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Mettersi le mani sulla coscienza

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L’obiezione di coscienza è un tema molto delicato, in Italia soprattutto. È uno di quegli argomenti che infiammano le bacheche di Facebook o qualsiasi altra piattaforma.
Detto in parole povere, ma molto chiare, l’obiezione è la possibilità di rifiutarsi di compiere un’azione che va contro le convinzioni di una persona, che siano etiche, religiose o di altra natura.

Prima ancora di parlare di obiezione in campo medico, si parlava di obiezione anche in campo militare. Probabilmente è un aspetto poco conosciuto: in pratica, dichiarandosi obiettori di coscienza si poteva essere esonerati dall’anno di leva obbligatoria. La prima norma nell’ordinamento italiano a disciplinare l’obiezione di coscienza fu la legge 15 dicembre 1972 n. 772, seguita dal relativo regolamento di attuazione del 28 novembre 1977 n. 1139. Tale legge permise agli obiettori di scegliere il servizio civile sostitutivo obbligatorio, 8 mesi più lungo rispetto alla durata del servizio che si sarebbe dovuto svolgere. Tale periodo aggiuntivo fu ritenuto incostituzionale e venne abolito.

Se si parla di obiezione di coscienza però non vengono in mente i militari, ma i medici. Figure che in qualche modo stanno al di sopra della legge, o che proprio la ignorano.

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Premetto che questo non è un attacco ai medici obiettori, la loro scelta non li rende meno capaci o competenti e non tutti sono così radicali da mettere in pericolo la vita di una donna in nome di una morale personale. Detto ciò, i medici obiettori hanno le spalle coperte, perché un articolo della legge 194 tutela il loro diritto di opporsi.
L’articolo in questione dice:

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.
[…]
L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

L’articolo 9 è molto chiaro: i medici e il personale si possono opporre all’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza), ma nel momento in cui subentrano complicazioni che potrebbero condurre alla morte, il diritto all’obiezione di coscienza diventa secondario e prevale l’obbligo di soccorrere il paziente. Nessuna legge permette ai medici di non operare una donna che sta vivendo complicanze date da un aborto spontaneo o da un’IVG effettuata da un altro medico; e nessuna legge permette loro di non intervenire in casi di pericolo grave per la paziente, anche se le loro azioni possono nuocere al feto. Un medico obiettore che si rifiuta di interrompere una gravidanza non ha nessuna conseguenza civile o penale, non rischia la radiazione o il licenziamento. Chi decide invece di non intervenire in situazioni di estrema necessità, infrange il codice deontologico e il codice penale.

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Uno dei casi più eclatanti è del 2010: a Pordenone una donna rischiò di morire di emorragia in seguito ad un’IVG. L’emorragia in sè è pericolosa, ma è più pericoloso il ritardo con cui si sono svolte le procedure mediche. La ginecologa di turno, in preda ad una sorta di “delirio punitivo”, si rifiutò di operare ad aborto già avvenuto. Per fortuna la donna è stata salvata in extremis dal primario, e la dottoressa condannata e radiata. Purtroppo anche recentemente una donna di Catania è andata incontro alla morte, a causa di alcune complicazioni dovute all’aborto spontaneo.

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Bisogna porsi però una domanda fondamentale: perché si diventa obiettori di coscienza?

Una motivazione religiosa ed etica, ovviamente. Nella realtà più immediata, cioè in quella lavorativa, la religione è solo un aspetto, forse anche quello meno rilevante. Secondo una ricerca condotta da Silvia de Zordo, antropologa, i motivi per cui un medico o un operatore sanitario decidono di diventare obiettori hanno risvolti più sociali e pratici, anziché legati alla religiosità. Si può essere emarginati e discriminati dai propri colleghi o dal primario mentre, se si dichiara di essere obiettori, si possono pure ottenere permessi, incentivi economici e una grazia sui turni di notte o festivi. C’è anche chi diventa obiettore per evitare la ripetitività e la monotonia della pratica dell’aborto, poiché tecnicamente poco complessa, o anche perché l’IVG non ha un grande riscontro economico. C’è ancora l’idea che praticare l’aborto sia un lavoro sporco, poco gratificante, nonostante sia legale dal 1978. In Italia purtroppo non esiste ancora una legge, un articolo o una norma che preveda una percentuale di medici obiettori per ogni struttura ospedaliera. Ci sono ospedali dove il personale è in maggioranza, se non la totalità, composto da medici obiettori. Questo comporta che una donna che vuole abortire non si veda riconosciuto un proprio diritto, che è assolutamente legale ma non ancora accettato.

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In conclusione, il diritto all’interruzione di gravidanza e all’obiezione di coscienza sembrano non poter coesistere in certe realtà ospedaliere, e neanche nella società.
Insomma, o bianco o nero.
Io invece credo che la realtà stia nel mezzo: se un medico ha il diritto di opporsi alla pratica dell’aborto, io come donna ho il diritto che una struttura ospedaliera mi offra un servizio legale e sicuro.

È come andare in un bar, ordinare un panino con il prosciutto e trovarsi un cameriere vegano. Nonostante cerchi di convincermi a prendere il panino con le verdurine, io insisto nel volere il prosciutto. Lui ha il diritto di non servirmelo, ma allo stesso tempo io ho il diritto di mangiarlo. Chiamo un altro cameriere o cambio bar?

Anna Saldarini

Brianzola di nascita ma adottata dal Friuli, vivo in una bolla rosa piena di libri d'arte.

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