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L’arte della tuttologia

colo1Il 2016 è stato un anno che potremmo definire particolare, anzi, particolarmente tragico. Tra vari attacchi terroristici (Parigi, Bruxelles, Nizza e Dacca, per nominarne alcuni tra i più rilevanti), stragi (Orlando, Istanbul) e recentissimi terremoti (Amatrice, Girborne), è aumentato vertiginosamente sul web il numero di commenti dei cosiddetti “tuttologi” – passatemi il termine – ossia di coloro che indipendentemente dalla faccenda in questione sentono il dovere di dire la propria.

In fondo si sa, Internet è un posto meraviglioso. Le notizie viaggiano a una velocità che forse nemmeno noi siamo più in grado di gestire: ciò che il World Wide Web raccoglie diventa di dominio pubblico riuscendo persino a raggiungere l’emisfero opposto del globo con la stessa rapidità dello schioccare delle dita. Il procedimento lo conosciamo a memoria e l’abbiamo sentito più e più volte sintetizzato con l’espressione “basta un click”.
Capita di chiedersi, a volte, quanto opportuno sia atteggiarsi ancora come dichiarati rivali della modernità e dello sviluppo tecnologico per quanto riguarda l’informazione.
Il web è indubbiamente uno strumento fondamentale per qualsiasi organo di diffusione di news, ha cambiato (in meglio, oserei dire) il processo operativo delle testate giornalistiche di qualsiasi spessore e provenienza, sostituendo in parte anche la figura dell’inviato. Basta quindi una buona connessione per essere completamente immersi, coinvolti e, perché no, travolti dal vortice degli avvenimenti.
Ma è proprio la semplicità con cui veniamo attratti da ogni genere di notizie che ci porta a scontrarci con l’altra faccia della medaglia. Cosa ha importanza sul web? Chi e cosa ha più rilevanza rispetto al resto? Secondo la teoria dell’agenda setting (sviluppata e elaborata da Patterson, Shaw, McCombs e McLure), sono gli stessi mezzi di comunicazione di massa a impostare i famosi “what’s trending”: ciò che ha più rilevanza e attira quindi attorno a sé un bacino di utenza e discussione maggiore è ciò che i media hanno deciso di rendere, per così dire, “notiziabile”.

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Attraverso questo processo va a formarsi l’opinione pubblica 2.0 che, va da sé, vista l’incredibile libertà e facilità con cui si trova sommersa di notizie, inizia col tempo a reagire a ciò che ha davanti, sfruttando l’onda sempre più innovativa della tecnologia.
Il culmine di questo schieramento di opinioni da parte del cittadino medio, “vittima” dell’agenda setting, si può ritrovare tra i meandri di Facebook, social network must-have su cui tutti, o perlomeno molti tra i grandi nomi dell’editoria e dell’informazione, fanno affidamento. Facebook è riuscito in pochi anni a dare vita alla figura dell’utente medio, il cui starter-pack contiene una buona dose di scarsa informazione (spesso limitata al primo capoverso di un articolo condiviso da un “amico” o dettata dall’imporsi sempre più prepotentemente delle famose chiacchiere da bar), dall’intolleranza al silenzio e dalla mera necessità di avere ragione, indipendentemente dal contesto o dall’evolversi della discussione. Abituati a uno spazio virtuale dove nessuno è più proprietario di ciò che condivide, e dove chiunque può mettere mano ai contenuti propostigli, è diventato inevitabile trovarsi a leggere commenti inopportuni, conditi da slogan e luoghi comuni, forse degni soltanto di un provincialismo di bassa lega e di un’informazione superficiale e disinteressata.
Si è avuta dimostrazione palese con gli avvenimenti tragici legati al sedicente Stato Islamico. Per quanto ingiustificabili, atroci e ben lontane dal buon senso fossero le barbarie commesse da Isis e affiliati, non è stato difficile scovare qualche commento fuori dal contesto, pronto a rispondere all’odio con altro odio gratuito. Aiutata da una classe politica che marcia orgogliosa su stragi e disgrazie, incapace di tacersi seppur per esprimere cordoglio e rispetto, la “pancia degli italiani” è diventata massima espressione di un popolo  dove chiunque è pronto a farcire di insulti qualsiasi altro utente con un’opinione differente.

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Immagine da capitolcommunicator

Quindi la vera domanda è: perché ci si sente in dovere di commentare in ogni situazione? perché si è diventati così allergici al silenzio? Se un tempo il non essere informati poteva essere una constatazione, oggi  si è tramutato in un insulto.
Sono infatti rari i casi in cui in un nucleo familiare non vi sia almeno un membro in possesso di un dispositivo mobile, sia esso uno smartphone, un tablet o un pc portatile, in grado di avere pieno accesso al mondo dell’online news. Sarà forse per una questione di onore, di orgoglio personale, che non si può ammettere a se stessi, ma soprattutto alla propria cerchia di followers, che non si è preparati riguardo a un argomento, che non ci si è fatta un’opinione, o che non si ha nulla da dire perché, per una volta, è forse meglio non dire niente? Sarà forse questo bisogno interiore di esprimersi a tutti i costi che ha riempito le nostre timeline di post seguiti da commenti per cui un commento non c’è? Umberto Eco, tra critiche e applausi, disse: “Internet dà diritto di parola a legioni di imbecilli”. Insomma, meglio zitti, che male informati.

Marta Boffelli

21 anni, permalosa, sgargiante, meteoropatica, diversamente alta, prolissa, a tratti sorridente, spumeggiante, frizzante, senza lattosio. Non necessariamente in quest'ordine.

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