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L’arte della creatività è di chi la coltiva. Intervista a Claudio di Biagio

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Cos’è la creatività? Che forme assume? Quasi tutti i giorni, spesso e volentieri inconsapevolmente, veniamo a contatto con una delle sue tante sfaccettature grazie alle quali si manifesta. Siano queste libri, film, immagini e video sul web o fotografie, siamo circondati quotidianamente dalla creatività in tutte le sue varianti.

Parlare di creatività non è però semplice. Secondo l’enciclopedia Treccani la creatività è “in psicologia, un processo intellettuale divergente rispetto al normale processo logico astratto. Secondo J.P. Guilford, iniziatore degli studi sull’intelligenza creativa, la creatività sarebbe caratterizzata da 9 fattori principali: particolare sensibilità ai problemi, capacità di produrre idee, flessibilità di principi, originalità nell’ideare, capacità di sintesi, capacità di analisi, capacità di definire e strutturare in modo nuovo le proprie esperienze e conoscenze, ampiezza del settore ideativo, capacità di valutazione”. Forse è facile definire la creatività, ed è facile perché probabilmente ci risulta naturale e semplice avere una risposta per tutto, una spiegazione per qualsiasi cosa. Ma come concepiamo “il creativo”? Che immagine gli associamo? A cosa pensiamo, cosa ci viene in mente quando sentiamo la parola creatività? Da bambina ero convinta che essere definiti da terzi come una persona creativa, volesse dire avere più fantasia degli altri. Crescendo, ho scoperto che non è mai stato un problema di fantasia. Chi è creativo esprime se stesso, trasmette messaggi, racconta le proprie storie e, se capita, quelle degli altri, tramite mezzi talvolta inusuali, talvolta particolari, o semplicemente fa tutto questo riuscendo a sorprendere chi sta dall’altra parte, arrivando esattamente dove deve e vuole arrivare. É un creativo chi crea, trasmette, condivide contenuti, di qualsiasi genere essi siano.

Sono convinta che per accorgersi della creatività (se, come me, ne si ha un’idea poco nitida) sia necessario incontrare o seguire il lavoro di un vero e proprio creativo. Qualche settimana fa ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare chi mi ha portato a farmi delle domande sulla creatività, a scoprirla, a apprezzarla e ora a difenderla. Dopo un estenuante viaggio di 8 ore, condito da musica opinabile, amicizie preziose e meteo improponibile, ho raggiunto Roma, precisamente il civico 20 di Via Asiago, sede degli studi RAI. É lì che ho atteso la fine del programma Me Anziano YouTuber, condotto da Claudio Sabelli Fioretti (ex voce del programma Un Giorno Da Pecora) e Claudio di Biagio, da poco ex youtuber, attuale creativo, futuro regista (anche se con basi più che promettenti), o più semplicemente, la persona che stavo aspettando. Ho scelto di poter parlare e raccontare la creatività tramite le parole e la voce di chi l’ha vissuta per anni in prima persona, servendosi delle sue piattaforme come primo mattone per la costruzione del proprio futuro.

Per chi non lo conoscesse, Claudio di Biagio emerge nel 2010 su YouTube con il canale nonapritequestotubo, dove realizza parodie di film dalla spettacolarità discutibile o semplicemente si diletta in ciò che questo social network si è sempre preposto di fare: intrattenere, inizialmente senza seguire un tema di fondo (siano lodati i primi video “Cazzeggio”), per poi crescere e sviluppare format legati a aree tematiche specifiche, primo tra tutti il #epoitelomagni che lo ritrae nella cucina della ormai rinomatissima Nonna Lea, con la quale prepara quelli che potremmo definire “manicaretti”, serviti con una spontaneità e una naturale ironia che ci tengono incollati allo schermo. Scrive, dirige e realizza nel 2011 la web serie Freaks, in collaborazione con altri youtuber e attori. La sua creazione dell’ultimo anno porta il nome di Ernest Egg, prodotto di animazione presentato anche nei giorni 29 e 30 ottobre al Lucca Comics and Games.


Con Claudio di Biagio ho trattato il tema della creatività partendo da ciò che l’ha circondato in questi sei anni: Youtube.


Una definizione a cui vieni spesso associato è quella di “vecchio YouTube”. Cosa ne pensi del nuovo YouTube e quanto lo ritieni superficiale rispetto a prima?

No, non è la superficialità, eravamo superficiali anche noi la maggior parte delle volte. Però c’era una naturalezza che ti portava a realizzare un contenuto in modo completamente spontaneo. Non è superficiale YouTube di adesso, è semplicemente innaturale nella maggior parte dei casi. Non ha quella spinta naturale neanche nelle amicizie, nei rapporti che si creano, nelle collaborazioni. Di superficiale c’è quello che c’era prima, anzi, YouTube nasce come una cosa assolutamente superficiale, per caricare video come “Me At The Zoo”, il primo video caricato su YouTube. Poi, un po’ di anni fa, si è sentito il bisogno di approfondire la comunicazione: questo bisogno oggi non è stato superficializzato, è stato semplicemente reso finto. Quindi il problema non è la superficialità, ma il rendere fake ciò che si presenta. I contenuti di ora sono già impacchettati. Ho iniziato YouTube sei anni fa e l’ho iniziato spontaneamente, cercando di capire quale potesse essere la mia strada a prescindere dalla fama, adesso purtroppo la strada è la fama. Non è il talento, non è la gavetta, non è la costruzione e lo sviluppo delle proprie capacità, ed è questo il problema.

Tu pensi che lo YouTube di ora, conosciuto in Italia grazie a nomi come Sofia Viscardi o Luca Chikovani sia più “pilotato” rispetto a prima?

Assolutamente sì, totalmente. I nuovi youtubers, o almeno molti di loro, hanno un’attitudine, una tensione verso quello che fanno, ma dietro a tutto quello che si vede ci sono delle mani esperte, ed è una cosa veramente orribile.

Qual è quindi secondo te il miglior pregio di YouTube e il suo peggior difetto?

Posso dirti quale sia il miglior difetto: l’accessibilità, l’apertura, la libertà. Invece il peggior pregio è che purtroppo funziona. E quindi ha ragione chi ci prova.

Tu hai aperto il tuo canale YouTube iniziando a condividere contenuti che realizzavi per te stesso: ti piaceva, ti divertiva, e la condivisione in rete ti ha portato degli ottimi risultati. Se c’è mai stato, ti ricordi di un momento in cui ti sei reso conto di aver iniziato a produrre contenuti più per gli altri che per te stesso?

In realtà lo facevo per me, ma già all’inizio volevo fare cose come Freaks. Non ho cambiato idea, ho semplicemente “aggiustato il tiro”, facendo in modo che l’applicazione di un atto random, che era quello di caricare video su YouTube, potesse avere una struttura. E YouTube per me è una piattaforma, non è la vita o la strada, quindi era semplicemente un luogo dove sperimentare le cose che volevo fare. Per questo non c’è stato un momento preciso ma era proprio una questione di testa, di come io vedevo la cosa.

Credi quindi che per riscontrare un certo successo nei lavori creativi che si producono, o anche solo per essere soddisfatti di ciò che si fa, sia meglio fare le cose per se stessi o per gli altri?

Credo sia un binomio. Sono sbagliate entrambe le cose secondo me, se prese singolarmente. Devi riuscire a trovare sempre una motivazione e una spinta per te stesso. Il 4 novembre parte il mio corso di regia, sono emozionatissimo, ed è per me. Ma è anche per gli altri. Da che mondo è mondo, l’artista lavora su commissione, e nella maggior parte dei casi è su commissione che realizza le cose più belle. Michelangelo, Leonardo: lavoravano soltanto per conto di terzi, sono esempi altissimi che ci hanno lasciato delle opere meravigliose. E quindi il binomio è la chiave giusta: trovare sempre quell’equilibrio, nel lavoro specialmente. Se il tuo lavoro corrisponde a qualcosa che ti diverte, che ti fa stare bene, hai vinto. E personalmente ci sono riuscito, perché sono riuscito a conciliare un divertimento con la fatica.

Dal 2010 a oggi il tuo canale è cresciuto molto. Come pensi sia cambiato il tuo intrattenimento rispetto a sei anni fa?

Prima era incentrato su di me, ora è incentrato sulle mie storie. O almeno questa è l’intenzione. Da che ero improntato a utilizzare la mia persona per “metterci la faccia”, le mie parole, il mio personaggio, ora non ho più la minima intenzione di farlo. Ora voglio solo stare dietro, raccontare le storie che ho dentro, in modo molto più intimo, più potente, più profondo. Questo è ora per me un modo più forte di comunicare.

Dove pensi di essere arrivato?

Dove sono arrivato? Non sono arrivato. Questo è l’inizio, il punto zero. Sicuramente una buona partenza, ma la mia carriera inizia ora.

Guardandoti indietro, rivedi un progetto interamente tuo o un progetto sostenuto da persone che ti sono state intorno?

Il canale nonapritequestotubo è un progetto mio, portato avanti da me nel senso che nessuno mi ha regalato niente. Però un sacco di persone mi hanno aiutato e mi sono state accanto, a partire dal mio mentore, che da quando avevo tredici anni mi ha portato fino a qui, e rimane ancora oggi il mio mentore, fino alle persone che mi hanno insegnato tanto sul set. Ci sono tantissime persone che mi hanno segnato, che mi hanno distrutto e poi ricostruito. É magnifico perché non sei mai da solo nelle cose belle. Nelle cose brutte sì, quasi sempre, ma mai completamente in quelle belle. Così vinci.

Visto che hai parlato di punto zero: cosa c’è da qui in poi? Quali sono i tuoi progetti?

Scrivo, ho molte idee e mi sto buttando in vari progetti. Non ho la fretta di fare niente. E passo dopo passo tirerò fuori ciò che voglio essere, fare e esprimere. Al cinema, alla televisione, sul web. Si vedrà.

Tra i commenti che arrivano a @MeAnzianoYouTuber, profilo twitter ufficiale del programma che conduci insieme a Claudio Sabelli Fioretti su Rai Radio 2, un ascoltatore ti ha chiesto, durante la puntata dedicata a Dario Fo, quale fosse il collegamento, appunto, tra Dario Fo e uno youtuber.

Si parla quindi di creatività negli anni ’70 e di creatività negli anni 2000: possono queste due figure essere legate dal diverso spazio che veniva e viene dato alla creatività? Quanto spazio pensi le sia dedicato oggi in Italia, soprattutto a quella proveniente da menti più giovani?

Lo spazio è quello che ti prendi. Non esiste uno spazio per la creatività, non esiste un costo per la creatività e non esiste un riconoscimento o un rispetto per la creatività. Il creativo lotta per un proprio spazio, ed è quello che ha fatto Dario Fo e che dovrebbe fare uno youtuber. Anzi, forse si può dire che il fatto di sapere di avere uno spazio già pronto e servito su YouTube limita in un certo senso. La grande accessibilità che abbiamo adesso ai mezzi ha ridotto secondo me la lotta alla creatività, la spinta personale verso quello che era effettivamente il bisogno di comunicare. E quindi rende tutto più banale: se non hai il bisogno di essere unico nella tua comunicazione, perché sei certo di arrivare comunque, non aggiungi niente a ciò che già c’è.

Mettendo da parte l’aspetto personale, dal punto di vista lavorativo, qual è secondo te la paura più grande per un creativo?

La cosa più spaventosa per un creativo è il non avere ordine mentale. Ogni idea va ordinata secondo me, va resa traducibile. Il mio terrore più grande ogni volta è: l’idea che ho avuto cos’è? Cosa vuol dire? E un’altra paura è che qualcun altro ci sia già arrivato. E quello è brutto. Succede spesso ed è brutto.

Circa un mese fa si è molto parlato di una frase del ministro Lorenzin, la quale chiedeva ai creativi di lavorare gratis. Anche in base a questa polemica, qual è secondo te l’idea che l’opinione pubblica ha di un creativo?

Non ce l’ha. Può essere paragonato al referendum: la gente sa che esiste ma non ha idea di cosa sia.

Esiste, e se sì, quale sarebbe, il modo per dare più spazio alla creatività e alle sue figure?

Certo, i soldi. Non ho veramente altre soluzioni. Non ci sono grandi misteri, o cose incredibili: i soldi. Aiuterebbero molto la creatività. E chiunque dica qualcos’altro, come proporre incontri, occasioni, seguire un piano, nuove strutture…i soldi. Serve che se ne diano tanti alla creatività, e allora sì che si può crescere.

C’è un personaggio che secondo te ha innalzato, in un certo senso, la creatività? Che è riuscito a portarla ad un altro livello?

Albert Einstein.

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C’è una nuova realtà che ha affascinato e, perché no, cambiato le nostre vite nell’ultimo anno: Netflix.

Netflix è una realtà che nasce, nel 1997, per il noleggio di videogiochi e DVD. Nel 2008 inizia a sperimentare nel campo dello streaming online on demand, divenuto presto la sua attività principale, che lo porterà a abbandonare il noleggio nel 2011. Ora è accessibile tramite abbonamento mensile, e consente l’accesso a migliaia di titoli, sia “acquistati”, che di produzione originale Netflix. Ho deciso di parlarne con Claudio di Biagio perché lui stesso, sia spontaneamente che tramite collaborazione, ha illustrato il nuovo paradiso della fruizione con un apporto creativo non indifferente. Da nativa digitale credente ma non praticante, ho scelto di farmi spiegare quali sono le vere innovazioni creative portate da Netflix.

Come hai iniziato sul tuo canale YouTube a trattare di Netflix?

Sono stato contattato per delle collaborazioni. Ma è come essere invitati a Disneyland: mi hanno pagato ma avrebbero anche potuto non farlo. Sono stato scelto per rappresentare Netflix in Italia parlando ai giovani. Effettivamente ha funzionato, perché molta gente si è iscritta, ha apprezzato il primo video, perché era un video spontaneo. Ed è stato un video spontaneo perché mi è stato chiesto di parlare di Netflix a un pubblico, senza tesserne le lodi ma semplicemente spiegandone caratteristiche e funzionalità. Così ho deciso di parlarne normalmente: io e mio padre siamo due fruitori di Netflix, lui ne guarda più di me, e insieme spieghiamo, for dummies, cos’è Netflix.

Spesso si sente dire che presto Netflix sostituirà la TV. Se ti dicessero che Netflix è la nuova televisione, con una base creativa più solida? E secondo te Netflix potrà in futuro diventare la nuova televisione?

No, Netflix non è televisione perché non è passivo. Il concetto base che io accomuno alla televisione, intesa come medium generalista, è l’essere passivi nella fruizione. Tu, spettatore, non puoi scegliere effettivamente dove vada la televisione, cosa possa o non possa piacerti. Puoi scegliere di non vederla, di spegnerla o di cambiare canale, ma in ogni caso quella comunicazione ti viene imposta. Per quanto possa assomigliarle, Netflix non è la televisione perché non si basa sull’audience di un progetto: nella maggior parte dei casi, o forse addirittura mai, non rendono disponibili i numeri delle loro views, ma si basano sui subscribers e ancora di più sul talking about. La sua costruzione si basa quindi su quanto si parla di un certo prodotto, e questo fa capire quanto Netflix sia opposto alla televisione ma simile al cinema: è quanto si parla di un determinato film che spinge uno spettatore a guardarlo.

In molti si riferiscono a Netflix come a un prodotto fresco, nuovo, ma soprattutto innovativo. Qual è secondo te la vera innovazione di Netflix e perché soprattutto piace così tanto?

Credo sia principalmente la libertà di fruizione. Netflix ha reso legale quello che fino a qualche tempo fa facevamo tutti illegalmente: scaricare una serie e vederla tutta in un colpo solo. Ora è legale, bello, in alta definizione e con i sottotitoli.

La serie originale Netflix più bella che hai visto fino ad ora?

Bojack Horseman. Ma anche Love è bellissima.

Infine, con curiosità personale e scarso spirito giornalistico, ho fatto a Claudio di Biagio due domande che avrei sempre voluto fargli, o almeno che ho sempre desiderato qualcuno gli facesse al posto mio. Sapere cosa appassiona e guida una persona è il miglior modo per aiutarti a capire chi ti sta di fronte. Dopo le risposte ricevute, riportate nelle prossime righe, ho capito di avere seduto davanti a me, mentre aspetta di ordinare a mezzanotte una cena che tarderà ad arrivare, un mentore 2.0, ancorato alle passioni che l’hanno tenuto per mano in un viaggio verso ciò che avrebbe sempre voluto essere e che, con buone probabilità, sarà.

É risaputo che sei appassionato di cinema, e aspirante regista e scrittore cinematografico: se avessi la possibilità di vedere soltanto tre film per un anno intero, alternandoli quanto e come preferisci, che titoli sceglieresti?

E’ una domanda assurda! Holy Motors, un film che mi fa sempre ridere, probabilmente Hotshot. E sono indeciso tra Big Fish e Avatar. Non tanto per la bellezza, ma per la sicurezza. Perché quando guardi Avatar sei tranquillo, sai che funziona. Sai che è stato scritto per funzionare, per essere universale nella lingua e nella fruibilità. Quindi sì, Avatar, Hotshot e Holy Motors.

Se dovessero chiederti: “Chi è Claudio di Biagio?”, quale sarebbe la tua risposta?

Claudio di Biagio è uno che si potrebbe rovinare a suon di etica e a suon di sincerità. Quindi questo lo guida in tutto: nel raccontare le cose, nel vivere la vita, nell’essere il più sereno e tranquillo possibile con chiunque, nell’essere felice. Il fatto di avere un equilibrio interno e un’etica interna ti permette di essere e fare quello che ti pare.

Grazie.

Marta Boffelli

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