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Oltre la Pazzia – Cronaca di una morte annunciata (o forse no)

Esistono diversi modi per rapportarsi all’attuale momento dell’Inter:

  • Essere scandalizzati

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  •  Essere attoniti

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  • “Così è la vita, che vuoi farci?”

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  • Prenderla con la calma che contraddistingue il tifoso interista

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La realtà dei fatti è che Frank de Boer si ritrova con un piede e mezzo fuori dal cancello di Appiano Gentile, dopo neanche cento giorni sulla panchina dell’Inter. La situazione appare pressoché grottesca, soprattutto perché nelle dodici partite sotto la gestione De Boer, il termometro dell’apprezzamento verso l’allenatore olandese ha visto salire e scendere il mercurio in maniera del tutto Pazza©. Ma cos’è successo in questi due mesi e mezzo? Come si è arrivati a uno sconquassamento dell’ambiente e della squadra tale da consegnare il tecnico ad un’ingenerosa e terrificante graticola pubblica, in cui chiunque si sente in dovere di dire la propria?

Le premesse per una stagione altalenante c’erano tutte: una volta andato via Roberto Mancini ecco un allenatore che ha sviluppato – nel corso dei suoi primi sei anni da capo allenatore dell’Ajax – un sistema di gioco ben definito e posizionale, tutto il contrario di quello che era il calcio del suo predecessore.

Ad una prima e rapida analisi, De Boer sembra il tecnico perfetto per l’Inter: il modulo prediletto è il 4-3-3 per dar libero sfogo agli esterni alti e mantenere l’equilibrio fra le parti, senza aver paura di occupare tutto il campo da gioco. I nerazzurri, a parte la voragine in rosa relativa ai terzini, hanno una squadra competitiva e quasi completa in ogni reparto, in grado di assecondare tatticamente i desideri del tecnico.

Il problema (di poco conto, converrete con me) è che De Boer dirige il primo allenamento dell’Inter quando mancano due settimane alla prima partita di campionato. Una follia, davvero. Tuttavia FdB accetta la sfida con entusiasmo e – insieme al suo corso accelerato d’italiano – incomincia le lezioni di tattica alla squadra.

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Dodici partite dopo quei pomeriggi d’agosto, la situazione – numericamente parlando – è sconcertante: sei sconfitte, due pareggi e tre vittorie, con 13 gol fatti e 18 subiti. Undicesimo posto in campionato, ultimo in Europa League. Cosa diamine è successo?

Le partite dell’Inter sono state, dalla prima di campionato fino alla gara contro la Roma, un continuo susseguirsi di piccoli passi verso l’idea di gioco di De Boer. Il pressing sistematico orchestrato dalla squadra, gli scarichi sugli esterni, l’inclusione (finalmente) di Icardi nella manovra d’attacco interista: deboli segnali che ogni tanto sono esplosi di luce divampante (come contro la Juventus o i primi 30′ di Empoli) ma in più di un’occasione si sono dissolti nel vento, come ad esempio in Europa League o in frammenti scaglionati di diverse partite.

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Quello che impressiona è la totale mancanza d’attenzione della squadra nell’approcciarsi alla partita (quattro gol presi nel primo quarto d’ora di gara) e nel concluderla (tre reti prese negli ultimi quindici minuti di gioco). È lapalissiano dire quanto sia difficile per una squadra senza certezze trovarsi sempre a ribaltare il risultato che diventa negativo a causa di errori dei singoli: Santon, in quel di Bergamo, è solo l’ultimo di una lista lunghissima.

Come se non bastasse il campo, a rendere ancor più travagliata la stagione ci pensano le vicende extra calcistiche: una settimana Moratti monopolizza l’attenzione con dichiarazioni ambigue circa un suo ritorno in società, poi c’è il caos relativo prima al rinnovo e poi al libro di Icardi, le incomprensioni societarie su chi deve fare cosa e via dicendo.

 

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A tutto questo va aggiunta la deprimente forma fisica dell’intera rosa che si trasforma in molti casi in prestazioni senza senso di alcuni giocatori e il quadro è chiaro: la squadra non riesce a seguire l’allenatore. Ciliegina sulla torta del patatrac fra allenatore e il gruppo sono le dichiarazioni del tecnico dopo la sconfitta oscena di domenica scorsa: “Non capisco come i giocatori abbiano potuto disputare un primo tempo come quello di Bergamo”. Eder ha invece scelto la via della sincerità: “Proviamo ogni giorno a mettere in pratica quello che ci chiede il mister, ma a volte non ci riusciamo e non capisco perché”.

È evidente che la situazione attuale sul campo da gioco rifletta il caos societario che regna sovrano, in attesa del CDA con la nuova proprietà di venerdì. Ma come si è arrrivati a questo punto?

IL TRIANGOLO NO (DE BOER NON L’AVEVA CONSIDERATO) di Gianluca Scudieri

Potrebbe sembrare comico e perfino un po’ assurdo, ma i problemi che riguardano il futuro di Frank de Boer nascono il 14 novembre 2014, giorno dell’esonero di Walter Mazzarri: in quel preciso istante avviene la prima crepa nel rapporto fra Massimo Moratti ed Erick Thohir. L’ex presidente onorario (pochi giorni prima difatti rassegnò le dimissioni per quella carica) fece prevalere la propria volontà, grazie anche alla presenza del vice-presidente Javier Zanetti, sul presidente nerazzurro scegliendo Roberto Mancini mentre l’idea del tycoon indonesiano era quella di un traghettatore per poi affidare la panchina all’olandese nel giugno 2015, all’epoca allenatore dell’Ajax. A più riprese, infatti, anche nel primo anno di Mancini Thohir non negava il gradimento per l’ex difensore centrale degli Oranje e questo, oltre a crepare il rapporto con il tecnico jesino, diede molto fastidio a Moratti perché veniva vista come una mancanza di rispetto nei confronti di chi Mancini lo aveva voluto.

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Altra figura centrale in questa vicenda è il sopracitato Javier Zanetti. Nel giugno 2014, al termine della prima stagione di Thohir da presidente, dopo che in moltissimi avevano criticato l’assenza di un trait d’union con la storia dell’Inter da parte della nuova dirigenza, si arrivò a siglare un biennale a Zanetti come vice-presidente, anzi vice-president come campeggia sul sito della società.

Dapprima il suo ruolo sembrava fondamentalmente istituzionale, un ambasciatore in Italia e nel mondo dell’Inter, un volto a cui i tifosi potessero guardare e che potessero ascoltare quasi quotidianamente per avere rassicurazioni sull’ignoto presidente indonesiano, ma in seguito Pupi ha iniziato la scalata, forte dell’appoggio di media, tifosi e anche di papà Moratti. Da semplice figura istituzionale è diventato sempre più centrale nelle decisioni dell’Inter, non ultime quelle di campo. Zanetti inizia a fare mercato in Sud America e nell’Europa latina, dove lui ha un peso specifico importante.

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Quello che si può dunque desumere è che quando si parla di “parte italiana”, praticamente si parla di lui e di Massimo Moratti, visto che Gardini arriva solo in seguito dopo l’addio di Fassone e Ausilio deve istituzionalmente tenere le distanze equivalenti fra le parti dato che comunque è l’uomo che lavora più a stretto contatto con il presidente e la nuova proprietà. Dunque con l’esonero di Mazzarri e la seconda venuta di Mancini si è avuta la scissione fra la parte nuova creata da Thohir e Bolingbroke e quella italiana formata da Moratti e Zanetti. Nel mezzo, tutti gli altri.

Questo dualismo è alla base della situazione relativa a Frank de Boer.

Passano meno di due anni e le crepe iniziano a diventare voragini. Moratti se può la stilettata a Thohir la tira più che volentieri e non chiude mai ad un ritorno in società alimentando così il partito nell’opinione pubblica del “Torna Presidente” e quello del “Thohir Vattene”.Il tycoon, dal canto suo, si lascia scivolare addosso molte di queste affermazioni, ma non manca mai di far notare come sia merito suo se il club sia riuscito a ripartire economicamente ricordando i debiti acquisiti insieme alla società all’atto di vendita da parte di Moratti. Il tutto culmina nella cessione a Suning della maggioranza del 60% del pacchetto azionario dell’Inter con la conseguente uscita dal CDA di Massimo Moratti.

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Ma Moratti non ne esce mai in realtà. Vuoi la presenza di Zanetti, vuoi il peso personale sull’opinione pubblica, vuoi la storica capacità di saper persuadere i tifosi, vuoi i buoni rapporti con la stampa locale, Moratti è sempre un punto di riferimento, tant’è che quando il gruppo comandato da Zhang Jindong chiese consigli in merito alla decisione da prendere sul Mancini furioso nell’ultima estate Moratti non esitò ad affermare: “Deve restare” e così, conscio del peso che ha la sua persona, una sorta di tutore di questa nuova società (un advisor, verrà definito nella prima conferenza stampa sul suolo italiano), ribadiva da più parti che Mancini sarebbe dovuto restare certamente e che magari sarebbe stato giusto un rinnovo per dargli sicurezza.

Thohir, però, era stufo delle uscite di Mancini e poi c’era quel pallino De Boer che da anni lo intrigava e quale miglior situazione di un cambio di proprietà per poter far prevalere la sua idea?

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Il gruppo cinese che detiene la maggioranza del pacchetto azionario nerazzurro ascoltate le due posizione si è mantenuto equidistante, ma non per ignavia né per incompetenze di fondo, ma perché voleva vedere se questa scelta potesse essere il volano per ritornare sul campo ad ottimi livelli.

D’altronde chi aveva venduto loro la società si era limitato (egregiamente) a risanare le casse dell’Inter, ma non aveva mai avuto carta bianca su questioni di campo e le ultime scelte della parte italiana, quella da poco uscita, non erano state entusiasmanti: Mazzarri, voluto da Moratti sopra Rudi Garcia, non era salvabile né sotto i risultati né a livello personale – quell’onta di non far giocare l’ultimo derby da titolare a Zanetti e la panchina nell’ultima gara con la Lazio ne sancirono la fine, ben prima del pareggio con il Verona – e Mancini non era riuscito mai ad avere risultati così migliori di Mazzarri nonostante la squadra fosse pure fatta secondo i suoi canoni.

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Suning dà carta bianca a Thohir e Bolingbroke: sollevato dall’incarico Mancini, dentro Frank de Boer. Le crepe, diventate voragini, assumono le sembianze del Grand Canyon. E il risultato è che dopo poco, dopo pochissimo anzi, la società, quella italiana ovviamente, preferisce glissare su De Boer piuttosto che affrontare di petto tutti coloro i quali chiedono l’esonero dell’olandese proponendo nomi più disparati.

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Come verrà scelto dalla stampa il nuovo allenatore dell’Inter

Ed ecco che si legge di Pioli, di Guidolin, di Bielsa e di Leonardo. Nomi che sarebbero potuti essere i sostituti di qualsiasi allenatore dell’Inter dal 1994 al 2012 e qualcuno lo è stato anche. I desiderata “della nuova dirigenza” sono tremendamente simili a quelli della vecchia dirigenza, specialmente quel Bielsa e quel Leonardo che tanto stanno a cuore tanto da invocarne a più riprese l’arrivo (o il ritorno, nel caso di Leo) da parte di qualcuno.

Adesso in Italia, però, arriverà anche Erick Thohir, oltre allo stato maggiore di Suning, capitanato da Steven Zhang. Mercoledì ci sarà il faccia a faccia fra le parti, ma più che con De Boer questa potrebbe essere più o meno la resa dei conti fra le due fazioni, con Suning a fare da arbitro. Da un lato lo zoccolo duro italiano, quello che porta con sé l’ammirazione dei tifosi e l’appoggio di molti, dall’altro il nuovo presidente, quello inviso, quello sbeffeggiato e spernacchiato in qualsiasi occasioni da chiunque, quello che, pur non capendo nulla di calcio – a parer di molti – ha ridato vita alle casse depauperate dall’altra gestione, ma se questo si può tacere, è sempre meglio tacerlo. De Boer non è che una pedina in questa partita di scacchi.

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De Boer è come Mazzarri, come lo furono Cambiasso, Samuel e Milito a cui non venne rinnovato il contratto: sono pezzi di una partita più grande che potrebbe sancire un nuovo capitolo di questa saga. Sicuramente tutto ciò non fa il bene dell’ambiente, vittime anche loro di questa situazione paradossale in cui si pensa più al peso personale, sotto forma di potere, che al peso della storia della maglia indossata in campo. Serviva pace, serviva serenità, invece la pazzia che contraddistingue l’Inter si è trasformata in sana follia, che ora sta conducendo a questo ennesimo punto basso della storia di un club che si vuole far credere abbia una tradizione vincente, ma che in realtà l’unica cosa che ha nel DNA è la voglia di complicarsi la vita da solo.

BAR SPORT – E ORA COSA SUCCEDE?

Marco: Dopo le nostre sbobinate tattiche e tecniche, c’è un’altra componente della vicenda De Boer che ha del surreale: il trattamento della stampa e dei tifosi che – al solito – hanno aspettato giusto due partite prima di bollarlo come un idiota, un alieno o simili. Fino a rimproverargli il fatto che si sforzi di parlare italiano pur essendo in Italia da due mesi. Al solito, ci vorrebbe un po’ di rispetto.

Gianluca: Differenziamo le due risposte, partendo dai tifosi.

Quando ti abitui per anni ad avere il massimo esponente della tua società che decide il futuro in base a come si alza la mattina, anche il tifoso si adegua. Nell’ultimo ventennio i tifosi interisti hanno approfittato di questo modus operandi per decidere le sorti di un allenatore. E’ stato così da Hodgson fino a Mazzarri, passando per Mancini I e Cuper, De Boer non è che l’ultimo della lista. Per la stampa il discorso è più semplice: per scrivere devi avere delle fonti ed è fisicamente più facile avere delle fonti a Milano, fonti che conosci da anni, piuttosto che andare a cercarle a Nanchino – dove la stampa è solo di regime e non libera – o a Jakarta. E’ normale che è la fonte a far scrivere certe cose, ma bisogna capire se sono solo veritiere o vere: per ora sembra tutto veritiero, ma per avere la conferma bisognerà attendere l’arrivo dello Stato Maggiore. Per ora sono solo illazioni che servono solamente a destabilizzare l’ambiente che, puntualmente, si è già spaccato in due, uno contro De Boer e uno contro la società.

Marco: Insomma, uno di noi due vede in Moratti la principale fonte di caos dell’universo. Ed effettivamente ho difficoltà a smontare il tuo discorso, anche se posso dirti che – al di là del discorso della fonte – in questi giorni sono usciti titoli che fanno rabbrividire. Da De Burrone a Inter Vergogna (sistemato due giorni dopo con un trionfalistico Pazzesca Inter) mi sembra che semplicemente nessuno ci abbia capito un cazzo di De Boer. Della portata della sua idea di gioco fino alla scelte che ha fatto. Alcune scriteriate, per carità, ma FdB se ne andrà da Milano come un grande incompreso. E forse è questa la cosa che mi dispiace di più.

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Senza pietà

Gianluca: No, chiariamo: non c’è qualcuno che abbia più colpe di altri, c’è solo una gestione sbagliata di dinamiche societarie che dovrebbero rimanere segrete. Sui titoli mi trovi perfettamente d’accordo: capisco che la prima pagina serva ad attirare compratori, ma non esiste mancare di rispetto ad una società in questo modo. Io non critico la differenza di prime pagine fra Lione e Southampton come fatto da molti, ma parlare di “Inter Vergogna” dopo sole 4/5 settimane è assurdo, tanto come le storpiature del nome del tecnico, come se fosse lui l’unico responsabile.

È un comportamento deplorevole. Fra l’altro De Boer potrà pure essere cacciato, ma rimarrà il più grande rimpianto per il pubblico interista. Ha delle idee innovative, un calcio molto divertente ed efficace, difficilmente potrà arrivare uno che possa raccogliere un progetto tecnico simile senza snaturarlo. Fra l’altro carina l’idea di cambiare tipologia di gioco praticamente ogni mese passando da pragmatici come Mancini a offensivi ragionati come De Boer a offensivi spregiudicati e sragionati come Leonardo o Bielsa. Gli altri non li voglio nemmeno prendere in considerazione perché se si deve protrarre lo stereotipo dell’Inter né Pioli né Guidolin sono allenatori da Inter.

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Marco: Ti sei dimenticato dell’allenatore “acclamato dal popolo”: Mandorlini. O, dulcis in fundo, tale Marco Silva di cui – ammetto l’ignoranza – ignoravo l’esistenza fino a stamattina. Insomma, è proprio il caso di dirlo: siamo finiti in una situazione kafiana. (che poi, questo kafkian…)

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Gianluca: Guarda, meglio che non ti elenco i risultati della ricerca su Google su Marco Silva… E comunque sbagli, non è kafkiana come situazione, è semplicemente la storia dell’Inter che si ripete. Io onestamente fatico a capire il perché ci si debba ostinare in questo modo di fare. Non ha portato a risultati nel passato, mai, eppure si continua su questo solco che ormai è il baratro in cui è precipitata l’Inter.

Marco: Ogni tanto penso che in realtà siamo finiti in un buco spazio temporale e l’Inter è diventata la Roma (che poi io adoro la Maggggica, ma oggettivamente nella Capitale c’è giusto quel filo di caos che sfocia nell’autodistruzione).

Gianluca: Marco, tu sei più giovane di me, di poco, ma più giovane e devi capire che l’Inter è sempre stata questa. Era strana l’Inter che non aveva problemi con l’allenatore per più di due stagioni, era strana l’Inter che usciva sconfitta da Catania o Bergamo e non partivano piagnistei. Quella di adesso è la solita Inter.

Marco: Ma in realtà io apprendo i dogmi dell’interismo nel 2002, all’ingenua età di sei anni, quindi diciamo che qualche psicodramma prima del tripudio ho fatto in tempo a godermelo fino in fondo. Certo è che chi può fregiarsi, nell’arco di vent’anni, di aver visto l’Inter vincere tutto contro i campioni di Spagna, Inghilterra, Germania e Russia e poi perdere miseramente contro il Trazbnospor, il Beer Shiva e lo Sparta Praga? Sono eventi che ti segnano, tipo la tua fidanzata che ti tradisce con il migliore amico. La sensazione di sbigottimento, in questi cinque anni, è stata grossomodo questa. Le cose vanno bene e poi inevitabilmente tracollano.

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Tirando le somme di quest’avventura: io se fossi De Boer (ammesso e concesso che qualcuno in questo momento voglia essere FdB) e mi si prospettasse Inter-Torino come ultima spiaggia, me ne sbatterei di tutto e giocherei con il mio credo e i miei uomini fino alla fine. Del resto, quando ha funzionato – Juventus, un po’ a Pescara, un po’ col Cagliari – io mi sono entusiasmato a vedere come l’Inter pressava corto e ripartiva letalmente.

Gianluca: Esatto, De Boer deve fare solo quello che sa e che ha mostrato in buona parte di questa stagione. Sarebbe il colmo se lui contro il Torino vincesse entusiasmando, facendo il suo gioco e si presentasse ai microfoni dei media che lo hanno bistrattato dicendo: “Adesso aiutate i vostri amici a sceglierne uno che faccia giocare le squadre meglio di me. De Boer out“.

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Grazie e arrivederci
Battute a parte, io sono dell’idea che la decisione finale sarà di Suning che valuterà tutte le opzioni sul tavolo e agirà per il bene dell’Inter. E non mi stupirei se agisse anche in maniera inaspettata, con decisioni inimmaginabili.
Marco: Già, fortunatamente non conosciamo ancora il finale del thriller (una citazione buffesca giusto perché di sì), quindi possiamo sempre aspettarci il colpo di scena che lascia tutti a bocca aperta. La mia speranza è che FdB vinca contro il Torino e arrivi perlomeno fino a Natale. Immagino sia utopistico questo mio ragionamento, visto che già si parla del suo esonero come cosa fatta, tuttavia un po’ ci spero. Sarebbe davvero un peccato, un grandissimo What If nella storia recente dell’Inter
Ultima domanda, a cui devi rispondere senza tanti giri di parole: via De Boer, chi prendi?
Gianluca:Ronald de Boer non si può? Così con la scusa che sono gemelli ad Appiano torna Frank, con buona pace di tutti. Seriamente, è una cosa a cui non avrei mai pensato personalmente e mi viene difficile fare anche solo un nome. Tu chi prenderesti?
Marco: … dai, non hai un po’ di nostalgia del 4-2-fantasia? 😀
Gianluca: Onestamente? Preferisco rimanga a commentare da uno studio. Servirebbe un allenatore, non uno che non sa se è carne o pesce.
Marco: Scherzi a parte, io spero fino all’ultimo che rimanga De Boer e anche se dovessero cacciarlo continuerò ostinatamente a negare la realtà, come quando alle interrogazioni al liceo sostenevi di aver studiato ma che sul momento ti mancassero le parole giuste per esprimere un concetto.

Gianluca: Più o meno come quando ti chiedevano di parlare dei deponenti latini e tu graffiavi i vetri che nemmeno un gatto? Perfetto, credo di avere in mente la situazione.

Marco: Esatto, solo che io mi arenavo già alla terza declinazione. E col greco era pure peggio. Quindi – glissando sulla mia deprimente carriera scolastica – qualsiasi soluzione verrà scelta per il FdB, verosimilmente sarà solo un triste intermezzo fino a che i cinesi – sciolti i vincoli del fair play finanziario e consci della realtà che li circonda, con un anno di esperienza – inizieranno a plasmare l’Inter. Si spera partendo da una dirigenza seria e con una gerarchia definita. Ah, e a questo punto voglio Simeone.

Gianluca: Non mi interessa nemmeno più chi arriverà. Sono convinto che potrebbe arrivare anche il Paròn, Mou, Conte, Sacchi e Guardiola, tutti nello stesso corpo eppure l’Inter e la sua dirigenza manderebbero in vacca pure questo.

Il problema non sarà chi arriverà, ma chi gestirà questa situazione.
Marco: E con questa nota da “etrusco residuale, europeo crepuscolare” (hai già capito chi vorrei come DS per sempre) direi che il nostro resoconto sugli ultimi due psicodrammatici mesi dell’Inter è concluso. E ci perdoni ancora, mr. Garcia Marquez.
Gianluca: Solo Marquez? Limitiamoci a Marquez perché se no non finiamo mai. Io però vorrei chiudere con una frase di Van Gogh, connazionale di De Boer, a proposito della situazione dirigenziale all’Inter: “Spesso le persone fanno arte, ma spesso non se ne accorgono”. Ah, anche il teatro tragicomico è rappresentazione artistica.
 

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