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A night in Cambodia

 

È notte fonda qui a Phom Penh. Mi trovo sul sedile posteriore di un pullman decisamente sgangherato. Alla guida, un tizio con addosso una maglia fluo che contrasta con il buio della città. Poco prima che partissimo dall’aeroporto, una ragazza americana mi si era seduta accanto. Era della Louisiana e, un po’ per la stanchezza, un po’ perché il suo accento era improponibile, non capivo nulla di quello che mi stava dicendo.

Fuori dal finestrino si accalcano le prime abitazioni, piccole casupole che si accavallano a bordo della strada. Mi fa strano vedere sopra le loro porte una sorta di neon rosso che attraversa il vetro e mi fa distogliere lo sguardo. Mentre rivolgo un’altra occhiata ai miei bizzarri compagni di viaggio, per la prima volta mi rendo conto che non sono più in Italia.

L’INIZIO

Quando mio padre mi diede carta bianca per le vacanze estive, non pensava di certo che decidessi di partire per un’esperienza di volontariato in Cambogia. A dire il vero non lo pensavo neppure io prima di imbattermi nel web in alcune immagini dei verdeggianti paesaggi della Valle dei Templi cambogiana. Inutile dire che me ne innamorai. Ad aumentare il fascino esotico di questi territori c’era la quasi inconsapevolezza della loro esistenza. La massiccia povertà presente in Cambogia non ha sicuramente favorito l’aumentare del turismo e così anche il recente regime filo-comunista che in soli quattro anni, dal 1975 al 1979, ha sterminato oltre due milioni di innocenti e chiuso i rapporti del paese con l’esterno.

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Ma in fondo ho sempre dato poco peso alle considerazioni da ufficio vacanze, quindi eccomi qui a raccontarvi di come sono finita ad osservare neon rossi e finte pagode.

Il volo che mi ha portato a Phnom Penh, la capitale, è decollato il 18 luglio, ovvero poco dopo l’inizio della stagione monsonica. Ciò significa una cosa sola: pioggia, pioggia e ancora pioggia!

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Dopo 22 ore di viaggio e scali ad Abu Dhabi e a Bangkok, atterro un po’ spaesata nella terra di Pan Ron, che scoprirò essere uno dei cantanti di riferimento della cultura pop cambogiana. Sbrigate le pratiche del visto, sono pronta per immergermi nella realtà che mi attende fuori dalle porte dell’aeroporto. Con mille pensieri in testa mi godo gli ultimi istanti di aria condizionata prima di concedermi all’afa e all’umidità della città che imparerò a chiamare casa per le prossime tre settimane.

IL VOLONTARIATO

Dopo il primo assaggio di Cambogia e il viaggio sul pullman con la simpaticona della Lousiana, la mattina successiva inizia con un po’ di affanno: non sento la sveglia e sono costretta a fare le corse per non arrivare in ritardo alla prima riunione del mio gruppo di volontariato. L’associazione con cui viaggio è Projects Abroad che si occupa principalmente di organizzare esperienze solidali in giro per il mondo.

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I compiti del mio gruppo erano principalmente due: prendersi cura dei bambini del “Salvation Centre of Cambodia”, un istituto situato nella zona più disagiata della città, e far visita di casa in casa a tutte quelle famiglie che erano impossibilitate a muoversi ma avevano bisogno di attenzioni mediche. Per il periodo in cui sono stata lì, io mi sono principalmente occupata dei bimbi del centro.

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Ogni mattina, per arrivare alla scuola, passavamo tra una moltitudine di baracche costruite in lamiera, talvolta prive di tetto e servizi igienici, in cui alloggiavano i ragazzini e le loro famiglie. Il sorriso caloroso con il quale eravamo accolti mi suscitava quasi un senso di imbarazzo da quanto fosse aperto e sincero. Mi è capitato spesso di pensare che forse fossi io ad avere bisogno di loro, della loro semplicità, e non viceversa.

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La nostra missione era abbastanza disperata: insegnare i primi rudimenti di inglese a bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Devo confessare però che per la maggior parte del tempo le nostre lezioni consistevano nel giocare con loro, canticchiare e disegnare, sperando che almeno gli entrassero in testa i nomi dei colori usati, le parole delle canzoni e le regole dei giochi. Verso la fine della mia esperienza in Cambogia, tuttavia, qualche sussurrato “Good moring Teacher” faceva capolino sulle loro bocche.

IL TUK TUK

Una delle particolarità della Cambogia, in fatto di trasporti, è senza dubbio la presenza di Tuk Tuk. Se non eravate a conoscenza della loro esistenza, non disperate. Neanch’io, prima di provare l’ebbrezza di uno slalom fra la folla in sella ad uno di quei carretti motorizzati, pensavo potesse esistere un mezzo di locomozione del genere.

 

Quando li fermavi per una corsa, gli autisti di Tuk Tuk ti accoglievano con un sorriso e – annuendo forsennatamente – accettavano la tua richiesta… per poi guidarti nella zona completamente opposta a quella che gli avevi indicato, creandoti grosse difficoltà nel girovagare per la città. È grazie ad un episodio come questo che ho capito quanto sia importante imparare l’inglese fin da quando si è piccoli: i cambogiani lo parlano in modo terribile e – come ho scoperto a miei spese – lo capiscono in maniera molto farraginosa.

 

Sebbene siano macchinette piuttosto precarie, sui Tuk Tuk sono riuscita a fare anche grandi tratte. Ad esempio, in una giornata libera, sono salita insieme ad altri tre ragazzi del mio gruppo su uno di quei tipici carretti che ci ha accompagnato a visitare una riserva naturale lungo il litorale e una piantagione di pepe (tipico della zona), distanti ben 60 chilometri. L’immagine più divertente è l’autista che si improvvisa guida turistica e – in un inglese maccheronico, che in confronto agli altri sembrava da Regina d’Inghilterra – ci racconta la storia geologica del luogo in cui ci troviamo.

LA STORIA

I cambogiani mi sono sembrati molto abili nell’improvvisarsi qualcuno o qualcosa. Un esempio? Il nostro traghettatore infernale che, a bordo di un Tuk Tuk, ci ha portato alla scoperta della magica Cambogia. O ancora i mille banchetti a bordo strada, arrangiati alla bell’e meglio, nei quali è possibile trovare le cose più disparate: dai pulcini ai ricambi per motorini, dai parrucchieri con esposte foto di divi hollywoodiani ai centri massaggio “speciali” (molto diffusa la pratica di dare una conclusione per così dire “felice” ad un trattamento estetico), e soprattutto una moltitudine di frutti a me precedentemente sconosciuti.

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Le attività lavorative vertono quindi alla sopravvivenza giornaliera e non è raro vedere gli abitanti oziare ai lati della strada. La scarsità di professioni intellettuali è riconducibile al genocidio del quale il paese è stato soggetto, che ha visto la morte di oltre due milioni di persone, in maggioranza di ceto medio-alto. L’obiettivo della dittatura, in origine, era quello di creare uno stato interamente autosufficiente: costrinsero quindi gli abitanti ad abbandonare le città per andare a lavorare nelle campagne. Il risultato però è ormai Storia: il carismatico Pol Pot si pose a capo degli Khmer Rossi, guerriglieri rivoluzionari, instaurò un governo filo-comunista e seminò morte e terrore. Nel corso del mio viaggio ho avuto la possibilità di vedere più da vicino alcuni degli orrori creati dal dittatore.

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Una pagina molto toccante del viaggio è stata infatti la visita al Campo di sterminio ed al Museo del Genocidio. Il primo, situato poco fuori città,  può sembrare di primo impatto un’oasi di pace, immerso nella natura e governato dal silenzio. Se si procede nella visita, però, si viene subito smentiti. Lungo il percorso infatti è possibile trovare resti di abiti ed ossa umane, fosse comuni in cui giacciono centinaia e centinaia di corpi, molti dei quali di bambini.

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In questo luogo sono stati deportati gli innocenti, costretti al lavoro forzato e sottoposti a spietata violenza. Le condizioni sanitarie pessime ed il lavoro disumano hanno mietuto migliaia di vittime, che hanno colmato queste tombe, indegne persino di essere chiamate così.

Il Museo del Genocidio, nome comune di “S21”, era invece luogo di tortura. Qui venivano portati i prigionieri politici, gli oppositori e i testimoni, affinché venissero fatti tacere per sempre. È stato lasciato quasi totalmente come un tempo: si può ancora accedere a celle della grandezza di uno sgabuzzino, percorrere corridoi ai quali sono affissi ritratti di volti sfiniti e corpi senza vita e osservare gli strumenti di tortura. Al momento della visita, per di più, una violenta pioggia ha iniziato a scrosciare accompagnandoci per tutto il resto della giornata ed ha reso l’atmosfera ancora più tetra e angosciante.

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Naturalmente le attrazioni cambogiane non sono solo queste, il territorio è infatti culla di molteplici templi. Io ho avuto la possibilità di visitare solamente i tre principali: Angkor Wat, Bayon e Ta Prom. L’ultimo è noto per essere l’ambientazione dei film “Indiana Jones” e “Tomb Raider”. Al cospetto di questi edifici, si resta incantati per via della loro maestosità ed imponenza.

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Costruiti interamente in roccia e parzialmente in rovina, sono stati lentamente inglobati dalla natura. Nodosi alberi si arrampicano sulle pareti e i pavimenti sono coperti da un fitto tappeto erboso. Mille anni di storia del paese sono racchiusi all’interno di queste mura. Forse la visita ai templi è stata la tappa più suggestiva dell’intero viaggio ed ora, riguardando le foto, ne resto ancora rapita. Anche qui però, come nelle grandi capitali mondiali, non si perde l’occasione di trasformare i luoghi più celebri in bazar a cielo aperto: ci sono monaci che impartiscono benedizioni su offerta libera e ambulanti che tentano di propinarti terribili riproduzioni dei templi, vestiti e persino flauti!

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Una delle ultime tappe del mio viaggio in Cambogia è stata una breve sosta a Kep, una località marittima rivelatasi piuttosto deludente, forse a causa della giornata uggiosa nella quale mi sono imbattuta. Mi ero visualizzata acque cristalline e spiagge chilometriche, ma purtroppo il mare era di un indefinibile color marrone e di tropicale aveva ben poco.

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IL RITORNO

La data della partenza da Phnom Pen è fissata il 10 agosto e miracolosamente riesco a prendere l’aereo, non senza qualche momento di panico. Poche ore prima dell’imbarco infatti, tornando a casa dal giro di acquisti last minute, sono stata testimone di una scena degna di un film: l’inseguimento di un borseggiatore da parte di un poliziotto armato di kalashnikov. Quest’ultimo mirando al fuggitivo, che proprio in quell’istante si trovava dietro il mio tuk tuk, ha puntato l’arma contro me e i miei compagni, per poi distoglierla e continuare l’inseguimento fiondandosi oltre di noi.

Fortunatamente sono arrivata sul suolo italico senza mutilazione alcuna, così da potermi godere un po’ di cucina occidentale. Sbarcata dall’aereo non c’era nessun pulmino sgangherato e nessun neon rosso ad aspettarmi, ma solo un’estate caldissima e la tecnologia dell’aeroporto di Malpensa. Non ero più in Cambogia.

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Elena Gandolfi

 

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