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Il nostro mostro

IRAQ-UNREST

«Noi crediamo ciecamente in Allah […] noi ci batteremo per liberare i prigionieri dalle manette per porre fine all’oppressione alla quale i sunniti sono stati sottoposti dai malvagi sciiti e dalle crociate occupanti, di assistere gli oppressi e ripristinare i loro diritti anche a costo della nostre stesse vite […] per far diventare la parola di Allah suprema nel mondo e ripristinare la gloria dell’islam.»

Ci sono guerre nella storia che si scatenano per l’affermazione di ideali; altre che scoppiano allo scontrarsi di culture troppo diverse; altre ancora che vengono messe in piedi senza un’apparente motivazione, esclusivamente per il gusto di mostrarsi più forti e potenti agli occhi del mondo. Sono proprio queste ultime a lasciarsi alle spalle le scorie più difficili da smaltire, creando talvolta “mostri” veri e propri.

È a questo che pensiamo quando parliamo di ISIS, a un mostro. Analizzandone le origini però ci rendiamo conto di come si tratti di qualcosa di molto più complesso; un vero e proprio processo di causa effetto che ha portato uno stato allo sbando a trasformarsi in una organizzazione terroristica a tutti gli effetti.

L’Iraq è dove tutto comincia: nel 2003, con una sorta di carryover della guerra afghana gli Stati Uniti invadono il territorio Iracheno ed è subito guerra. Gli americani, sostenuti dagli eserciti di Polonia, Inghilterra e Australia, non vanno per il sottile e giustificano questo attacco sostenendo inizialmente di voler liberare l’Iraq dal governo di Saddam Huessein.

Solo in seguito ai primi mesi di guerra, l’allora presidente G.W. Bush dichiarò il reale motivo dell’attacco: un’arma atomica sarebbe stata progettata e costruita dagli Iracheni a scopi terroristici, divenendo così un pericolo per la sicurezza mondiale. Non si ebbero mai nel corso della guerra vere e proprie conferme o smentite da parte del governo americano riguardo l’effettiva esistenza di questo pericolo nucleare. Nonostante ciò, memori di quanto accaduto durante quel celeberrimo 11 settembre, tutti erano decisi a muovere guerra all’Iraq, anche se molti avevano spinto Bush, prima e durante il conflitto, a cercare di risolvere il tutto diplomaticamente.

Più la guerra andava avanti e meno erano le chance di trovare effettivi riscontri ai vari discorsi fatti sul nucleare: nessuna arma di distruzione di massa, nessun progetto, nessun ingegnere al lavoro per la realizzazione di questa fantomatica bomba.

L’attacco dell’America sembrava quanto mai insensato e privo di ogni logica.

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Passati ormai sette anni o poco meno dall’inizio del conflitto, molte cose sono cambiate, compreso il leader degli Stati Uniti. Alla Casa Bianca adesso siede Barack Obama. Questi, in concomitanza con Bremer, allora diplomatico americano sul territorio, decide lo scioglimento delle truppe americane da quella che era diventata ormai una guerra senza senso, con lo scopo di concentrarsi al meglio sul fronte afghano.

È proprio qui, quando tutto sembra finire che in realtà ha inizio la storia dell’ISIS: prima di andarsene le truppe americane mettono in atto un vero e proprio addestramento delle forze militari irachene, come promesso nel patto Washington-Baghdad, fornendo di conseguenza anche armi agli stessi, senza nemmeno immaginare che quell’addestramento ad anni di distanza si sarebbe rivoltato contro al mondo intero.

Con il governo americano a questo punto fuori dai giochi sul territorio e un  governo Iracheno pressoché inesistente, si viene a creare un vero e proprio buco di potere; un paese allo sbando, raso al suolo a livello militare e politico.

Bremer e alle sue spalle il governo americano non si resero conto delle conseguenze che questo gesto avrebbe provocato; circa 350mila militari, che altra dote non avevano se non quella di saper sparare proiettili, si ritrovarono a dover fare i conti con una vera e propria disoccupazione, dopo non aver ricevuto alcuna buonuscita allo sciogliersi dell’esercito. Insomma, migliaia di uomini fino a quel momento pagati per uccidere, si ritrovano senza un soldo in tasca e con un fucile in mano. Facile trarne le conseguenze.

I soldati imbracciano le armi e dichiarano guerra al governo sciita iracheno, voluto dagli americani; gruppi armati che cercano ad ogni costo la ribellione contro un governo che non hanno voluto e che non gli fornisce alcun tipo di sostentamento.

Il 2004 è l’anno della svolta: i ribelli si uniscono ad un gruppo armato organizzato, la JTJ. Quando il gruppo giura fedeltà a Osama bin Laden è ormai chiaro in che direzione ha deciso di combattere, quali ideali ha deciso di seguire e quale bandiera si è imposto di sventolare. Da qui una serie di azioni militari e non, che altro non sono state se non barbari tentativi di uomini inetti di propagandare un governo che mai si sarebbe realizzato sotto il nome di un Dio mai esistito.

Le varie piccole fazioni, tutte accomunate da una fondamentale disperazione, andavano sempre più unendosi, arrivando nel giro di 7 anni a creare prima l’ISI, stato islamico dell’Iraq, e nel 2013 l’ISIS, stato islamico dell’Iraq e della Siria.

E’ così dunque che si possono tessere i fili della nascita dell’ISIS; politiche capitalistiche portate alla loro estremizzazione, che hanno fatto del guadagno l’unico soggetto da salvaguardare. Questa del califfato è solo una delle conseguenza che questo tipo di cultura ha fatto nascere, ma sotterrate da qualche parte i pericoli di questo genere potrebbero essere molti altri. Ad esplodere questa volta è stata questa “bomba”, portata alla luce quando ormai era troppo grande per non provocare danni. E’ però necessario invertire la rotta e cominciare a far luce sulle dinamiche delle politiche interazioni, sempre troppo ambigue e occultate ufficialmente per “salvaguardare il bene comune”, ma in realtà nascoste alla comunità per privilegiare solo ed esclusivamente i propri affari.

Rapporto causa effetto, questo bisognerebbe tenere in considerazione. Fin quando il bene comune non sarà anteposto agli affari personali di uomini con in mano il potere ci sarà sempre qualche scontento e quando questi decide di insorgere e reagire potrebbe farlo nel modo più imprevedibile possibile. L’ISIS potrebbe quindi essere solo il primo avvertimento di un sistema al collasso che non può più sussistere su questi presupposti, in cui il potere deve tornare ad essere democratico e redistribuito secondo principi repubblicani, con chiarezza e piani di governo limpidi, che mettano il cittadino al corrente di come il proprio governo sta agendo.

Giuseppe Nasta

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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