Articoli

Daesh, colui che semina discordia. Intervista a Cristina Giudici

Il nome con cui molti vi si riferiscono è ISIS, “islamic state of Iraq and Syria”, ma molti musulmani lo ritengono offensivo. In questo modo, per loro viene legittimata un’accezione negativa dell’aggettivo “islamico” e “ISIS” rischia di presupporre un erroneo collegamento mentale tra le brutali azioni di un gruppo estremista e la fede musulmana. Il termine “Daesh” (che é lo stesso acronimo tratto direttamente dall’arabo), invece, è più accettabile perché, nonostante faccia riferimento alla stessa cosa, la sua pronuncia in lingua araba è simile ad una parola, “Dahes”, che significa “colui che semina discordia”. Secondo la traduttrice Alice Guthrie, inoltre, “Daesh” ha una connotazione sinistra perché la forma e la combinazione delle sue lettere in arabo rimandano alle parole della al-jahaliyya, l’età oscura pre-islamica, ricca di eredità poetica ma impregnata di una connotazione negativa e barbara nell’immaginario popolare.
Daesh non semina discordia solo nel mondo musulmano, indignato e deciso a dimostrarsi distante dalle gesta di un folle gruppo estremista. Daesh semina discordia anche qui, in Italia e in Europa, dove la questione del terrorismo islamico è entrata prepotentemente in discussione dopo la lunga scia di attentati degli ultimi due anni, e dove le opinioni in merito sono varie e contrapposte.
Abbiamo chiesto a Cristina Giudici, giornalista de Il Foglio, autrice per  “Linkiesta” ed esperta di ISIS e islam in Italia, di esprimere il suo pensiero.

Papa Bergoglio, a proposito della crisi iracheno-siriana e degli attacchi terroristici in Europa, ha recentemente affermato: “non è una guerra di religione, ma un conflitto dettato da interessi economici”. Quanto c’è di vero in queste parole?

Gli interessi economici ci sono. Storicamente, hanno sempre fatto muovere tutto, nessuna guerra ne è esente. I dubbi che rimangono attorno alle cause dell’origine di questo conflitto sono tanti. Pare ormai più che fondata l’ipotesi secondo cui la fondazione di Daesh sia una delle conseguenze dell’intervento americano in Iraq e che siano stati i generali dell’esercito smembrato di Saddam Hussein a fondarlo. Poi, i finanziamenti. Chi li sostiene economicamente e dal punto di vista degli armamenti? Infine, anche il controllo sui pozzi petroliferi e sulle risorse della zona è un elemento da non sottovalutare.
Una cosa non esclude l’altra, ma in ogni caso gli efferati attentati compiuti dall’ISIS e le azioni di guerra condotte sul campo vengono fatte in nome di una deriva fondamentalista ed islamista della religione musulmana che riesce ad attrarre tantissimi integralisti, quasi sempre giovani, che spesso non hanno approfondito la conoscenza del Corano o non l’hanno neanche mai letto.

Uno degli snodi fondamentali della politica di reclutamento e propaganda di Daesh si trova nei paesi balcanici, come Albania, Kosovo e Bosnia.

Esattamente. La maggior parte dei ragazzi italiani o di giovani stranieri residenti in Italia che prima si sono convertiti e poi hanno deciso di partire sono entrati in contatto con figure provenienti da quelle zone. Una delle poche foreign fighters di sesso femminile é partita per la Siria dopo aver sposato  un mujahed di origine albanese che viveva in Toscana. Famoso anche il caso del predicatore bosniaco Bilal Bosnic, noto leader della comunità wahabita bosniaca, arrestato due anni fa per le sue istigazioni alla jihad e il suo manifestato appoggio all’ISIS, che era stato a Bergamo, Cremona e Pordenone.

Si può affermare, quindi, che la propaganda non nasca in Italia, ma che venga più che altro importata da fuori?

I predicatori fondamentalisti che in Italia si sono adoperati in operazioni di reclutamento, in effetti, vengono tutti dall’estero. I predicatori integralisti che stanno in Italia più che  altro si dedicano a fare proselitismo e a caricare la molla nei confronti dei soggetti più fragili. Per adesso, il nostro paese ha partorito sopratutto dei reclutati.

A tal proposito, non crede che l’esposizione mediatica che viene data alle immagini degli attentati qui in Europa e dei crimini compiuti in Medio Oriente possa fungere da miccia per eventuali soggetti psicolabili che, pur senza alcun legame diretto con Daesh, possono decidere di lanciarsi in atti eclatanti e tentativi di emulazione?

Sul discorso dell’emulazione non saprei dire, sinceramente. Di sicuro non tutti gli attentati sono riconducibili ad una logica. E il fatto che l’ISIS rivendichi qualsiasi atto di violenza compiuto da una persona di origine musulmana in Europa non aiuta. Non si hanno certezze, purtroppo.
Abbastanza rilevante è il caso di quel ragazzo tedesco-marocchino, ex-rapper e appartenente ad una famiglia del ceto medio, che ormai qualche anno fa, senza alcuna conoscenza iniziale, ha iniziato a mettersi in contatto con soggetti vicini a posizioni fondamentaliste. E nonostante fosse stato arrestatone poi scarcerato dalla polizia è riuscito a partire per la Siria, facendo in un certo senso da “apripista” per i foreign fighters successivi.
Un ruolo molto importante, poi, è rivestito dall’ambiente famigliare. Tempo fa ho intervistato un ragazzo che era stato sul punto di partire per la Siria, spinto dal cugino, poi morto in combattimento, mentre un caso abbastanza famoso è quello riguardante due ragazzi, rispettivamente di origine tunisina e marocchina, che vivevano ormai da 10 anni in Italia, lavoravano ed erano stati cresciuti da un prete. Uno ha avvicinato l’altro a pensieri integralisti. Così sono partiti per unirsi all’Isis, lasciando una situazione comunque agevole e un posto dove erano riusciti (apparentemente) ad integrarsi.
E non dimentichiamo la storia di quella ragazza padovana (Meriem Rehaily, ndr) che, cresciuta in una famiglia musulmana assolutamente laica e moderata, ha deciso di sposare la causa di Daesh.
Per dire: molti hanno un background famigliare ortodosso che può aiutarli, in un certo senso, a compiere un “salto” verso posizioni fondamentaliste ed estreme. Altri invece no. La casistica, come vedete, è molto varia. L’unico elemento comune a tutti e facilmente identificabile è quello della giovane età dei nuovi adepti: per questo, si é recentemente parlato di un progetto del provveditorato che prevede la segnalazione di tutti i giovani che abbandonano gli studi precocemente, per capire quale sia la loro nuova occupazione e monitorare eventuali percorsi di radicalizzazione. Sarebbe importantissimo, come già fanno in altri paesi qui in Europa, avviare dei progetti di deradicalizzazione e creare centri di assistenza psicologica e prevenzione  grazie al supporto di mediatori culturali.

Secondo quanto da lei appena detto, allora, perché qui in Italia non ci sono ancora stati attentati, a differenza degli altri principali paesi europei?

Le ragioni sono diverse. Innanzitutto, l’Italia ha sempre avuto un basso profilo nelle missioni militari internazionali. Forse, la recente concessione della base di Sigonella agli Stati Uniti per il bombardamento dell’ISIS in Libia, potrebbe creare qualche problema in più. Inoltre, la nostra storia coloniale è molto meno forte rispetto a quella francese, per esempio. E in più non abbiamo una terza generazione.

In che senso non abbiamo una terza generazione?

Nel senso che ancora non ci sono molti immigrati di terza generazione che per diritto hanno già ottenuto la cittadinanza italiana. Questo è sicuramente legato alla nostra scarsa storia coloniale e a un’immigrazione dai paesi musulmani che risale a venti, trent’anni fa. Detta molto brutalmente, in caso di sospetti terroristi risulta molto più facile espellerli e rimpatriarli nel loro Paese di origine se non sono cittadini italiani, cosa ovviamente molto difficile in circostanza contraria.

L’emarginazione sociale, la povertà economica e la ghettizzazione in quartieri isolati dal resto del centro urbano possono portare alla nascita di un senso d’odio e di rivalsa?

Assolutamente sì. Il problema delle banlieues è molto grave, anche se qui non abbiamo situazioni di ghettizzazione estrema come quelle, appunto, della periferia parigina. Certo, vi sono alcuni quartieri estremamente poveri, come a Roma o a Milano (il “quadrilatero” di San Siro), dove la percentuale di residenti stranieri sfiora il 90 per cento. E questo di sicuro non favorisce l’integrazione col resto della popolazione residente. Per fortuna in Italia non abbiamo le banlieues parigine. Di sicuro, comunque, ci sono dei quartieri molto a rischio dove bisogna intervenire.

Le stime dicono che in Italia vi sono circa 800 centri di preghiera abusivi.

Sì, il numero ipotizzato è quello. Di fatto, l’unica moschea riconosciuta in Italia si trova a Roma. Tutti gli altri centri di preghiera sul suolo italico sono solo delle associazioni culturali . Alcune svolgono un lavoro utile all’integrazione, come la “Casa della Cultura Islamica”, qui a Milano in via Padova, ma il problema è serio: ci sono troppi centri culturali islamici fuori controllo, di fatto moschee abusive.

A Milano, quindi, qual è la situazione? Con la nuova giunta si è mosso qualcosa? È di qualche mese fa il caso di Maryan Ismail, musulmana sufi e laica, candidata per il Pd al consiglio comunale, che ha lasciato il partito in seguito alla candidatura e all’elezione di Sumaya Abdel Qader, sempre candidata col Pd, musulmana ortodossa. In una lettera aperta a Renzi, Maryan Ismail ha scritto che “Il Pd milanese ha scelto di interloquire con la parte minoritaria ortodossa e oscurantista dell’Islam” e che “Ancora una volta, le anime dell’Islam moderno, plurale e inclusivo non sono state ascoltate”.

Sumaya è una persona molto qualificata. È laureata e molto preparata. In più, su di lei non è mai stato trovato nulla di, per così dire, “compromettente”, ma si è scoperto, ad esempio, che il marito ha rilasciato delle dichiarazioni sconcertanti sulla distruzione di Israele e che suo padre è un grande sostenitore dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione internazionale con un approccio di tipo fortemente politico e radicale all’Islam. In più, lei stessa ha fatto parte di organizzazioni vicine a questa, come la Fioe: la Federazione delle organizzazioni islamiche europee. Benché lei si dichiari  moderata, quindi, il contesto attorno a lei non lo è affatto. I valori conservatori della corrente musulmana che rappresenta non possono conciliarsi con quelli progressisti del Pd, un partito che si definisce di centro-sinistra.
Inoltre non ha mai preso posizione su argomenti di attualità scottante come le unioni civili o le stragi compiute dai terroristi di Daesh, e questo non la aiuta. Quindi sì: Maryan Ismail ha ragione. È stato sbagliato affidarle il ruolo di interlocutrice per la costruzione della moschea a Milano, soprattutto perché è stato fatto mettendo da parte la figura di una musulmana laica, quella di Maryan, vicina, lei sì, ai valori teoricamente non negoziabili del Pd. È stato un grosso errore, secondo me, fatto dal  Partito Democratico per diverse ragioni che ci porterebbero fuori tema. Ora sarà un grosso problema anche per Sumaya: qualsiasi cosa farà verrà sempre criticata e si troverà schiacciata tra i valori del partito a cui aderisce e le posizioni della comunità a cui appartiene.
Tuttavia mi sento di fare una precisazione: i Fratelli Musulmani non hanno alcuna mira bellica in Europa, il loro obiettivo è conquistare l’egemonia politica della comunità musulmana.  Attraverso finanziamenti e centri culturali si prepongono semplici obbiettivi di diffusione della cultura islamica che, però, mal si sposano con un’idea di integrazione totale e condivisa. Perciò spingono per entrare nella politica e nelle istituzioni.  In questo senso, una scuola di formazione degli Imam italiani che predichino in italiano potrebbe aiutare…

Ecco. A proposito di questo, l’operazione “Moschee trasparenti” del ministro Alfano prevede di creare un centro di formazione per gli Imam che predicano in Italia e di imporre che tutti i sermoni vengano pronunciati in italiano. Non crede che un simile provvedimento andrebbe a ledere la cultura e la tradizione arabo-islamica?

Alfano è in buona fede. In tutti i paesi arabi di religione musulmana esiste un ministero degli affari di culto che cura la formazione degli imam.

Questo in quei paesi, però. Qui in Italia il discorso è molto diverso.

Un controllo ci deve essere, purtroppo.

Sì, un controllo ci deve essere, ma non si rischia che lo Stato vada un po’ oltre questo proposito e cominci a fare delle imposizioni poco rispettose e invasive?

Qualche misura di sicurezza e prevenzione va inevitabilmente presa. Una collaborazione Stato-Imam sul controllo delle persone che si recano nelle moschee e su quello che viene detto durante le celebrazioni religiose sarebbe favorita da una iniziativa del genere e aiuterebbe anche un processo di integrazione.
Poi c’è un altro problema. Tranne per alcune eccezioni, la comunità musulmana italiana non si è esposta pubblicamente in manifestazioni  che testimonino la sua presa di posizione rispetto ai terroristi.

Pensa che sia così necessario che dimostrino la loro lontananza rispetto a un gruppo, quello terrorista, che non rappresenta altro che una deriva folle e distante dalla maggioranza del pensiero dei musulmani?

A parer mio sì. In Francia, dopo gli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan, è stato fatto. In tanti sono scesi in piazza ad urlare che i veri  musulmani erano loro. Qui in Italia ancora non è successo, ma sarebbe un ottimo segnale distensivo da dare alla società italiana, che non è informata a dovere sulla questione e non ha una giusta conoscenza del reale pensiero della maggior parte di loro. Il punto è che in materia la gente non conosce a fondo il problema. Se un giorno, come è probabile o quantomeno possibile, ci dovessero essere degli attacchi anche qui, come reagirebbero gli italiani? Come guarderebbero i milanesi, ad esempio, ai musulmani della moschea di via Padova anche se si sono distinti nel favorire il dialogo?
Diciamo che non è giusto chieder loro di esporsi, ma se lo facessero spontaneamente sarebbe giusto. E li aiuterebbe molto. Anche perché molti giornalisti ricamano molto sulle opinioni dei fedeli più estremisti e radicali per fare notizia. Opinioni di minoranza, ma comunque sempre più  diffuse.

E un giornalista, quindi, come fa ad approcciarsi in modo deontologico ad un argomento del genere, senza schierarsi di primo impatto, ma analizzando tutto razionalmente?

Bisogna sempre basarsi sui fatti e documentarli, cercare fonti attendibili e verificarle. Ogni giornalista, poi, può avere le proprie opinioni, certo, ma le opinioni non vanno nascoste fra le righe nell’esposizione dei fatti. È una vecchia e giusta regola del giornalismo: fatti separati dalle opinioni. Ciò significa approfondire una questione anche quando l’opinione pubblica (o la politica) ha timore di affrontarla. Nel 2005 ho vinto un premio proprio per un’inchiesta sull’Islam e le famiglie islamiche in Italia (premio Maria Grazia Cutuli, ndr). Venni bollata come una di destra, io che ero sempre stata elettrice di sinistra: questo perché la sinistra aveva paura (e ce l’ha un po’ ancora oggi) di prendere in mano un argomento delicato come quello della presenza di un pensiero di deriva integralista in Italia, all’epoca forse ancora teorica, oggi invece il proselitismo jihadista è molto più diffuso. Lo ripeto sempre: abbiamo voltato le spalle a un problema e dovevamo intervenire prima.

Andrea Mancuso

0 commenti su “Daesh, colui che semina discordia. Intervista a Cristina Giudici

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...