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Cambiare, ma come?

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Innanzitutto, cos’è l’Istituto Referendario? È, in dottrina, uno dei così detti “strumenti giuridici di democrazia diretta”, ossia una pratica di legiferazione che coinvolge direttamente l’elettorato (dunque una macroscopica eccezione nel regime di democrazia rappresentativa). La Costituzione prevede tre tipologie di referendum: abrogativo (art.75), territoriale (art.132) e – appunto- costituzionale (138). Tra i tre, il referendum costituzionale segue l’iter probabilmente più complicato, ricordandoci che esso è spendibile solo in caso di revisione/introduzione/abolizione di una legge costituzionale.
Il procedimento prevede due fasi: una parlamentare, necessaria e una elettorale, eventuale.


Nella prima si hanno due deliberazioni “a camere separate”, circa la proposta/disegno di legge,  a distanza di 3 mesi la prima dalla seconda. Se, alla fine della seconda deliberazione, la maggioranza è pari ai 2/3 dei parlamentari in ambo le camere, allora il Presidente della Repubblica può promulgare la legge. Qualora invece (come accade nella maggior parte dei casi) non si raggiunga la maggioranza qualificata in anche solo una delle due camere, si entra nella seconda fase: vi è una pubblicazione di tale legge sull’organo ufficiale del Parlamento a mero scopo informativo. Da allora si hanno tre mesi per richiedere il referendum (in caso contrario, il Presidente della Repubblica, scaduti i tre mesi, promulga la legge costituzionale e tanti saluti a tutti). Chi può richiedere il referendum? 500 mila elettori (la cui validità delle firme sarà controllata dall’Ufficio centrale per il referendum, presso la Corte di Cassazione) o 5 consigli regionali (stessi criteri di richiesta del referendum abrogativo) oppure ancora, 1/5 dei parlamentari (parametro mancante all’abrogativo). Decorsi i tre mesi dalla pubblicazione, il Capo dello Stato, entro sessanta giorni, fissa con un decreto la data della consultazione (che, nel nostro caso, sarebbe il 4 dicembre). In questo tipo di referendum non è previsto un quorum (il numero minimo di votanti affinché il referendum sia valido).

I parlamentari dell’opposizione (tra i cui Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia e Sinistra Italiana) hanno preferito lasciare l’aula al momento del voto finale di approvazione, denunciando il pericolo della venuta meno dello Stato di Democrazia, poiché questa legge consegna la maggioranza assoluta alla Camera a un solo partito a prescindere dall’entità del consenso popolare. Il primo ministro Matteo Renzi e il ministro Maria Elena Boschi, che hanno co-presentato il progetto di riforma al Parlamento, hanno dovuto fare i conti, oltre che con l’opposizione dei partiti di opposizione, anche con le correnti di minoranza interne al proprio partito. Infatti, alcuni componenti del PD hanno continuato a mantenere un atteggiamento non di pieno supporto anche dopo l’approvazione parlamentare del disegno di legge, pur avendolo votato, esprimendo dubbi sull’effettiva necessità di cambiare la legge elettorale e criticando il rischio di strumentalizzazione personale del referendum da parte del primo ministro. Del resto, come riporta Sofia Ventura, politologa, sul suo saggio Renzi & Co. – Il racconto dell’era nuova, Matteo Renzi ha espressamente dichiarato: «Se salta la riforma del Senato non salta solo il mio governo: salto io, si chiude la mia carriera politica» (sebbene in seguito siano arrivate conferme sull’elezioni politiche del 2018).

Le ragioni a sostegno della riforma includono la fine del bicameralismo perfetto, storicamente criticato; un iter legislativo più rapido non dovendo più un testo di legge, nel nuovo procedimento ordinario, “fare la navetta” da una camera all’altra dopo ogni modifica; il risparmio, stimato in qualche centinaio di milioni di euro, derivante dalla riduzione del numero dei senatori, dall’eliminazione del loro stipendio e dall’abolizione del CNEL, solo per citarne alcune.
Le ragioni contrarie, oltre a critiche di metodo rivolte a come la riforma è stata approvata – senza un ampio consenso – e alla scarsa qualità espositiva del testo proposto, sottolineano invece il rischio che il nuovo Senato diventi sostanzialmente inutile o controproducente; la complessità del nuovo iter legislativo in relazione all’ampio numero di procedimenti possibili, che potrebbe far sorgere conflitti tra le due camere; la mancanza di chiarezza sull’elezione dei senatori, solo per citarne alcune.

Come abbiamo precedentemente illustrato il Senato della Repubblica italiana diverrebbe una sorta di camera di rappresentanze territoriale, composto nello specifico da 95 senatori eletti dai Consigli regionali con metodo proporzionale, scelti per metà tra i propri componenti e per l’altra fra i sindaci in carica e da 5 senatori a vita nominati dal Capo dello Stato. Viene in poche parole esclusa l’elezione diretta dei senatori. La Camera dei Deputati rimarrà dunque espressione della rappresentanza politica, mentre il Senato, che funzionerà come camera di raccordo tra Stato, Regioni e Comuni, sarà la sede di rappresentanza delle autonomie territoriali. Dal momento che verrebbe superato il bicameralismo perfetto, il Senato non avrebbe più le stesse funzioni della Camera dei Deputati. L’articolo 70 dell’attuale Costituzione prevede infatti che le due ali del parlamento esercitino la funzione legislativa in maniera collettiva. L’assemblea senatoria avrebbe compiti di raccordo con l’Unione europea, lo Stato e gli enti consultivi della Repubblica e, novità assoluta, dovrebbe valutare l’attività delle pubbliche amministrazioni e verificare l’attuazione delle leggi dello Stato!

Nonostante tutto, il Senato concorrerebbe ancora alla esercizio legislativo con riguardo a quattro tipo di leggi:

  1. Leggi di revisione costituzionale
  2. Leggi costituzionali
  3. Leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di referendum popolare
  4. Leggi che definiscono la struttura istituzionale fondamentale delle autonomie territoriali.

La legge prevede un “contentino” per il Senato. Quest’ultimo, dopo l’approvazione del disegno di legge può chiedere di esaminarlo e deliberare proposte di modifica del testo. Su di esse è la Camera dei Deputati a pronunciarsi entro 30 giorni in via definitiva. Ancora i frequentanti di Palazzo Madama, con deliberazione a maggioranza assoluta (la metà più uno dei membri) potrebbe chiedere alla Camera di esaminare un disegno di legge varato dagli stessi entro sei mesi.

Tutto questo non basta! Titolare del rapporto di fiducia col Governo è la sola Camera dei Deputati, ciò significa che è la maggioranza della sola Camera che decide se il Governo resta in piedi o meno, ma non solo: in questo modo il Senato non potrà disporre inchieste su materie di pubblico interesse. Ancora le leggi di bilancio, espressione fondamentale dell’indirizzo politico, così come il rendiconto consuntivo dovranno essere approvati dai soli deputati, che saranno i soli ancora, a poter autorizzare il ricorso all’indebitamento.

Provare a tirare delle conclusioni a priori è molto difficile. La Costituzione è la base del sistema civile e questa riforma è molto complessa nonché importante. Il bicameralismo perfetto ha le sue pecche, ma non sappiamo cosa può riservarci il futuro. Fondamentale ora come ora è formare la propria opinione al riguardo e rispettare il secondo comma dell’articolo 48: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.

Leonardo Rosti e Francesco Oreste

Info BarNacka

La redazione di BarNacka è composta da chi è sempre a caccia di storie da raccontare. Come chi millanta d'essere artista, sogniamo tanto e scriviamo molto. Alla prova della verità, fino al momento, l'abbiamo sempre scampata.

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