento sulla violenza, fisica e psicologica.

La storia ha inizio quando, in un villaggio vicino a Timbuktu, città del Mali, arriva un gruppo di jihadisti, i quali – con le armi in pugno – impongono la Shari’a.

Questa legge nega agli abitanti del villaggio di fumare, cantare, ballare e giocare a calcio. Alle donne viene imposto di indossare sempre calze e guanti, inoltre quando parlano con un uomo, devono sempre tenere il viso coperto. In una delle prime scene del film viene mostrata la distruzione di figure sacre e tradizionali, senza alcuna forma di rispetto per le tradizioni.

Questo è quello che fa un terrorista: distrugge per il gusto di farlo, violenza pura e gratuita.

Nonostante queste nuove regole imposte, il villaggio non china la testa in modo remissivo e non si lascia comandare. Il capo del villaggio adiacente Timbuktu, dice al leader dei jihadisti: “Qui a Timbuktu, colui che dedica se stesso alla religione, usa la testa e non le armi”.

Il film vuole quindi rimarcare allo spettatore il concetto di non etichettare persone  allo stesso modo solo perché confessano la stessa religione, ma di andare più a fondo e provare a capire quante correnti e punti di vista possono esserci nell’interpretare una sacra scrittura.

TIMBUKTU

AGIRE NELL’OMBRA

Qui si può aprire il primo stacco sulla narrazione. Perché per capire come funziona l’Opera del Terrore non dobbiamo fermarci alle considerazioni di pancia, bensì ragionare sulle contraddizioni e sulla manipolazione intellettuale che governa il mondo jihadista, in cui vale un’interpretazione della religione estrema e assolutamente in contrasto con tutto quello che è Libertà e Felicità.

Com’è possibile che certi messaggi abbiano preso piede nella testa di così tante persone? Perché certi elementi si sentono così coinvolti dal pensiero jihadista? Non si può dimenticare i disastri portati dagli occidentali in medio-oriente negli ultimi trent’anni per combattere il terrorismo: scontri, morti innocenti, decine di migliaia di vite spezzate in modo irrimediabile a causa della guerra, del petrolio e dell’oppressione che non hanno fatto niente per distendere un clima di per sé già rovente e infernale. Ma non si tratta di semplice odio, ora. È proprio in atto una vera e propria campagna di repulsione per certi modi di essere che non si ferma a Timbuktu, ma – come ci insegna la storia recente –  sconfina in tutte le porzioni di mondo in cui i jihadisti riescono a penetrare. Negli ultimi anni la jihad è stata portata avanti dall’ISIS che ha veicolato messaggi truci non solo dove l’esercito ha conquistato territori ma in tutto il mondo grazie ad una campagna propagandista senza precedenti, per cui gioca un ruolo fondamentale il mondo dei media.

Il sistema di comunicazione dello stato dell’IS è tanto semplice quanto ramificato: a tirare i fili di tutto l’apparato c’era Abu Muhammad Al-Adnani, il portavoce ufficiale di Daesh fino alla sua morte, avvenuta il 30 agosto 2016. Al-Adnani, militante anziano dell’Isis, ha strutturato il mondo della comunicazione dall’ufficio centrale di Raqqa un vero e proprio impero d’infrastrutture, capace di veicolare i messaggi che i vertici dell’IS vogliono far recapitare a due entità: i suoi seguaci, per alimentare il fuoco della loro folle devozione, e noi. Noi inteso come occidentali, intesi come nemici ma non solo: perché l’esercito di foreign fighters di matrice islamica si è rinfoltito in così poco tempo, negli ultimi anni? Un’inchiesta del Washington Post ha svelato che dell’apparato di comunicazione dell’IS, la stragrande maggioranza degli jihadisti ha aderito alla causa dopo aver visto il materiale di propaganda diffuso dai canali dell’IS. Che, per chiarezza, sono quattro: una radio (Al Bayani), una casa editrice (Al Himma Library), un mensile (Dabiq) e poi Amaq, un’agenzia di news non ufficiale, ma che viene spesso utilizzata per rivendicare gli attentati (e per questo molto seguita dai giornalisti di tutte le nazioni). Il dislocamento degli uffici media è capillare: 36 in tutto il territorio di Daesh, un’immensità se ripensiamo al passato, quando la propaganda era dozzinale e raffazzonata. Non ora: al potere, in Siria, non c’è solo un perverso credo politico, ma anche una qualità comunicativa che ha fatto la differenza.

timbuktu-de-abderrahmane-sissako-film-still-4


RESISTENZA

Resistenza è la parola chiave per descrivere l’atteggiamento ed il coraggio degli abitanti resi prigionieri nella propria casa, nel film Timbuktu.

Una donna si lamenta verso i terroristi, senza alcuna paura, non vuole e non può indossare i guanti. Dice che piuttosto le taglino le mani, perché lei con i guanti non può fare il suo lavoro, ovvero squamare il pesce.

Il capo villaggio, sempre a rivolgendosi al capo jihadista, dice le seguenti parole cariche di critica e disprezzo: “Dove è il dialogo in tutto questo? Dove è Allah in tutto questo?“.

Violenza e uso del divino come movente, come scusa per esercitare un’autorità di guerra in un luogo di pace: è anche questo il terrorismo. Durante lo sviluppo della storia, vi è una scena che vale come perfetta metafora del concetto: un jihadista vede ciuffo un d’erba florido e pieno di vita, un minuscolo paradiso e con un aria tra il nervoso e il divertito, falcia quella vita a colpi di fucile.

Ora, vi è anche da segnalare che una parte dei ranghi terroristici, è costituita da giovani che sono costretti: la vita o la “guerra santa”. A sostegno di questo punto vi è una scena in cui due jihadisti girano un videomessaggio. Protagonista è per l’appunto un giovane, il quale – forzato ad apparire pentito e convinto – dice di essere ora sulla strada giusta e dichiara peccaminoso il suo cammino precedente, quello di fare musica rap.

L’espressione del proprio io e l’arte sono considerati come crimini.

Screenshot 2016-10-20 00.54.21.png

SOCIAL TERRORISM

Ecco, i video messaggi. Uno degli strumenti fondamentali per la diffusione del credo jihadista, con cui hanno terrorizzato gran parte dell’Occidente a causa di uccisioni macabre e frasi al vetriolo, come “Conquisteremo l’Europa” o “La bandiera nera dell’IS sventolerà sopra San Pietro”. È interessante studiare il processo di realizzazione e condivisione dei video e dei materiali dell’IS perché, se è vero che i jihadisti usano internet, le potenze occidentali stanno facendo di tutto per oscurare i messaggi dell’IS, bloccando siti e quanto più materiale possibile. Quindi, come fa la squadra media a veicolare i messaggi in rete? Qualche tempo fa girava una specie di tabella, in cui si evincevano quali fossero i social network più sicuri per un militante jihadista: Twitter e Telegram erano fra i più utilizzati, mentre ad esempio WhatsApp o Facebook hanno via via perso di sicurezza, a causa delle restrizioni che i governi imponevano per scoperchiare il vaso dell’IS. Quindi è capace che, se dotati di buona pazienza, i guerriglieri dell’IS utilizzino gli hashtag di Twitter per scambiarsi materiale da profili non ufficiali, così come – sempre attraverso canali non ufficiali – è attraverso Telegram che si possono diffondere i messaggi della Jihad, raggiungendo migliaia di adepti in tutto il mondo. L’idea narrativa dell’IS è forte, quasi devastante: mostra lo stato islamico come volontà di potenza, capace di annientare i sogni e le contraddizioni dell’Occidente a colpi d’arma, fustigando le incomprensioni del mondo per convertire quante più persone possibili alla loro causa. È il populismo dell’arte macabra della guerra. Ma, sfortunatamente, funziona, perché esistono un sacco di persone cariche d’odio e rancore, cui scatta qualcosa nel vedere certe rappresentazioni del mondo, fossilizzato – nel caso dell’IS – ad una concezione primitiva e arcaica della convivenza civile e religiosa.

STRATEGIA DEL TERRORE

Gli abitanti del villaggio non vogliono smettere di fare quello che facevano prima, quando erano liberi e non sotto la minaccia delle armi.

Ad esempio, i ragazzi durante la settimana si trovavano spesso a giocare a pallone. Ma, una volta arrivata la jihad, prendere a calci una palla non era più permesso. Praticare giochi di gruppo porta all’incarcerazione e alla condanna. Arriva però il momento della ribellione, quando la gioventù si stufa e dice basta. Come ai vecchi tempi, i ragazzi si trovano sul campo da calcio e iniziano una partita immaginaria senza la palla. Avendo sentito il chiasso, i militari si precipitano al campo di calcio per controllare quello che sta succedendo ma non essendoci una palla non possono punire nessuno e allora rimangono attoniti, semplicemente sconfitti dalla voglia di divertirsi dei giovani in quel di Timbuktu.

timbuk19.jpg

Per comprendere meglio a cosa comporta il trasgredire i divieti imposti dagli jihadisti, il film racconta un altro episodio esemplificativo della cultura del terrore: in una serata tranquilla, mentre i terroristi fanno una ronda per tutto il villaggio, in lontananza si sente il canto di una voce femminile accompagnato dal suono di una chitarra.

I terroristi si dirigono verso la fonte di quei suoni.

Una donna e un uomo, con la chitarra in mano, vengono arrestati.

Il giorno dopo, la ragazza viene condannata a ricevere 80 frustate sulla schiena a causa della sua trasgressione nei confronti della legge. Mentre ricevere le frustate e piange, si mette a cantare. Un terrorista riprendere il tutto tramite videocamera.

Una sorte ancora peggiore tocca ad altri due abitanti del villaggio: a causa di una trasgressione della Shari’a vengono condannati ed uccisi tramite lapidazione.

Non è finita qui. Un altro capitolo triste del film è rappresentato da matrimoni forzati tra guerriglieri e donne di Timbuktu. È solo un altro esempio delle violenze protratte dai terroristi occupanti il villaggio. Non importa nulla a loro del codice da seguire per chiedere in sposa una donna.

In una scena, la madre della donna che un guerrigliero vorrebbe in sposa, si rifiuta di dare la figlia a questo sconosciuto, così quest’ultimo passa alle maniere forti. A seguito di ciò il capo villaggio dialoga con  il capo dei  jihadisti, dichiarando che quel matrimonio non è legale perché forzato.

Il capo jihadista sostiene invece che da quando sono arrivati al villaggio e lo hanno occupato sono diventati responsabili di tutto. Il Capo terrorista, totalmente convinto della lettura distorta che del suo credo, decreta legale il matrimonio in quanto incarna ciò che Maometto ha detto.

Afferma che Abu Jaafar, l’uomo che desidera quella donna, è perfetto per lei in quanto uomo pio. Il fatto che Abu abbia usato la minaccia della violenza non tocca minimamente il capo terrorista: evidentemente la vede come una cosa giusta, anzi la donna dovrebbe ritenersi fortuna ad essere voluta da un uomo così. Volontà della donna completamente ignorata, al pari di un oggetto.

timbuktu-film-4.png

FERMARE L’IS

La cosa più preoccupante è che la situazione di questo villaggio potrebbe essersi davvero replicata decine, centinaia di volte in questi anni di dominio dell’IS nelle zone che hanno conquistato in medio-oriente. Le barbarie e le ingiustizie sono all’ordine del giorno, supportate anche da migliaia di persone che abbandonano il loro posto nel mondo per sposare la causa dell’estremismo islamico, convinti da video penetranti e da messaggi carichi di significato perverso. La chiara macchinazione e la lucida ferocia con cui non solo commettono crimini, ma ordinano alle squadre media dell’IS di riprendere le scene, è sconcertante. Sempre il Washington Post racconta di più camera-men dislocati sui luoghi in cui i tenenti dell’IS sapranno esserci dei massacri, per riprendere le scene da più angolazioni e dare così l’occasione di un montaggio video coinvolgente e disgustosamente emozionante. La qualità tecnica di alcuni video è di per sé allucinante: fish eye, droni, camera car (riprese dalle auto), reportage in movimento, mix perfetti di suoni e effetti, un montaggio da manuale, come testimoniato da Panorama. È tutto all’avanguardia, così come le attrezzature, che arrivano direttamente dalla Turchia.

Insomma, la guerra non è solo da combattere con le armi e la strategia, ma anche sui social network, su internet. Perché molte delle cellule indipendenti dell’IS in Europa sono state addestrate e motivate attraverso l’utilizzo della propaganda jihadista e sono pronti a colpire in maniera autonoma in ogni momento, come testimoniano gli attacchi dell’ultimo anno e mezzo (è certo che gli attentatori del Bataclan avessero visto alcuni video di propaganda e si fossero convinti a sposare la Jihad proprio grazie a questi). Come fermare la macchina dell’IS, oltre a colpire i piani alti con azioni militari sempre più efficaci, come testimoniato dall’uccisione del portavoce Al-Adnani di cui sopra? Il giornalista Charlie Winter ha una visione chiara della vicenda: “Il terrorismo dell’ISIS non si ferma con le bombe o i colpi di proiettile. L’attentato si protrae per ore, per giorni, perché le immagini rimbalzano sul web e vengono utilizzate come propaganda”, per dar adito ancor di più alla narrazione vincente dello Stato Islamico che in questo momento – visti i continui attacchi ai propri territori – è il punto di forza per tramandare gli ideali jihadisti. Sempre Winter sostiene che il modo migliore dei governi per annientare questa minaccia non sia semplicemente oscurare e rendere illecito l’IS, ma strutturare una contro-propaganda che non funga solo da narrazione alternativa, ma che porti alla luce e renda evidenti le incongruenze della strumentalizzazione religiosa e di un modo di essere barbaro e non adatto al mondo in cui vogliamo vivere. Distante da Timbuktu e vicino per quanto possibile ad un luogo ove ognuno può essere. Essere e basta. Un giorno, magari, ci riusciremo.

Marco Lo Prato e Amedeo Daniele

0 commenti su “Timbuktu: la terra della contraddizione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...