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Nutrirsi d’immaginifici suoni

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Si parla spesso di come si sia sviluppata la possibilità della visione nella storia. L’invenzione della fotografia ci ha permesso di fermare il tempo, di fissare l’attimo fuggente in un ricordo stampato; negli anni ’10 il cinema ha permesso allo spettatore di vivere i luoghi esotici stando seduti al buio, godendosi cartoline visive; oggi grazie ad Intenet possiamo ridere con un’amica che sta al di là dell’oceano, come se fossimo allo stesso tavolo.

Quella che voglio raccontare è tuttavia un’altra storia, meno chiacchierata ed estremamente affascinante: quella del sonoro.
Lo faccio riprendendo e ampliando le parole di Marcello Anselmo e Elise Melot, relatori della conferenza “L’audio-documentario. Passato, presente, prospettive”, a cura di Audiodoc e Witness Journal, ospitata da Mare Culturale Urbano.
Una storia del sonoro orientata alla precisa forma sonora dell’audio-documentario e che non pretende di essere completa.

Radio Free Strawberry

Il documentario in Italia.

Il primo documentario radiofonico fissa su magnetofono la liberazione di Firenze dell’agosto del 1944. Victor de Santis e Amerigo Gomez registrano i primi suoni tramandabili della guerra. Prima di quell’anno, infatti, tutte le trasmissioni radiofoniche avvenivano in diretta, anche generi recitati come il radiodramma. Ascoltando questa prima cartolina sonora ci immergiamo nella Storia: bombe che esplodono, fischi, echi di una battaglia non lontana, voci impaurite.

Mi permetto di notare come l’ascoltatore moderno non sia più abituato ad una voce narrante così formale e didattica, e come questo elemento distragga e allontani in una certa misura dall’ascolto.

Questa considerazione non vale certo per gli anni ’50, gli anni in cui cresce la passione per il documentario radiofonico: è percepito come realtà che entra nei salotti; le parole e i suoni restituiscono il mondo con la loro peculiarità immaginifica ed evocativa.
Aldo Salvo, figura chiave della stagione del neorealismo radiofonico, così racconta:

“Finita la guerra, sentivamo di creare qualcosa di nuovo, tutti ne eravamo stati coinvolti e stravolti, ma l’entusiasmo che c’era in noi e attorno a noi oggi sembra proprio incredibile. Si mangiava poco e ci si vestiva peggio”.

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L’Italia è attraversata da squadre di radiocronisti e fonici in cerca dell’invisibile sociale, di quelle situazioni ai margini della società. I documentaristi vogliono raccontarle e denunciarle nel modo più realista possibile, cioè accendendo un microfono e registrando tutto: suoni, parole, dialetti, musiche. Nomi di rilievo di questo periodo sono Sergio Zavoli, Roberto Costa, Carlo Bonciani, Guido Piovene e Nando Martellini.
Qui alcune proposte di ascolti:

Sergio Zavoli, “Clausura
Il giornalista ottiene il permesso di registrare una giornata tipica in un convento di clausura a Bologna. Viene consegnato il microfono alle suore, che liberamente fissano alcuni momenti sonori. Il lavoro di montaggio è la chiave per restituire la complessità di un ambiente sconosciuto come quello di un convento: l’autore alterna il materiale sonoro alla sua voce.

Roberto Costa, “I barboni” (1950)
Documentario sulla situazione dei clochard milanesi.
Qui per ascoltarne una parte.

Guido Piovene, “Viaggio in Italia” (1954)
93 puntate ambientate in tutta Italia, per descriverla e scoprirla.
Qui un estratto su Salerno.

La produzione di quegli anni è tanta e ricca. Per trovare altri spunti di ascolto consiglio di visitare questa pagina.

Oltre le frontiere, oggi.

Torniamo ai giorni nostri ed esploriamo l’universo sonoro odierno, che si è sviluppato da queste premesse italiane e da quelle straniere.

Immergiamoci per iniziare nell’atmosfera americana, fatta di spiccate capacità narrative e amore per la parola. Parliamo di Serial, una serie radiofonica in podcast, prodotta dalla Wbez, la radio pubblica di Chicago. Le due stagioni sono mandate in onda all’interno del programma di durata ormai ventennale This American Life, di Ira Glass. La voce narrante è di Sara Koening, una giornalista che indaga su un omicidio avvenuto anni prima:

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Siamo a Baltimora, 1999. Un giorno Hae Min Lee, una popolare studentessa liceale, sparisce dopo la scuola. Sei settimane dopo, un detective arresta per il suo omicidio Adnan Syed, suo compagno di classe ed ex-ragazzo. Dice di essere innocente, eppure non riesce a ricordare con esattezza cosa stesse facendo quel pomeriggio di gennaio. Ma qualcuno lo sa. Una compagna della Woodlawn High School dice di sapere dove fosse Adnan. C’è un problema però: non la si trova da nessuna parte.”

Non riusciamo a definire un genere: audiodocumentario, inchiesta, intervista, registrazione in studio si fondono, rendendo labili e inefficaci i confini.
La voce narrante domina sull’intera struttura, ci guida, ci spiega, ci espone dubbi, idee e supposizioni. È sicuramente una radio storia, come ama dire Ira Glass.

Dal Nord dell’America ci spostiamo al Sud, con Radio Ambulante.
Quest’emittente decide di raccontare storie dell’America Latina, pur subendo l’influenza dello storytelling statunitense (la loro sede si trova negli USA).
Un esempio di documentario è
el otro, el mismo, prodotto da Camila Segura.

 

Il documentario è una riflessione sull’identità e sull’omonimia, sui casi e gli intrecci della vita. La voce della narratrice è timida, ma presente. Il montaggio sonoro è curato, ma semplice. Nulla è eccessivo o ricco: Camila Segura ci illumina su come l‘audiodocumentario possa raccontare storie anche con mezzi molto economici, avendo solo a disposizione delle voci e un microfono. È in queste produzioni che emerge una delle potenzialità del suono, quella di essere universale portatore di storie, a portata di tutti.

Tanti sarebbero ancora i progetti da citare, come lunga sarebbe stata la storia completa dell’audio. Rivolgo l’ultimo ascolto all’Italia: paese con poche realtà che si occupano di documentario, ma di alto valore. Da citare sicuramente Tre Soldi, il programma di Radio Rai 3 sull’audiodocumentario. Jonathan Zenti collabora con Tre Soldi, oltre ad essere un autore indipendente, ha all’attivo molti progetti radiofonici.

Ecco il prologo della sua serie Ritratti (o si muore).

Cos’è Ritratti (o si muore)?

Ritratti (o si muore) è un poema epico a forma di documentario iniziato nel 2011 con un’entrata a gamba tesa nel dibattito sul 150° anniversario de L’Unità d’Italia.
È una galleria di documentari monografici e biografici che andranno a formare, durante il percorso, una idea di quella che i confini geografici e politici definiscono come “Italia”.
Ritratti è un progetto aperto (a tutto e a tutti) e in continuo aggiornamento.”

Purismo?

La radio e i podcast, per certi versi, sono simili alla scrittura.
L’unico modo che mi viene in mente per spiegare questa somiglianza è in una fiaba.
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I musicanti di Brema dei fratelli Grimm si legge:

L’asino, che era il più alto, si avvicinò alla finestra e guardò dentro. “Cosa vedi, testa grigia?” domandò il gallo. “Cosa vedo?” rispose l’asino. “Una tavola apparecchiata con ogni ben di Dio e attorno i briganti che se la spassano.” – “Farebbe proprio al caso nostro,” disse il gallo. “Sì, sì; ah, se fossimo là dentro!” esclamò l’asino. Allora gli animali tennero consiglio sul modo di cacciar fuori i briganti, e alla fine trovarono il sistema. L’asino dovette appoggiarsi alla finestra con le zampe davanti, il cane saltare sul dorso dell’asino, il gatto arrampicarsi sul cane, e infine il gallo si alzò in volo e si posò sulla testa del gatto.”

Ricordo perfettamente quando da piccola cercai di immaginarmi la sagoma creata dagli animali, così disposti. Non importa cosa vidi apparire nella mia testa, ciò che ricordo è la sensazione di divertimento nel creare. Se alle parole scritte nel libro avessi aggiunto il canto del gallo, l’abbaio del cane, il miagolio del gatto e il raglio dell’asino, non mi sarei preclusa il gusto del fantasticare, ma l’avrei solo reso più grande.

Marta Bison

2 commenti su “Nutrirsi d’immaginifici suoni

  1. Accattivante, curioso e gustosissimo!

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