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End of Watch: non solo chiacchiere e distintivo

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Come possono venire descritti i poliziotti in un film? Nel passato ve sono state varie rappresentazioni. In alcune di esse sono raffigurati come dei veri e propri action man, oppure come uomini tormentati da un grande dolore che può essere accompagnato solo da alcol e jazz. Alcuni di questi personaggi vengono corrotti dalla sete di potere o dal seducente dominio del denaro, mentre altri restano saldi ai propri principi rimanendo schierati dal lato del bene, o meglio da quel lato di uomini che cerca di fare meno danni possibili al prossimo.

Con End of Watch (2012), film che mischia tre generi – thriller, drammatico e poliziesco – lo spettatore respira in parte un’aria nuova.
Il regista e sceneggiatore David Ayer (Fury, Training Day) per questa pellicola sceglie un punto di vista diverso, non necessariamente unico e rivoluzionario, ma che sicuramente cattura la curiosità e probabilmente anche l’attenzione dello spettatore. Lo stile narrativo s’identifica a tratti nel falso documentario, attraverso l’ampio utilizzo di una camera a mano o una piccola camera fissata sulla divisa. Ayer e lo staff ottengono così immagini in soggettiva dall’alto tasso adrenalinico e trascinano chi guarda nell’intimità dei personaggi; tutto questo in perfetta sintonia con la filosofia cinematografica-voyeuristica.

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Protagonisti di questa storia ambientata nel 2011 sono Brian Taylor (Jake Gyllenhaal)  e Mike Zavala (Michael Peña), due poliziotti di Los Angeles, appartenenti al distretto 13, Newton, una delle zone più violente di tutta L.A. 
Tra i due personaggi vi è un profondo legame di fratellanza, solidificato dalla sicurezza necessaria che ripongono l’uno nell’altro e in loro stessi.
Entrambi conosco pregi e difetti dell’altro: ciò permette loro di gestire le situazioni al meglio delle loro possibilità, ottenendo risultati sia positivi che negativi.

Brian e Zavala accompagnano quindi lo spettatore a vivere in prima persona l’atmosfera di disagio che vive la zona di Newton, occhio del ciclone nella lotta territoriale tra gang ispaniche e  afroamericane, fino ad arrivare ad avvertire la presenza di un cartello messicano decisamente spietato.

Ad inizio articolo si è parlato di un’aria nuova che lo spettatore può percepire. Essa non è data dall’atmosfera fatta di tensioni sociali e razziali, che è sempre ben presente in tutte quelle storie che hanno luogo in posti abitati da anime perse, che hanno avuto poche e rade possibilità di attecchire in territori più “fortunati”.

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L’aria nuova si respira nei dialoghi tra i due protagonisti quando effettuano la ronda quotidiana e sono solo loro due e basta; dialoghi diretti e schietti, svuotati di ogni artefatto e riempiti di autenticità, con considerazioni e condivisioni sui problemi delle vite di entrambi: problemi sull’amore, le relazioni di coppia, le battute e le prese in giro reciproche continue.
Tutto questo non suona mai forzato. Quasi come se quello che si vede fosse una presa diretta della spontaneità, della vita reale e quotidiana di due amici poliziotti che svolgono un regolare turno di pattuglia in automobile.

Evitando ogni forma di spoiler, le sequenze finali elevano tutto il corpus del film ad un livello magnetico, catturano lo spettatore ammutolendolo e facendogli trattenere il respiro fino a permettergli di rilasciarlo tutto in un unico sospiro.
La riflessione ultima che accompagna il tutto è quella che porta a ricordare che dietro a un distintivo, dietro a una divisa, c’è una persona con le proprie crepe e i propri punti saldi, una persona con un cuore come quello di quasi tutti gli altri, un corpo che sanguina, un cervello che pensa, un essere umano che ama.

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Amedeo Daniele

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