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Il Treno della Memoria

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Ormai lo zaino si è fatto leggero sulle spalle. Ho lasciato in questo posto tanto di me e tanto altro ne ho trovato. Fa freddo, la testa è talmente in aria che anche i capelli sotto il berretto sono in disordine. Mi trovo a Cracovia, è il 26 marzo del 2016: ho appena concluso il mio primo Treno della Memoria.
Il Treno è nato da un piccolo grande progetto nato nel 2004 grazie ad un gruppo di ragazzi torinesi che hanno sentito la necessità di testimoniare, di dare una risposta sociale e civile tramite un percorso di cittadinanza attiva dopo essere stati nei luoghi della Memoria. Si tratta di raccontare la Storia, di raccontare l’Oggi attraverso le pagine che ancora sono da scrivere: molti lo citano come “Un viaggio che costruisce comunità, un viaggio che ci contamina, che costruisce una nuova cittadinanza e ci cambia per sempre.
E così anch’io sono stata travolta da questo vento di cambiamento.

Il pullman è stranamente silenzioso, siamo una cinquantina quassù e nessuno ha ancora bene idea di cosa dire; un po’ saranno le nottate a cantare sulle scale dell’ostello di periferia, le cene improvvisate con un panino seduti sui marciapiedi che guardano la grande piazza. Penso però che ognuno di noi sia ancora fermo a pensare come tutto sia successo così velocemente: siamo cambiati, questo viaggio ci ha cambiati, e nessuno di noi ha intenzione di tornare indietro. Mi avevano avvertita che sarebbe stato duro, che il “ma vai a farti un giro a Barça!” mi sarebbe sembrato insensato e proprio per questo ho accettato immediatamente.

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È stata una scoperta graduale. Il lungo, lunghissimo viaggio in pullman ha aiutato a staccare la mente dalla routine, dall’indifferenza che ci circonda per poi catapultarci a Budapest, la magica Budapest, dove il Danubio ancora ha memoria del passato. Un passato non poi così lontano, che si insinua anche nelle nostre azioni rispetto al quotidiano, che ci fa scegliere di non stare nella zona grigia. Io in questa prima tappa ho scelto. Ho scelto entrando al Museo Ebraico di Budapest, ho scelto guardando le scarpe posate sulla riva del grande fiume blu che ricordano coloro che furono spogliati e gettati in acqua perché i “diversi”.

Ecco che il pullman si è fermato, la prima pausa per sciogliersi un po’. C’è chi cerca una paglia, chi è rimasto a dormire e ancora gli occhi non si sollevano da terra. Mica come quando siamo scesi a Cracovia, lì c’era solo da guardare il cielo e le magnifiche costruzioni storiche. Camminavamo sempre nel lungo parco che collega la periferia al centro, sentendo odori e suoni totalmente diversi da quella Milano ormai lontana. Lì ci attendeva la tappa più difficile di tutte: la visita ai campi di Auschwitz-Birkenau. Solo pensandoci mi tremano le mani, ho appena fatto cadere la mela che sto tentando di mangiare tra una frenata e l’altra. Così sono partita.

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Ho lasciato l’ostello con tanti dubbi, quella mattina. Con la paura di non reggere il peso di ciò che avrei visto, che le mie emozioni si facessero sentire più del solito. Ricordo l’entrata del campo, quella che ognuno si aspetta di vedere come nei film, la mano di una nuova amica che si stringe al mio braccio perché “Ele, stammi vicina”. Lì dentro è un insieme di vie, di edifici tutti uguali. Sempre tutto alla stessa altezza, dello stesso colore, con lo stesso vento che attraversa il petto. Tutto. Uguale. Il posto è stato adibito a museo, si percorre una strada ben precisa che inizia con gli oggetti rimasti dei deportati, dai vestiti, valigie, occhiali, capelli; si insinua nei sotterranei: le celle, le sbarre, per poi risalire e trovare i segni delle unghie sui muri delle camere a gas. Il filo spinato, l’elemento che ormai sembra scontato, ma non lo è mai come vedersene circondati. Sono uscita da lì stringendo fortissimo la mia macchina fotografica, compagna di avventure e sostegno agli occhi. Ho scelto di lasciarla a riposo prima di entrare a Birkenau. Si presenta totalmente diverso dal campo precedente, è totalmente aperto, sembra sconfinato. Come se fosse un mondo a sé stante. Le lunghe rotaie accompagnano i passi attraverso il campo, vediamo un vagone, i dormitori femminili. Le docce. Vediamo le betulle che hanno dato il nome a questo posto, incorniciano delle foto di donne che nude scappavano dalla docce. Eccole, ricordo le emozioni che hanno iniziato a farsi forti, a scendere sulle guance e a segnare quel che è stato il momento del mio cambiamento. Quella notte è stata lunga da passare, l’ostello era silenzioso, si potevano percepire abbracci, parole di conforto e l’odore del caffè tenuto tra le mani per scaldarsi un po’. L’ultimo giorno è passato in un lampo, tra riunioni, discussioni, creazioni per ricordare, testimoniare. È questo quel che insegna il Treno: ogni istante è una scelta che può portare al cambiamento.

Si intravede l’alba dal finestrino, Milano si colora di nuovi progetti. Io continuo a scegliere, e tu?

Eleonora Pugliese

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