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Dove l’Arte Contemporanea sta di casa: il Museo del Novecento.

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Guarda in faccia la madonnina, ordinato e ben proporzionato: è il Museo del Novecento di Milano. Moderno, anzi di più, in un contrasto che sciocca con Palazzo Reale, ma che riempie gli occhi. La scelta del palazzo dell’Arengario come casa dell’arte contemporanea non è stata casuale. Trasformata da Italo Rota, la nuova sede museale contiene circa 4000 opere, di cui 400 provengono dall’ex Civico Museo d’Arte Contemporanea (CIMAC). Collegato con Villa Reale (GAM) per quanto riguarda l’arte dell’800, il Museo del Novecento è diventato un polo importante per l’arte del XX secolo. La scelta di questi due edifici è particolarmente felice per la concordanza tra struttura e arte ospitata, sia per quanto riguarda la Villa Reale che per il Palazzo dell’Arengario.

Ufficialmente inaugurato nel 2010, il museo non ospita solo una collezione permanente, ma si occupa anche della conservazione e dello studio del patrimonio culturale del XX secolo. Il percorso si snoda su tre piani, dentro alcune salette monografiche e con una piccola parte situata dentro Palazzo Reale. Tutto in rigoroso ordine cronologico. Troviamo i principali fermenti dell’Italia del ‘900: Futurismo, Metafisica, Transavanguardia, Arte povera e Astrattismo. Il percorso museale è aperto da una scultura di De Chirico, bagni misteriosi, per poi arrivare al noto Pellizza da Volpedo. Il primo piano è dedicato alla collezione Jucker e ai futuristi; salendo troviamo astrattisti e classicisti del novecento; si conclude, al terzo piano, con l’arte concettuale e arte povera, situata a Palazzo Reale. Il neon di Lucio Fontana infine abbraccia piazza Duomo.

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Da un catalogo così immenso e ricco, è un’impresa ardua scegliere delle opere-simbolo da sintetizzare. Tre opere hanno colpito maggiormente la mia attenzione per la loro bellezza e importanza che hanno per la storia dell’arte italiana del secolo scorso.

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Partiamo da quella che ti accoglie per prima: il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Terminato nel 1901, è il traguardo di una lunga ricerca iconografica e tecnica durata quasi 10 anni. Quest’opera è il simbolo di un costante impegno culturale e sociale, che ha segnato la storia artistica del novecento anche dal punto di vista della comunicazione. Due grandi “bozzetti”, che funzionano come opere a sé stanti, lo hanno preceduto. Si tratta di ambasciatori della fame e fiumana: tappe fondamentali dello sviluppo progettuale, a cui corrispondono esperimenti tecnici, compositivi e anche una rielaborazione di concetti intellettuali. Durante la sua prima esposizione al pubblico non venne accolta con successo o riconoscimenti, ma la sua fama venne alimentata da stampe e riproduzioni socialiste. Assunse il simbolo della lotta dei lavoratori della classe operaia, o dei lavoratori in generale nel 1905, sulla rivista Avanti, noto quotidiano del partito socialista.

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Dai divisionisti ai futuristi, il Museo del Novecento è ricco di opere di questi movimenti. La prossima opera di cui parlerò è una di quelle più viste e che abbiamo quasi tutti i giorni per le mani, visto che è rappresentata sulle monete da 20 centesimi coniate in Italia. Di cosa parlo? Di Boccioni e della sua scultura più nota: Forme uniche della continuità nello spazio.

Preceduta dal Manifesto della scultura futurista del 1912, la scultura di Boccioni è un capolavoro di valore inestimabile. Rappresenta la volontà di creare la possibilità di rendere unica la percezione dello spazio, dei pieni e dei vuoti. Il corpo non è plasmato dall’anatomia, ma dalla dinamicità del movimento. L’opera originale di Boccioni è in gesso e non è mai stata prodotta la rispettiva copia in bronzo nel corso della vita dell’autore. Il gesso è in mostra al Museo di Arte Contemporanea, a San Paolo. Due calchi sono stati effettuati nel 1931 (uno è in mostra al Museum of Modern Art), altri due nel 1949 (uno è in mostra alla Metropolitan Museum of Art) e nel 1972 (uno è in mostra alla Tate Modern), e altri otto nel 1972, non a partire dal gesso originale, ma un calco del 1949.

L’ultima opera è la più famosa e più bizzarra: merda d’artista di Piero Manzoni. Prodotta in più esemplari, fu lanciata sul mercato dell’arte nel 1961, quando vennero sigillati 90 barattoli simili a quelli della carne in scatola.

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L’artista mise a questi barattoli il prezzo corrispondente per 30 grammi di oro, alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di se stesso. Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte in tutto il mondo (ad esempio l’esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra ed il barattolo 80 è esposto nel nuovo Museo del Novecento di Milano) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 70 000 €.
Le scatolette di Manzoni hanno numerosi precedenti nell’arte del Novecento, dall’orinatoio di Duchamp (Fontaine, 1917) alle coprolalie surrealiste. Salvador Dalì, Georges Bataille, e prima di tutti Alfred Jarry con Ubu Roi (1896), avevano dato dignità letteraria alla parola “merde”. L’associazione tra analità e opera d’arte (e tra oro e feci) è poi un tema ricorrente della letteratura psicanalitica, che Manzoni può avere recepito attraverso la lettura di Jung. La novità di Piero Manzoni è avere collegato queste suggestioni ad una riflessione sul ruolo dell’artista di fronte all’autoreferenzialità dell’opera d’arte.

Quindi, per concludere, se vi trovaste a Milano a bazzicare vicino al duomo, vale spendere due ore del proprio tempo per perdersi fra le opere che il museo ci offre, cercare quelle di cui vi ho parlato e scoprirne di nuove.
Ora che arriva la brutta stagione, non avete scuse per non andarci.

 

Anna Saldarini

Museo del Novecento
INDIRIZZO: Palazzo dell’Arengario – Via Marconi 1
E-MAIL: c.museo900@comune.milano.it
TELEFONO: +39 02 88444061
APERTURA: Lunedì: ore 14.30 – 19.30
Martedì, mercoledì, venerdì e domenica: ore 9.30 – 19.30
Giovedì e sabato: ore 9.30 – 22.30
COSTO: Intero € 5, ridotto € 3
Gratis per i ragazzi sotto i 25 anni e per i portatori di handicap

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