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Art Attack

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Quando l’arte viene violentata, l’iconoclastia redditizia

Addentrarsi nel discorso ISIS non è per nulla semplice, tanto più se finiamo nel campo del contrabbando artistico. Si parla di stime, non di cifre sicure, certificate. Ma facciamo un passo indietro. Ufficialmente ad oggi per il mondo islamico vige l’iconoclastia, ovvero il divieto di rappresentare esseri animati. Quindi l’arte, di qualsiasi periodo, se raffigura un corpo, diventa automaticamente blasfema, anche se il fenomeno dell’iconoclastia islamica risale ad un’epoca post-coranica. L’iconoclastia non è una cosa per niente nuova, si ripresenta quasi in modo ciclico in tutte le epoche storiche, dall’antico Egitto alla più famosa durante l’Impero Bizantino fino alla riforma protestante. Ma veramente lo stato islamico si nasconde dietro il dito dell’iconoclastia religiosa per giustificare le sue azioni barbare? Per certi punti di vista, così sembra, tuttavia il discorso è decisamente più profondo e più complesso. Partiamo da un’intervista rilasciata da Luca Nannipieri che tratta del triangolo ISIS-arte-economia. Partendo dal fatto che la distruzione di ciò che rappresenta il nemico o un passato rinnegato non è un atteggiamento nuovo e originale dell’ISIS, Nannipieri spiega che i militanti jihadisti fanno un passo in più. La distruzione e il saccheggio diventano mezzo di propaganda.

La linea tra business e ideologia però qui si fa sottile. Secondo gli editti del “comandante dei credenti” (ovvero il Califfo) la lotta contro il peccato di idolatria, e a tutto ciò che va contro alla Shari’ah, è un dovere di tutti i musulmani. Ovviamente a livello teorico, perché se l’ISIS campasse di soli ideali non sarebbe andato molto lontano. E là dove non arrivano gli ideali arriva il traffico di opere d’arte. Tralasciando lo scopo propagandistico, i miliziani conoscono bene il significato (e il prezzo) dei reperti, che vengono venduti per autofinanziarsi.

Chiariamoci, il contrabbando di opere d’arte e reperti archeologici non se lo sono inventati loro, c’è sempre stato sotto banco e loro, naturalmente non potevano farsi scappare un’occasione di lucro. E non si pensi che sia una cosa marginale. La vendita di reperti è una delle fonti di entrate per lo stato islamico, seconda alla vendita del petrolio, più redditizia del traffico di droga. L’Us International Trade Commission ha ipotizzato che il valore del traffico di opere con l’occidente oscilli tra i 51,1 e 95,1 milioni di dollari mentre quello mondiale fa venire le vertigini, si parla di una cifra compresa tra i 6 e i 9 miliardi di dollari.

Dietro a queste cifre esorbitanti e alle depredazioni di siti archeologici si cela una strategia di marketing ben precisa e studiata. L’utilizzo dell’arte condannata per fare marketing funzionava pure durante il nazismo, come ci ricorda la mostra di arte degenerata del 1937. Il modus operandi è il seguente: la fase iniziale ovviamente comprende la conquista e la distruzione del sito archeologico, successivamente vengono realizzati video a scopo propagandistico dove vengono distrutte simbolicamente delle opere. Ovviamente, se le opere in questione hanno un alto valore di mercato non vengono distrutte per davvero, ma per finta. La maggior parte di esse infatti sono copie e gli originali vengono buttati nel mercato nero dell’arte. La distruzione finta o parziale serve solo per coprire il traffico illegale di opere d’arte, avendo cura di eliminare le tracce di provenienza dei reperti.

Immagino che dopo questa spiegazione venga spontaneo chiedersi chi si intasca tutto questo. Il traffico di arte viene smistato al confine tra Siria e Turchia, e da qui prende il volo per tutto il mondo. I maggiori clienti sono, oltre a case d’asta che fanno un po’ la funzione delle “lavatrici” e a sceicchi o magnati ignoti, Germania, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti e l’Europa dell’est, che si sono fatte tutte ingolosire dalle meraviglie orientali, così esotiche.

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– Satellite Imagery-Based Analysis of Archaeological Looting in Syria Author(s): Jesse Casana Source: Near Eastern Archaeology, Vol. 78, No. 3, Special Issue: The Cultural Heritage Crisis in the Middle East (September 2015), pp. 142-152

La guerra silenziosa degli archeologi, il caso emblema di Khaled Al-Assad

“Apostata e partigiano del regime sciita”, ecco come gli islamisti hanno definito Khaled. Ingloriosamente appeso a un palo della luce, il corpo oscilla come una foglia d’autunno. Non farò una cronaca dei fatti, a quello ci hanno già pensato giornalisti molto più competenti e famosi di me. Io vi voglio parlare della sua passione, del sogno che tutti noi rincorriamo: avere un lavoro che ci soddisfi, ci colmi e ci tenga vivi. Ecco fin dove può arrivare l’amore per il proprio lavoro, per la storia e per l’arte. Un amore incondizionato che da la forza anche per sacrificarsi pur di difendere ciò per cui si lavora e si vive. L’amore per la “Sposa del deserto” ha vinto la paura della morte.Khaled è stato definito martire, io non lo trovo un termine esatto. La parola martire la ricolleghiamo a qualcosa di religioso, e dalla religione lui è stato ucciso. Una religione di facciata s’intende. Il termine che secondo me gli si dice di più è partigiano, anche se chi lo ha ucciso lo ha usato come termine dispregiativo. Ma come può non esserlo? Un mese di torture e interrogatori sfociati poi in una condanna a morte, non gli sono bastati per rivelare dove aveva nascosto i suoi preziosi reperti che non aveva fatto in tempo a spedire a Damasco. La vera morte per lui sarebbe stata abbandonare Palmira.

Khaled dava proprio fastidio. Lì, abbarbicato nella sua città, per gli jihadisti era peggio che il fumo negli occhi. Non potevano proprio sopportare che un anziano professore non si piegasse al volere dello Stato Islamico. A questo punto non bastava più prendere a martellate opere millenarie, o abbattere mura con i bulldozer per cancellare la memoria della Siria del passato, era necessario anche sporcarsi le mani di sangue per essere sicuri di aver tagliato i ponti con la memoria e la storia.

La sua presenza era una sfida, un insulto, pura blasfemia. Come osava difendere opere considerate come una bestemmia verso Allah? Ma soprattutto come si permetteva di ostacolare il commercio di opere?

Il silenzio era l’unica arma a disposizione del professore, un uomo che aveva trascorso nel deserto e sui libri, cinquant’anni della sua vita. Il silenzio è ciò che ha salvato i gioielli della sposa, che son o stati sottratti dalle grinfie dell’ISIS e portati in salvo.

Nonostante la situazione a Palmira dopo un assedio di quasi 10 mesi sia disastrosa, viene ritenuta meno grave del previsto. Tanto hanno distrutto, ma tanto hanno lasciato illeso.

Khaled cadde il 18 Agosto, dopo una resistenza eroica. La sua vita sacrificata all’arte ha permesso ad opere di immensa importanza di sopravvivere ancora e, si spera, a lungo. I suoi occhi avranno dato un ultimo sguardo a ciò che lo aveva portato al patibolo, ma certamente di questo non si sarebbe mai pentito. Il suo sangue che scorre sulla sabbia suggella un patto già stipulato mentre era in vita. La sua anima sarà per sempre legata alla Sposa del deserto.

In fine vorrei citare la conclusione di un articolo comparso su Panorama di Marco Ventura,  che secondo me è emblema, anche dell’importanza che diamo alle tragedie.

“A oltre 17 ore dalla pubblicità della notizia, l’unico commento istituzionale di rilievo sembra essere quello del ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, solo per ribadire che il conflitto siriano può avere soltanto una soluzione “politica”, non militare. Dove sono oggi tutti quelli che urlavano “Je suis Charlie”? Vergogna.”

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Khaled Al-Assad

Anna Saldarini

Fonte: Ansa, Spondasud.it

Sitografia primo paragrafo

  • Ilgiornale.it \News\Mondo – Matteo Carniletto, intervista “Ecco come fa L’ISIS a fare affari trafficando opere d’arte (10/01/16)
  • Ilcaffègeopolitico.it\Aree geografiche – Claudio Cherubini “Tra iconoclastia e lucro: ISIS e le opere d’arte” (28/09/15)
  • Uniinfonews.it – Gian Guido Grassi “Arte e terrorismo, ISIS, arte e denaro” (27/02/16)
  • LavocediNewYork.it – Ilaria M.P. Barzaghi, intervista a Fabio Isman “Vi spiego come l’ISIS fa soldi con l’arte” (30/01/16)
  • Lastampa.it\Esteri – Mimmo Candito “Perchè l’ISIS distrugge i tesori dell’arte” (23/05/15)
  • Lastampa.it\Esteri – Maurizio Molinari “ La pulizia culturale del Califfo, business da centinaia di milioni” (20/08/15)

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